The Outer Limits (serie classica): 1×17 “Don’t Open Till Doomsday” – Sottotitoli

Qualcuno potrebbe ricordarsi della serie Oltre i limiti, andata in onda in Italia negli anni passati; se non per la trama, almeno per l’inquietantissima sigla.

Be’, questa altro non era che il remake della serie classica The Outer Limits, prodotta per ABC negli anni fra il ’63 e il ’65 e composta da 49 episodi divisi in due stagioni; è una serie antologica, cioè con puntate totalmente slegate una dall’altra.

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Nella prima stagione, molti episodi sono stati scritti da Joseph Stefano, creatore della serie e noto anche per essere lo sceneggiatore di Psycho di Hitchcock. Nella seconda stagione, invece, la collaborazione con altri scrittori si espande fino ad avere un episodio scritto da Clifford Simak e ben due da Harlan Ellison.
Incredibilmente, in cinquant’anni questa serie classica non è mai andata in onda in Italia.

La mia missione è quindi di fornirvi, uno dopo l’altro, i sottotitoli di tutte le 49 puntate.

Oggi, dopo le prime sedici che potete trovare qui, ecco recensione e sottotitoli per la diciassettesima puntata.

1×17 “Don’t Open Till Doomsday” (“Non aprire prima della fine del mondo”)
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E guardo il mostro da un oblò, mi annoio un po’.

Flashback, fine anni ’20. Harvey Kry ha appena sposato la giovane Mary; fra i regali di nozze, alla loro festa, ce n’è uno la cui etichetta chiede di non essere aperto «prima della fine del mondo». Trent’anni dopo, la non più giovane Mary vive nella stessa casa in attesa del maritino allora scomparso. A ridonarle una perversa speranza, una nuova coppia di sposini, in fuga dai propri problemi.

Da dove partire, per questo splendido episodio, se non dalla strabiliante interpretazione di Miriam Hopkins? Qui giunta al termine della sua carriera e forse anche per questo magistralmente calantesi nei panni dell’allucinata signora Kry: donna che vive “fossilizzata” (parole sue) negli anni Venti, ha congelato l’attimo della sparizione del marito in un’eterna pausa fra la festa del matrimonio e la prima notte. Quanto della sua turbolenta vita (quattro matrimoni, la rivalità con Bette Davis) Miriam Hopkins ha riversato in questo personaggio?
Il merito è ovviamente anche della scrittura: la signora Kry, diciamocelo, vive in una tensione erotica irrisolta da oltre trent’anni. Addentrandoci nella struttura dell’episodio, ma senza pretendere analisi psicoanalitiche approfondite, non possiamo nasconderne la potente natura erotica: più volte la signora Kry ci ricorda come il matrimonio non fosse ancora stato consumato. È proprio quello, che lei attende, più che il marito in sé. Considerato che stiamo parlando di un matrimonio celebrato nel ’29, è da dare per scontato che lei vi sia giunta del tutto illibata: non è forse, allora, che ella stia ancora aspettando il suo simbolico ingresso nell’età adulta, a sessant’anni suonati? Non è forse l’astinenza di un’intera vita a portarla ben oltre l’orlo della pazzia nei minuti finali, a coinvolgere il signor Balfour nel suo piano, a scongiurare chiunque di distruggere anche l’Universo, se necessario, pur di ottenere l’agognata deflorazione?
Mettendo da parte queste considerazioni, gli altri personaggi si riducono a ruotarle attorno, pur portando ognuno una storia in sé drammaturgicamente completa ed interessante (la fuga dei due ragazzi e la corruzione del padre di lei, il curioso rapporto fra il Giudice di Pace e sua moglie).
Infine, non è da sottovalutare la struttura della trama, che porta lo spettatore ad ignorare completamente la natura di ciò che sta accadendo fino agli ultimissimi minuti, dove uno spiegone dell’alieno di turno non risulta troppo pesante ma piacevolmente chiarificatore, portando anzi a riconsiderare tutti gli eventi finora occorsi, specie per quanto riguarda la spesso incomprensibile condotta della padrona di casa. La rivelazione finale, con il valore imposto alla scelta personale da un’entità aliena dalla straordinaria potenza, non può non ricordare le dinamiche di quell’altro grande episodio che è stato il decimo, Nightmare – anche perché lì, ad interpretare il capitano Brookman, c’era lo stesso David Frankham che adesso veste i panni dello sposo perpetuamente atteso.
Puntata, dunque, assolutamente imperdibile, dalla trama complessa e dai molteplici, nascosti sottotesti – particolarmente morbosi e quindi piuttosto arditi per l’epoca – e impreziosita da una straordinaria intepretazione.

[Note di traduzione, ovvero le mie scelte personali di adattamento.
Il Giudice di Pace e sua moglie si chiamano fra di loro Papa and Mother. Intraducibile in italiano, diventano marito, moglie, caro/a.
Il Giudice di Pace dà del tu ai ragazzi. La signora Kry dà del tu a Vivia e del lei a Gard (il signor Smith), ma nella sua follia finale dà del tu a tutti, persino al signor Balfour.
L’alieno dà del tu a tutti e tutti gli danno del tu (dai, ci riuscireste a dare del lei a un ammasso di materia con un occhio solo?).]

Ecco dunque i sottotitoli, caricati come sempre sia su Opensubtitles che su Addic7ed.

Buona visione!

The Outer Limits – 1×17 “Don’t Open Till Doomsday” [Opensubtitles]
The Outer Limits – 1×17 “Don’t Open Till Doomsday” [Addic7ed]
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7 Replies to “The Outer Limits (serie classica): 1×17 “Don’t Open Till Doomsday” – Sottotitoli”

  1. Scusatemi,sono un grande appassionato di questa serie,che vedo leggendo i sottotitoli in inglese. Certo,leggere i sottotitoli in italiano sarebbe meglio. Siccome sono un profano di film scaricati e quindi di sottotitoli scaricati da internet,vorrei che qualcuno mi spiegasse se questi sottotitoli si possono abbinare al file video, in modo da vederli in contemporanea alle immagini. Oppure,se non è possibile fare questo,come abbinare in qualche modo le due cose.
    Grazie per l’eventuale aiuto!!

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    1. Ciao Luigi!

      Innanzitutto non devi scusarti, è proprio per quelli come te che mi sono imbarcato in quest’opera. 😉

      Venendo al dunque: sì, puoi tranquillamente abbinare i sottotitoli al file video.
      Ovviamente devi avere il file, i cui dettagli su come procurarselo non mi metterò certo a disquisire in pubblico.
      Una volta che sei magicamente entrato in possesso del file, apri il file video e semplicemente associ il file dei sottotitoli: che player usi? Con VLC, uno dei più usati, basta trascinare il file dei sottotitoli (.srt) direttamente sulla finestra del video – prima di metterla a schermo intero, si intende. Io come player uso invece MPC (Media Player Classic), ma anche in questo caso la procedura è semplicemente la stessa.
      Ti sconsiglio Windows Media Player, che ho abbandonato 15 anni fa e non ho la più pallida idea se supporti i sottotitoli o meno.

      Se hai qualche problema chiedi pure, qui, o su Facebook (https://www.facebook.com/versoercole/) o via email (ste.paparozzi [ at ] gmail.com).

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      1. Ciao Stefano,grazie per la tua risposta così veloce al mio quesito!

        Bè,magia……funziona davvero!! Grazie per il tuo immane lavoro nello scrivere i sottotitoli a questa splendida serie tv. Spero che continuerai anche con la seconda serie 🙂
        Siccome sei così gentile,chiariscimi ancora un paio di cose. Non è che voglio spaccare il capello,ma ho notato che (almeno nel primo episodio di cui ho scaricato i sottotitoli,THE GALAXY BEING) i tuoi sottotitoli vanno un pò in anticipo rispetto al parlato. Te lo dico perchè,come scrivevo,ho i dvd originali con i sottotitoli in inglese. Forse è un problema mio o che cosa? E comunque,anche se dovessero andare proprio un pò in anticipo,questo nulla toglie alla gratitudine che ho per te,per l’immane lavoro che ti sei sobbarcato….:)

        Quesito finale. Come faccio a…..legare video e sottotitoli in un unico file,in modo da vederli anche in tv?

        Bene,ora devo salutarti,ma credo che ti scriverò ancora. Ho letto le tue note e sei una persona molto interessante. A presto!!

        Luigi

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        1. Ciao!
          I sottotitoli non vanno in sincro con i tuoi dvd perché evidentemente i video su cui mi sono basato (che sono gli unici “disponibili”, per chi li cerca sulla rete) non sono quelli dei tuoi dvd. Purtroppo non posso farci niente, perché non ho i tuoi dvd. 😀
          Ad ogni modo, il problema è facilmente aggirabile: qualsiasi programma ha la possibilità di dare un leggero ritardo o anticipo ai sottotitoli. Cerca nelle opzioni. 😉

          Incollare i sottotitoli al video è una cosa che non sono mai riuscito a fare: ogni programma che ho provato si è bloccato. Spero che qualche lettore ti e ci sappia aiutare, su questo fronte.

          Ti ringrazio nuovamente dei complimenti. Ovviamente l’intenzione è di continuare (i sottotitoli della prossima puntata dovrei rilasciarli in settimana), fino alla fine della seconda serie.
          Per questo sono sempre molto gradite le manifestazioni di “sostegno” di spettatori e lettori come te. Spero vorrai anche aiutarmi a condividere il mio sforzo e diffondere la passione per “The Outer Limits” a chi conosci. 🙂

          P.S.: per rimanere aggiornato sull’andamento del lavoro, se sei su Facebook puoi seguirmi anche lì: https://www.facebook.com/versoercole

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  2. Gli eredi di Marte (2010) A Jean M. Auel

    Oggi voglio essere proprio prosaico: ne narrerò una per suscitar sonno. Molto dopo che asteroide in collisione col nostro pianeta frantumasse tutto un continente di terre emerse chiamato Gondwana e abitato da dinosauri, grandi rettili i cui ossi vennero poi scambiati per quelli di giganti, Marte andava desertificandosi. La sua catastrofe ecologica era tale che Iddio volle salvarne uno di quella specie: Uwa, bimbetta il cui nome è l’onomatopea del vagito. A bordo di un cesto dal guscio duro, capsula di salvataggio, la vergine madre sfidò l’algido spazio stellare da sola e soletta, poiché Hinun-ndendée, il grande uccello, era andato in avaria. Catturata dalle correnti gravitazionali terrestri, essa cadde in un lago chiamato Tanganica, nei pressi di due montagne d’Africa: l’una bianca, il Kilimangiaro, l’altra nera per i guerrieri Masai. Trovata da Dorso Grigio nella nebbia, in principio Uwa fu allevata secondo gli usi e i costumi di australopiteco, essere scimmiesco – goffo, in verità – che non utilizzava ciottoli come fossero utensìli, che non conosceva ancora le nostre fatiche, né il significato della parola morte, avendo questo coscienza limitata di sé. A quei tempi la vegetazione era più lussureggiante di adesso; unica insidia era Fungua, la puzzolente gorgone dai denti a sciabola, fiera che sbucava all’improvviso dal folto, colpiva e nei recessi dell’oscurità tornava. Un giorno il vecchio banano Naamasa, che sembrava tanto secco, rifiorì e Uwa, che era nell’età del primo menarca, ebbe una visione mistica: “Io sono l’uno che diventa il due, che diventa il quattro, che diventa l’otto e che torna a essere l’uno”, le disse un nibbio appollaiato tra i rami di un sicomoro. Era il tramonto, ma fu già l’inizio di un’altra era. D’istinto, colei che avrebbe di lì a poco generato un maschietto senza conoscere uomo, di sette in sette cominciò a contare le noci di cui era ghiotta e a dar un nome a ogni dito di mani e piedi, ivi compreso lo strano concetto dello zero, rappresentato dal pugno della vuota mano. Cammina cammina, al campo tutte le notarono il ventre e le mammelle gonfi. Il nuovo capobranco ne rimase sconcertato: che un abile, impertinente dei suoi figli l’avesse posseduta, ma come mai essa emanava il suo stesso odore di maschio dominante? Che fosse stato, allora, lui a ingravidarla col suo sguardo! Era da un po’ che la puntava, schiacciando le noci… La prese sotto le sue ali protettive, trotterellando via. Ed essa partorì Tep-ii-tesher-am-akh, colui che è il Capo-che esce-rosso-dalla-immagine, un marziano che non seppe mai di essere tale. Regina madre come un’ape, Uwa lo generò e nei suoi mitocondri vi era la formula dell’immortalità. Inoltre possedeva un gran numero di ribosomi a livello cellulare e il tocco delle sue mani era considerato terapeutico, a causa del fluido sottile, energetico, che esse sprigionavano. Come l’uro di raffigurazioni preistoriche parietali successive, questo ercolino, eretto Adamo possedeva una costola mobile in più delle figlie di Eva e non fu lui ad accoppiarsi coi Neanderthal di Lilith, ovvero colei che rapiva nel sonno i bambini cattivi per sintetizzarne, da adulti, i caratteri del Sapiens. Per un’aberrazione cromatica il suo occhio percepiva solo i colori primari. E il rosso sangue gli faceva fare dei brutti sogni in un campo totalmente grigio. Ma il suo spirito si elevò subito al cielo blu e al sole giallo oro d’una gloria, i suoi discendenti furono attratti subito dal fuoco, si dipingevano di ocra il corpo nudo. E venne il tempo di abbandonare la foresta pluviale e di cacciare nella savana, regno di predatori e di carogne in cui egli seguiva il bufalo dalla coda bianca, ricca fonte di sostentamento, nei loro spostamenti. Una notte, poi, al chiaro di luna, egli sentì un insolito richiamo: sì, un dolce profumo, e, appartatosi, si unì con Ndok, il cui nome significa Acqua Viva. Per uno strano caso del destino gli generò figli, dei figli sani e forti, come Okin, l’Airone; come Mongo, il signore del Popolo delle Teste Rotonde; come Zamani, il capo del clan di Erin. Ed Erin un mastodonte dalle zanne diritte, non così ricurve come quelle del mammùt. E Zamani diede nome di Grande Orecchio di Erin al Bacino del Congo, perché i suoi fiumi ne assumevano la forma tracciatili sulla sabbia. Egli viaggiò molto in cerca di avventura e di se stesso. I figli di Zamani: Dùrù, colui che vide l’ippopotamo nel Lago Ciad, che allora si estendeva fino al Sahara; Kil, il piccolo grande cacciatore di rinoceronti; But, colui che dormiva su una larga pietra piatta; Ze, quello che portava sempre con sé un dente di leopardo; Abo, lo zoppo che scovò bertucce alle cosiddette Colonne d’Ercole. Le figlie di costui: Bololanege, colei che spinse i suoi anelli alle caviglie fino in Spagna; Anyeghe, l’amore di tutti gli uomini sotto i palmizi. Costei ebbe molti figli, tra cui Afan, che in Enotria ebbe due gemelle che migrarono nei Balcani: Kowa e Mukashi. E altri furono i suoi discendenti di cui si è persa memoria e spintisi oltre l’Ucraina. Giunto il clan in Cina, Riitho, detto l’ Avvoltoio, si unì con Kini, con colei che seppe pretendere, farsi rispettare, che uccise Mama Baru, una grossa iena, in una località chiamata, nel linguaggio dei gesti, Tie-saba, perché le ci vollero ben tre giorni per farlo, e lo fece da sola. Alla fiamma del fuoco en-Kima essa era solita indurire lo strano corno del naso di Mbawala, un’antilope, e con esso arrostiva le dolcigne carni di animali che si catturavano col boomerang presso alture di un gruppo di gigantotechi, ovvero degli yeti. E accaddero degli straordinari terremoti e paurosi smottamenti: l’India, che fino ad allora si chiamava l’Isola di Mounji, ovvero la Madre Terra Mu, si unì al continente asiatico, ne innalzò la cresta montuosa fino all’Europa di Sikar, il re delle conchiglie. E lungo la cosiddetta Via della Seta essi incisero sulle rocce degli strani omini stilizzati chiamati Mwana, e in un luogo oggi desertico esiste ancora un tipo di scrittura simile: ad esempio, quello che per voi potrà apparire quasi l’enigma della sfinge. Quattro disegni elementari in sequenza: 1) una capanna rotonda o caverna, al cui interno sta un omino filiforme in piedi; 2) una seconda figura con una casetta di rami al cui interno quell’omino ci sta sdraiato, come se dormisse; 3) una terza in cui l’omino stilizzato ne sta a testa in giù; 4) un’ultima in cui ne cammina al di fuori, tutto contento per la stagione. E il significato di tutto ciò è il seguente: giunta l’ora del parto, con cautela nelle mani, ci si dovrebbe assicurare che la testa del cucciolo della gestante sia in corretta posizione d’uscita, altrimenti potrebbe soffocarsi col cordone ombelicale e tanto da sembrar come provenuto da… l’Aldilà! Questa la filosofia di tutta una vita, di un’arte di metterci al mondo. E tra le figlie di Uwa vi furono anche altre vergini madre che misero alla luce uomini famosi. Ed esse contavano il numero di essi coi nodi delle treccine dei capelli ondulati, poiché fu di Atak, colei che indicò la Grande Strada, la profezia che il decimillesimo di essi sarebbe diventato messia, un Gran Khan che avrebbe dominato con vera giustizia e sconfitto per sempre i cannibali dal biforcuto piede di struzzo, la cui regina si chiamava Saba. E alcune vergini di esse erano solite riunirsi per festeggiar solstizi presso un campo di grano selvatico, tutto di misteriosi segni geometrici: per uno strano fenomeno elettromagnetico, cadendovi fulmine, si era generato vortice di particelle di silicio che ne aveva piegato, e talora intrecciato, le pianticelle spontanee. E dall’adusto punto d’impatto della saetta col terreno non coltivato sfera incandescente si era librata: come un aquilone o un disco volante, essa sfrecciò via col vento, risucchiata dall’alto. Esse ne ritenevano sacro il suolo e che il Cielo avesse voluto comunicar loro i Suoi disegni, disegni tanto affascinanti quanto quelli di Nazca, in Perù, dove il famoso ragno simboleggia Orione. Nel tempo fiumi cambiarono corso, monti si livellarono; un dì un gran cuoricino: “O spiriti eletti, ascoltate: non si muore che una volta sola, ma nello spirito quante di volte! Più non lucidiamo, fratelli, una pietra che sia simbolo tagliente di perfezione, bensì costruiamo, pietra dopo pietra, fatica dopo fatica interiore, un regno di belle speranze per l’umanità”. Il Dieg-mil aveva parlato ed essi vissero in armonia d’intenti lungo le coste del grande mare interno che, Oh! molto prima di Genghiz Khan, si estendeva dal Mar Nero di un’Atlantide al Mar Caspio pescoso e da questo al Lago Aral.

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