“AMT” – Racconto

Ecco a voi un nuovo racconto.

In AMT seguiamo il percorso che porta Monika a indagare – anche a scapito del suo rapporto con Alex – le origini della Vita e le possibilità offerte dall’elaborazione virtuale.
AMT può essere definito fantascienza se si allargano un po’ i confini consueti del genere; oppure, molto più semplicemente, se in luogo dell’affermata definizione italiana si usa invece l’originale science-fiction: è infatti come un’opera narrativa (fiction) a base scientifica (science) che questo racconto può – e, mi permetto di dire, dovrebbe – essere inteso.

Come per 18:23, la lunghezza del testo mi ha convinto a realizzare le versioni .pdf, .epub e .mobi, per poter leggere il racconto anche su un lettore ebook, o comunque sdoganandovi dal formato del blog. Potete scaricarle qui.
Ad ogni modo, se non vi è scomodo, il testo si trova anche qua sotto – ma sono 34000 battute: per darvi un’idea, è il doppio di 18:23, due terzi di Rendez-vous. Fate voi.

[Magari un giorno farò anche un post sulla mia idea della scrittura, sulle mie aspettative circa il mondo dell’editoria e sul valore che dò all’autopromozione e alla condivisione; ma non è questa la sede.
Intanto, però, metto le mani avanti: così, se state per domandarmi «Ma perché i tuoi racconti li metti gratis sul blog invece di farti pagare?», sapete già che non risponderò. Non adesso.]

Fatemi sapere cosa ne pensate – si accettano commenti anche riguardo la “copertina”.
Buona lettura!

AMT 3 - banner

AMT

Quando ho iniziato a scrivere queste pagine, non sapevo se sarebbero diventate un minitrattato di biologia, un breve saggio sugli ambienti software o semplicemente la piccola biografia del mio psicodramma personale. So che non voglio né raccontarvi i fatti miei e quelli di Alex, né tantomeno vantarmi di aver scoperto chissà cosa, fosse l’origine della vita o la soluzione al paradosso di Fermi o quel che è.
Ma magari scopro che sono brava anche a scrivere.

***

Potrebbe gettare un’ombra abbastanza torbida sulla reputazione di entrambi il fatto che io e Alex ci siamo conosciuti, la fine dell’estate scorsa, a una serata per single al Jolly; ma, a mia discolpa, posso almeno scaricare ogni responsabilità su Angela e sulla sua inspiegabile passione per usanze sociali che alle soglie del 2016 credevo superate. A quanto pare, invece, esiste una minoranza insoddisfatta dei social network, persone che non trovano di meglio che consigliare ai propri amici di sperimentare l’incontro al buio davanti a una birra, un panino, un gelato, in uno di questi locali che non potrei definire altro che “compiacenti”. «Dai, Monika, vai, che ti trovi qualcuno e ti diverti, una volta tanto.» E io, una volta tanto, ho voluto darle retta, ad Angela, anche se ho l’impressione che queste cose funzionino meglio nei locali per sole donne che frequenta lei. Cosa invece volesse provare Alex, al Jolly, non è stato chiarissimo nemmeno col senno di poi – anche se un’idea ce la siamo fatta.
Separati da un tubo al neon che tentava disperatamente di imitare una candela, ho chiesto a questo biondino dall’aria spaesata «Cosa fai nella vita?» e credo che l’espressione sulla mia faccia deve aver tradito il fatto che «Ricercatore esobiologo» sia stata una risposta inaspettata. Me l’ha voluto spiegare, che si tratta dello studio della vita al di fuori della Terra, ma lo sapevo già. Anche lui, quando alla stessa domanda ho risposto «Programmatrice, addetta alla sicurezza informatica, sviluppatrice», sembrava abbastanza sorpreso. Abbiamo finito col passare gran parte della serata a parlare delle nostre rispettive occupazioni.
Mi è parso simpatico, intelligente, naturalmente interessato ad altro oltre che portarmi a letto; e poi era carino. Mi sembrava che ne fosse valsa la pena, di dar retta ad Angela, una volta tanto.
Ci siamo scambiati i numeri e ci siamo risentiti ancora, e poi ancora, e ancora; finché non abbiamo preso la decisione che ha fatto sì che allora tutti ci abbiano preso per pazzi, e che adesso io mi prenda per scema: a venticinque anni, dopo neanche sei mesi di conoscenza, siamo andati a vivere insieme a casa mia. Ci amavamo così tanto? Lui magari si illudeva di sì; io, invece non lo so nemmeno, se ho mai amato qualcuno.
E fin qui niente di interessante, lo ammetto (a meno che non abbiate imparato cos’è l’esobiologia solo adesso).

***

La convivenza è iniziata molto meglio di quanto paventava più o meno chiunque ci conosca. Certo, per lui ero disordinata e io non sopportavo la sua cucina insipida, ma lui aveva i suoi spazi e io i miei, portavamo avanti ognuno i propri hobby, uscivamo insieme e da soli, e andava discretamente bene anche a letto – probabilmente grazie al fatto che non sono mai stata di grandi pretese. Ci si potrebbe chiedere cosa avevamo, in comune, io che gli parlavo di Marguerite Yourcenar e lui che pretendeva che mi mettessi ad ascoltare pop giapponese.
C’era che, ogni volta che col computer, il telefono o qualsiasi altro dispositivo aveva qualche problema, Alex non veniva a chiedermi aiuto soltanto per risolverlo, ma voleva anche capire cosa c’era che non andasse. Domandava, voleva conoscere, comprendere; e io ero sempre felice di rispondere e colmare le sue lacune. Era proprio questa curiosità, ad unirci, visto quanto ero altrettanto contenta di approfondirlo io, qualcosa di quel che faceva lui. Non che fosse niente di paragonabile: le mie pseudolezioni di informatica si basavano su delle situazioni concrete che gli si presentavano nella vita quotidiana, mentre a me non capitava di ­certo niente che necessitasse dell’aiuto di un esobiologo, né di un biologo più in generale. Ma in poche settimane ho imparato come si riproduce il DNA, come trasmettono le informazioni i neuroni, come i mitocondri producono energia e hanno un loro codice genetico – la teoria per cui sarebbero gli eredi di batteri assimilati in cellule più grandi, miliardi di anni fa, all’inizio di tutto.
E proprio cosa ne sappiamo dell’origine della vita è la cosa più importante che ho imparato con questi scambi di conoscenze. L’ipotesi più accreditata (o almeno quella che lui mi ha fatto passare per tale, ritenendola più valida) è che semplicemente la vita sia “chimicamente inevitabile”: certi elementi si combinano, poi si combinano, poi si combinano e diventano sempre più complessi. Ma, a volte, si forma una qualche combinazione che, a contatto con altri elementi e composti, invece di divenire più complessa crea una copia di se stessa. Però, il fatto che con la riproduzione si possa stabilire l’inizio della vita, persino Alex ha ammesso che non sia una teoria condivisa, per via di qualcosa legato alla natura dei virus che ha finito per non spiegarmi più. Allora c’è chi, ad esempio, stabilisce l’inizio della vita con il movimento.
Ma si tratta comunque di un composto, più o meno complesso, che non agisce di proposito: è soltanto un insieme di poche, relativamente poche molecole che creano delle copie di se stesse o si spostano grazie a processi chimici elementari quanto inevitabili. Ecco, Alex ci teneva sempre a precisare l’inevitabilità di questi processi.
Il che l’ha portato a raccontami di Enrico Fermi (che peraltro era un fisico, mica un biologo – ma a quanto pare il suo scavalcamento di ruoli non è un problema, per Alex, quanto lo è stato poi il mio). Un giorno, parlando di UFO con un qualche collega, Fermi si era fatto un paio di calcoli a mente, stimando il numero di stelle esistenti, la probabilità che ospitassero pianeti, la capacità di questi di essere adatti alla vita, e la possibilità che questa arrivasse a un livello di evoluzione paragonabile o superiore al nostro. Anche con i dati limitati che aveva a disposizione un secolo fa, ha avuto la sensazione che i conti non tornassero e che lo spazio avrebbe dovuto brulicare di alieni. Ora lo sappiamo, che i calcoli non erano poi così sbagliati, e che là fuori di pianeti potenzialmente abitabili ce ne sono a migliaia solo in questo braccio della Galassia… Ma allora dove sono tutti? Questo, per Alex e per tutti gli esobiologi (nonché per gli scrittori di fantascienza, suppongo), era ed è ancora un problema fondamentale. A meno che non l’abbia risolto io, si intende.
Gli ho chiesto se fosse mai stata condotta qualche ricerca pratica, riguardo la possibilità e le dinamiche della nascita della vita. Mi ha detto che c’era quest’esperimento in corso da più di quindici anni, con composti lasciati in un ambiente particolare e osservati mentre iniziano (o almeno si sperava iniziassero) a fare copie di se stessi, a muoversi, mangiarsi a vicenda – insomma a aderire a una qualsiasi definizione di vita. Lentamente, però, molto lentamente… Allora gli ho domandato se hanno provato a fare un’elaborazione al computer, e sapete cosa mi ha risposto?
«Non è possibile.»
«Ma come?» ho fatto. Sapeva che, lavorando anche alla sicurezza informatica di un centro di ricerca farmaceutica, conosco qualcosa dei loro sistemi di simulazione degli effetti sull’organismo.
E lui mi ha spiegato: «Non è la stessa cosa, Monika. Non puoi paragonare un ambiente software alla complessità del mondo reale, si stimano le risposte a livello chimico e non fisiologico, per un’elaborazione del genere ci sono tutte le variabili fisiche da tenere in considerazione, nessun programma potrà mai avere tanti elementi a disposizione quanti atomi ci sono in natura…» Bla bla bla, altre cose che nemmeno ricordo.
Io non ero per niente, per niente d’accordo. La storia di quest’inevitabilità dei composti più semplici che sembrava non portare altrettanto inevitabilmente a forme di vita superiori mi aveva incuriosita, così come aveva seminato il dubbio in Fermi cent’anni fa. E con la risposta di Alex ho avuto una prima idea del Golem, anche se non nei dettagli.
Magari c’è un po’ troppo col senno di poi, in queste frasi: potrebbe non essere vero, che già stavo pensando di risolvergli anche quello, di problema; potrebbe essere iniziato tutto come un gioco. O, forse, il passo definitivo non l’ho fatto perché mi ha parlato dell’origine della vita, quanto perché ha rifiutato l’aiuto dell’informatica: mi sono inconsciamente offesa e ho fatto tutto quel che ho fatto solo per contraddirlo.
Ecco, questo testo doveva essere solo un resoconto, invece sta diventando una seduta di autoanalisi. E non sono arrivata neanche a millecinquecento parole.

***

Mettiamo dunque che dovessi riparare a un’offesa che non ho ancora capito se ho ricevuto davvero oppure no; o che volessi veramente risolvere le grandi domande dell’esobiologia o della biologia molecolare o di quella evoluzionistica, e che il Golem fosse già nella mia mente, in tutti i dettagli del suo codice… Ma, fossero consce o meno le mie motivazioni, il mio obiettivo era creare un ambiente software che potesse fornire un modello comparabile in maniera soddisfacente a quello delle condizioni chimiche della Terra di quattro miliardi di anni fa, e quindi a quello possibile di molti pianeti dell’Universo. Date le premesse decisamente demotivanti di Alex, vi starete chiedendo come pensavo di farlo.
Ho immaginato uno spazio virtuale, organizzato secondo una griglia; su questo, il corrispettivo virtuale degli elementi chimici viene disseminato casualmente. L’accostamento casuale di certi elementi genera una combinazione che viene interpretata dal software come un comando che riarrangi gli elementi vicini per formare una copia di se stesso. Questi elementi potevano anche essere delle semplici lettere: potevo allora pensare a queste lettere che, gettate a caso sul piano virtuale, formano la parola VITA, e questa VITA sposta le V, le I, le T e le A vicine per formare un’altra VITA accanto a se. Ma, fantasie a parte: quali caratteri scegliere, come elementi? Quanti? E in che proporzione? Volevo evitare fin da subito tutte le rimostranze che sapevo già sarebbero venute da Alex – e che poi sono arrivate lo stesso.
Da quanto avevo capito dalle nostre lezioni amatoriali, sono strettamente necessari, per le forme di vita più semplici, non più di trenta, trentacinque elementi. Il mio pseudo-linguaggio di programmazione si poteva dunque basare sulle ventisei lettere maiuscole dell’alfabeto, più le dieci cifre.
Ho acquistato un hard disk da dedicare esclusivamente all’operazione, vi ho caricato sopra il software che avevo programmato e gli ho dato libero accesso all’intera memoria; dopodiché, in questa memoria ho caricato (riempiendola a metà per lasciare ai comandi “spazio di manovra”) i caratteri alfanumerici, generati in maniera quasi randomica da un altro software. Dico “quasi” perché, in realtà, ho potuto impostare le proporzioni dei singoli caratteri: come sono più diffusi sulla Terra e un po’ in tutto l’Universo certi elementi indispensabili (l’ossigeno, il carbonio, l’idrogeno), nel Golem sono più frequenti la A, la M e la T. Perché il comando per la copia, poi, non è stato più VITA, ma era – ed è tuttora – formato dai tre caratteri A, M e T: mi era sembrata la trascrizione migliore possibile di aleph-mem-tav, i caratteri ebraici della parola “verità” che il rabbino della leggenda scrive sulla fronte del mostro d’argilla per animarlo. È per questo che il mio software l’ho chiamo Golem: una forma di vita basata sulle lettere.
Spero che finora non vi siate annoiati, perché da adesso in poi viene la parte interessante, su tutti i fronti.

***

Io ero pronta a seguire dallo schermo, dove potevo visualizzare sezioni della sterminata griglia virtuale ospitata nella memoria fisica. Ho fatto partire il software e ho visto i dati variare così velocemente, in appena un paio di secondi, che sono stata fortunata ad avere i riflessi abbastanza pronti da mettere in pausa per poter guardare con calma: la memoria stava brulicando di comandi AMT che spostavano le lettere per creare altri AMT, che a loro volta riarrangiavano gli elementi a loro disposizione, quasi stabilendo un ordine in quell’apparente caos.
Quella sera Alex è tornato a casa annunciando che c’era una cosa importante di cui doveva parlarmi; ma ce l’avevo anche io, qualcosa per lui, quindi ho preso la precedenza e gli ho spiegato l’idea del Golem, i caratteri (l’ha perplesso l’essermi fatta trascinare da storie fantasy e leggende ebraiche), lo spazio virtuale, la griglia, il comando; infine gli ho mostrato il risultato che ne avevo ottenuto.
«Mah» ha detto. Così: Mah. «Non mi sembra minimamente paragonabile a quel che accade in natura. Davvero, è un bel programmino» (programmino!) «ma non è di alcuna utilità per capire l’origine della vita, te lo assicuro. Sì, ammetto che l’analogia con gli elementi chimici può reggere, per come l’hai strutturata. Hai fatto benissimo a mantenere quelle proporzioni, e a scegliere quel preciso comando per la riproduzione. Per questo, complimenti davvero. Ma non è comunque la stessa cosa, Monika. Quindi non vedo di che utilità possa essere per un esobiologo, o se è per questo a un qualsiasi biologo, evolutivo o non. Non lo devi mica cancellare, eh; è solo che non ha niente a che fare con quel che faccio io.»
Ho annuito, inaugurando il metodo, poi utilizzato costantemente in seguito, di fingere di dargli retta quando criticava il Golem. Gli ho chiesto che cos’era quel che doveva dirmi lui, e ha ritrovato subito l’entusiasmo.
«Sai,» mi ha fatto, «ti ricordi di quell’esperimento che va avanti da quindici anni? Io e Teo siamo riusciti a prendere qualche contatto. Ti ho detto di Teo? Quello che ha fatto la specialistica con me, che è tornato qui ultimamente… Be’, Teo ha avuto modo di scambiare qualche messaggio con alcuni dei ricercatori coinvolti in quel progetto. Pare che avremo la possibilità di assistere alla presentazione dei risultati parziali ottenuti finora. Questo vuol dire che dovremo viaggiare un po’; spero non ti dispiaccia se sto via ogni tanto.»
Per me non c’era alcun problema, se qualche volta doveva volare dall’altra parte del mondo per andarsene a vedere due polimeri con Teo. Insomma, io avevo un Golem da allevare.

***

Dopo questo confronto, ho introdotto una prima modifica al Golem. Ho cancellato il contenuto della griglia e vi ho rimesso i miei elementi virtuali pseudo-casuali; poi ho fatto partire il software, rallentandone l’elaborazione per poterne seguire gli sviluppi a occhio nudo.
Finora i comandi AMT e i duplicati da loro creati erano tutti indipendenti uno dall’altro; adesso, invece, ho visto l’AMT e la copia appena generata formare un doppio comando AMT, che si copiava – se la disponibilità dei caratteri nelle vicinanze glielo permetteva – direttamente come tale. Si assemblava quindi un quadruplo AMT, che, comportandosi nella stessa maniera e così via per successive accumulazioni, formava quelli che da allora in poi ho chiamato “organismi”.
Ho visto allora questi organismi espandersi lentamente sullo schermo, copiandosi ed ingrandendosi prendendo tutte le lettere necessarie. Tutte: perché, mentre il singolo comando AMT si copia spostando i caratteri A, M e T che ha nelle vicinanze, l’organismo più grande usa anche i caratteri dei comandi AMT più piccoli a lui prossimi. Li prende, li smembra e li ricompone: il pesce grosso mangia il pesce piccolo.
Di fronte a questo traguardo, quella sera, ho fatto vedere ad Alex cosa avevo ottenuto.
«Mah,» (di nuovo), «l’idea è in buona fede, capisco. Però non serve a quello che pensi te. Non si possono ricreare realisticamente le condizioni chimiche e soprattutto quelle fisiche della Terra o di qualsiasi altro ipotetico pianeta semplicemente con delle lettere e dei numeri. Non si stanno veramente mangiando a vicenda, dai. Il che non significa che questo programmino» (programmino? Ancora?) «non sia utile, è chiaro. Anzi, magari può servire a qualche matematico, potrebbe spiegare qualche teoria sui numeri, non so. È roba che personalmente non conosco: sai com’è, io mi limito al mio campo.» Al valore di questa frecciata ci ho ripensato soltanto dopo.
Ho fatto di nuovo qualche gesto accondiscendente; allora mi ha ignorato e ha cambiato argomento. O forse riteneva il suo, di argomento, più importante?
«Ah,» mi ha detto, «comunque è deciso: io e Teo partiamo per una settimana. Dobbiamo prendere contatti…» e bla bla bla, sempre a proposito di quel famoso esperimento dei quindici e rotti anni. Mi tocca ammettere di non averlo ascoltato attentamente, quella volta: chissà cosa mi sono persa, tra le righe.

***

Prima di procedere con altre modifiche al codice, ho messo mano all’interfaccia grafica: seguire l’evoluzione di quegli organismi non era affatto semplice, quando ciò che vedevo era solo un muro di testo nero su sfondo bianco. Allora ho impostato lo sfondo nero e ho colorato i vari caratteri: verde la A, gialla la M, blu la T, bianchi i numeri (per i quali avevo già una mezza idea che ho poi attuato), un indistinto marrone per il resto; il comando AMT, una volta formato, è rosso.
Ho aggiornato l’interfaccia e ho fatto riprendere il software a velocità iperrallentata. Ho visto i caratteri colorati creare forme precise, delineate; ma era soltanto una sezione della griglia di non più di duemila caratteri. Allora ho zoomato indietro per avere visione di una porzione più ampia di quel vasto mondo virtuale: mi è esploso davanti quest’arcobaleno puntillista, questa schermata che pullulava di blocchi rossi che si ingrandivano spostando il verde, il blu e il giallo intorno a sé e diventavano macchie rosse un po’ più grandi, più grandi, più grandi ancora. Sembrava di osservare un tappeto prendere vita, la sua fantasia sciogliersi e ricomporsi, i suoi contorni mutare, ondulati e vibranti. Non troppo diverso da come si vede un’ameba sotto la lente del microscopio.
Non avendo la disponibilità di Alex, in trasferta con Teo, quella sera ho invitato a cena Angela e la sua ragazza di allora, della quale non ricordo neanche più il nome. Ho fatto vedere il Golem anche a loro, spiegandogliene quanto possibile.
«Bello» ha commentato la sconosciuta. «Non ho capito cosa fa, ché non so nulla né di biologia né di informatica, ma il risultato non è niente male – quello estetico, intendo. Con tutti questi colori, magari potresti riciclarlo come salvaschermo. Si usano ancora, i salvaschermi, no? Chissà, magari siamo tutti il salvaschermo di Qualcuno.»
Sì, certo, è quello che ho pensato io e quello che sembravano dire gli occhi di Angela, che è saggiamente tornata single mentre finivo di scrivere il prossimo capitolo.

***

Dopo il progresso sul lato estetico, sono tornata a mettere le mani alla struttura del software introducendo un nuovo comando: il coefficiente del numero delle copie. Se il comando AMT si trova vicino un 2, il comando cerca di fare non una sola, ma due copie; se si trova vicino un 3, o un 4, o un altro numero, cerca sempre di arrangiare, usando gli elementi a sua disposizione, un quantitativo di comandi AMT il più vicino possibile a quello indicato dal suo coefficiente, possibilmente riproducendo anche quest’ultimo. Un AMT4 cercherà quindi di formare quattro AMT4, o di approssimarsi il più possibile a questo risultato. Il coefficiente 1 non ha alcun effetto, mentre lo 0 impedisce la copia.
Ho riavviato nuovamente il software: in pochi minuti ho scoperto che, benché non sempre un comando riesca a creare le copie indicate dal suo coefficiente, l’organismo che ha il coefficiente più alto si diffonde comunque più velocemente e facilmente di chi riporta un esponente inferiore, mentre quello con lo 0 viene presto scomposto e le sue lettere riarrangiate. Insomma, chi tende a fare più figli si riproduce di più, chi non ne fa scompare.
Quando Alex è tornato, gli ho mostrato anche questo.
«Stai decisamente pisciando fuori dal vaso» ha commentato.
Di solito non era così volgare; non era da lui. Sarà stato perché l’avevo trascinato a vedere il Golem senza neanche farlo mangiare, o almeno farsi una doccia, dopo una settimana con Teo a centinaia di chilometri da qui? Deve essersi accorto della mia espressione sorpresa.
«Stai volando troppo con la fantasia» s’è corretto. «È sicuramente un’idea affascinante, non lo metto in dubbio. E ti ripeto che il programma in sé è anche bello,» (e almeno non era un più un “programmino”), «però non regge assolutamente, il paragone che fai. Stiamo parlando di elementi reali, capisci? Reali. Non puoi riprodurne coerentemente il comportamento in un software. E non ritirare fuori la storia dei farmaci, perché quelli sono composti di cui si sa ogni dettaglio. Per caso hai inserito nel Golem» (l’ha chiamato per nome!) «ogni dettaglio della struttura atomica del carbonio, dell’idrogeno, dell’ossigeno? No: tu gli hai detto A, M, T, 0, 1, 2… Cosa c’entra? Cosa significano questi caratteri? Nulla. Non regge, ti dico, non regge, non regge.»
Sono tornata alla tattica di assecondarlo, abbassando le spalle come ad arrendermi, e chiedendogli com’era andata alla presentazione. Ovviamente ha funzionato.
«Niente» mi ha risposto. «Continua a non dare risultati decenti. Ci sono delle particolari condizioni di sviluppo accelerate che non ti ho specificato, ma che avrebbero dovuto permettere l’inizio di una forma di vita abbastanza complessa… E invece nulla. Pare che si siano formate delle semplicissime cellule, poco più che frammenti autoriproducenti, vagamente paragonabili all’RNA e con un qualche rivestimento lipidico. Poca roba, visto che a questo punto ci si aspettavano una miriade di specie pluricellulari diverse.»
Gli ho detto, con la mente sempre concentrata sul Golem, che mi spiaceva.
«Comunque i risultati non sono definitivi,» ha continuato, «anzi non sono nemmeno risultati, ma solo prime osservazioni. Te l’ho già detto che io e Teo inizieremo a collaborarci attivamente? Dovremo volare là più spesso, nei prossimi mesi. Teo vorrebbe introdurre qualche modifica sua, nell’esperimento. Be’, in realtà nostra, perché ci stiamo lavorando insieme da un po’. Lo sto aiutando molto.»
«Ah, bene» ho commentato. «Magari con la vostra modifica andrà meglio.»
«Sicuramente meglio del tuo programma» ha concluso sperando di mettere un punto al mio, di esperimento.
E invece di smetterla, io da quel momento ho fatto i miei più grandi passi avanti col Golem. Oltre che i più grandi passi indietro con Alex – ma quello, come leggerete, non era certo colpa mia.

***

Ho fatto ripartire il Golem con un ultimo, nuovo comando: il taglia&incolla. Un comando più complesso che prevede che il semplice AMT sia integrato con altri caratteri, i cui dettagli vi risparmio. Dopo qualche minuto dall’avvio, il comando taglia&incolla si è finalmente formato, e ho visto il primo organismo fare una copia di se stesso accanto a se stesso, senza usare altri caratteri e cancellando l’originale a copia avvenuta: era nato il movimento. E, pur trattandosi di un movimento casuale, dipendente semplicemente dallo spazio libero, gli organismi che si muovono aumentano comunque le loro probabilità di trovare altri elementi, altri AMT, altri organismi che non sono invece in grado muoversi, di fuggire. E allora, così come si erano diffusi gli organismi con il comando di copia col coefficiente più alto (cioè i più fertili), ben presto sono diventati predominanti quelli con il comando taglia&incolla, in grado di predare. Insieme al movimento era nata la caccia: e, con quella, la vita vera e propria? Chissà se almeno questa definizione è accettabile.
Ho fatto andare il programma per un altro paio di minuti, continuando a vedere i miei organismi crescere, riprodursi, variare; allora ho messo in pausa aspettando che Alex tornasse dall’ennesimo viaggio con Teo verso quell’esperimento infinito. Memore del risultato dell’averlo sommerso di informazioni la volta precedente, stavolta l’ho lasciato sistemare le sue cose, farsi una doccia, cenare. Poi gli ho mostrato tutto, gli ho spiegato cosa avevo fatto e cosa era accaduto.
«Ma basta!» è esploso. «Ancora con quel programma? Non è roba per te, lo capisci?»
Reazione decisamente eccessiva. Neanche sono riuscita a interromperlo, all’inizio.
«Cosa ne sai, te? Per due cose che ti ho insegnato, pensi di poterti mettere a giocare, quando c’è gente che fa ricerca – ricerca seria, ricerca vera – da più di cinquant’anni? E credi di aver scoperto chissà che in qualche settimana, tu, che fai tutt’altro nella vita? Questa è una cosa che non ti compete. Non ti compete, capisci? Non è roba che hai studiato, non lo sai, sai solo quel poco che ti ho detto, e…»
«Allora» e qui sono riuscita a prendere la parola – anche perché Alex doveva pur prendere fiato, visto che stava finendo la saliva. «Guarda che né l’esobiologia né qualsiasi altra scienza sono religioni misteriche, culti sciamanici inaccessibili ai comuni mortali. Le discipline scientifiche sono fatte da umani e dagli umani possono essere comprese, problemi mentali permettendo. E, siccome le mie facoltà cognitive ce le ho io come ce le hai te, allora come io capisco di informatica, tu capisci di biologia o di evoluzione o di chimica. E quello che capisco io di quello che faccio io lo puoi capire anche te, e quello che fai tu lo posso capire anche io. La scienza non è una loggia massonica, è per tutti, per tutti, lo vuoi capire? Stai mandando a puttane decenni di divulgazione, tu. Guarda che Fermi era un fisico, mica un biologo! Però quello che dice lui lo prendi per buono, eh?»
È rimasto zitto due secondi, poi non so che gli è preso. «Fermi? Basta» mi ha fatto. «Non so chi ti credi di essere, non so come ti sei montata la testa così. Invadi i campi altrui, ti credi chissà chi, e oltretutto hai comunque il bisogno costante di avere delle conferme, e devi sbattermi in faccia tutto quello che pensi di aver fatto. Sei così, certo, sei fatta così, ma adesso hai esagerato, basta, non ce la faccio più, basta» e bla bla bla con altre lamentale, mentre cominciava ad arraffare qualche pantalone e qualche maglietta per andare chissà dove (be’, ora lo so, dove), con la silenziosa promessa che prima o poi sarebbe venuto a prendere quel che di suo era rimasto nascosto nei cassetti e negli armadi.
Tutte scuse per lasciarmi – o, meglio, farsi lasciare. Ma non vorrei mai rovinarvi la sorpresa sulla conclusione del mio dramma privato, che coincide col finale di questo accidentale trattato di esobiologia che secondo lui non avrei potuto essere in grado di scrivere.

***

Dunque, nella mia solitudine (alla quale ormai mi ero abituata, per tutti quei viaggi con Teo), ho continuato a far girare il Golem, senza fare altre modifiche, perché non mi veniva in mente niente di nuovo – o forse perché, da un bel po’ a corto di lezioncine, non avevo altro da aggiungere. Ogni tanto mettevo in pausa per verificare che stesse funzionando. Tutto regolare: i primi AMT, i complessi di AMT, gli AMT che si riproducevano di più per via del coefficiente, e alla fine i grandi organismi che si muovevano e divoravano gli immobili… Ma niente di nuovo per i primi minuti. Allora ho accelerato la velocità, l’ho fatto andare ancora per un bel po’ e l’ho rimesso in pausa. Nulla sembrava cambiato, come se la situazione avesse raggiunto un equilibrio, a prescindere dallo spazio disponibile. L’ho fatto ripartire variando la velocità, per godermi almeno lo spettacolo cromatico.
Allora mi sono accorta delle grandi macchie che si avvicinavano a quelle piccole e, invece di smembrarle per prenderne gli elementi, finivano per circondarle, lasciandole così com’erano. Insomma, alcuni organismi avevano iniziato a “inglobare” altri organismi invece di mangiarli. Ho continuato a osservare, rallentando la velocità di esecuzione, fino a rendermi conto che gli organismi che tenevano intere le loro prede invece che mangiarle erano proprio quelli che si riproducevano di più. Ma non tutti; allora ho controllato quale assimilazione si rivelava più efficace: era quella verso gli organismi che avevano il più alto coefficiente di copia. Assimilandoli, finivano per assimilare la loro migliore capacità di riproduzione e quindi beneficiarne. Ma quale poteva essere un paragone con la realtà naturale? Ho provato a rivangare qualche insegnamento di Alex, e alla fine ho trovato la soluzione.
Quella sera l’ho invitato a cena. Sembrerà che fosse per sbattergli in faccia le mie scoperte, ma era solo per fare pace. A meno che, come ho scritto fin dall’inizio, non lo sapessi inconsciamente, come sarebbe finita fra noi due. Allora l’ho invitato perché io mettessi le carte allo scoperto così che lo facesse anche lui? Eppure, per l’occasione, ho comprato pure una lampada a forma di candela. Ma a che pensavo?
Fatto sta che, quella sera, davanti a quella patetica lampadina, mangiavamo nell’imbarazzo di evitare di parlare dell’elefante nella stanza, che in quel caso eravamo io, lui e quel che c’era stato fra di noi. Ci siamo persi in chiacchiere di circostanza, finché non mi ha domandato come stava andando col Golem. O almeno così ho interpretato il suo «Stai lavorando a qualcosa di particolare, in questi giorni?» Non penso di aver frainteso; ma, anche se fosse, non devo certo giustificarmi. È colpa mia, quello che è successo dopo?
Gli ho raccontato degli organismi assimilati. E lui, incredibile a dirsi, neanche capiva.
«Ma ti rendi conto?» gli ho detto fra un boccone e l’altro di gelato. «Corpi assimilati in altri corpi. Corpi di cui vengono sfruttate le capacità.»
«Parassitosi?» ha suggerito stancamente.
«Ma no» gli ho risposto. «I mitocondri.»
Mi ha guardato in silenzio, poi mi è parso che gli si illuminasse mano a mano lo sguardo mentre gli spiegavo.
«Come i miei organismi hanno assimilato i più piccoli con maggiori capacità riproduttive, sulla Terra le cellule più grandi hanno assimilato i batteri per le loro capacità di produrre energia, e poi questi sono rimasti imprigionati, con il loro DNA, per centinaia di milioni di anni, fino ad oggi. E non è inevitabile, non è chimico. Non è come la formazione di composti complessi che si riproducono, che siano cristalli o RNA o virus o quello che ti pare. Non è così semplice come nel mio Golem. Ecco perché non è riuscito niente in quell’esperimento, ecco perché non siamo circondati da alieni: perché la nascita della vita più elementare è banale, è ovvia, è praticamente meccanico per questioni di chimica, e magari c’è ovunque nell’Universo; ma, affinché si evolva, c’è bisogno di un elemento casuale raro, difficile a verificarsi, che è successo solo qui, e non su Marte o su Alpha Centauri. E sono i mitocondri, Alex. I mitocondri. La nostra fortuna è stata avere dei progenitori che ingoiavano le vittime intere e le facevano vivere all’interno del proprio organismo. E non è un processo inevitabile: è proprio una rarità. È la nostra rarità.»
È rimasto in silenzio, la luce negli occhi mi è parsa spegnersi più rapidamente di come gli si fosse accesa.
Ho continuato: «Potremmo essere anche soli, nell’Universo, capisci? Magari non solo ho scoperto l’origine della vita, ma anche perché sembra essere solo qui. Quella storia di Fermi, no?»
Ha sbuffato, si è alzato. Gli ho detto: «Scusami, è il tuo campo, certo, ma è successo, e… torna.» Lo stavo quasi implorando, un po’ anche mentendo; mi servivano le sue lezioni di biologia, mi serviva quello che mi dava, lo stimolo a cercare, a provare. «Torna da me.»
Mi ha detto: «Devo andare da Teo. Dobbiamo preparare le domande per chiedere all’Università di finanziare la nostra ricerca.»
«A quest’ora, dovete prepararle? Rimani.»
«Non ce la faccio.»
«Ho esagerato?» Cercavo di venirgli incontro.
«No, no, ho sbagliato io.»
«Cosa ha sbagliato?»
«A venire al Jolly.»
Ero allibita. «Ma stai scherzando? E tutto questo?» Ho allargato le braccia per coinvolgere tutta la casa. «I mesi che abbiamo passato insieme? Io?»
«Non funziona.»
«Ma sì, che funziona! Non capisci che se non ci fossimo incontrati io quasi sicuramente non avrei creato il Golem? E non mi sarebbe nemmeno mai venuto in mente dei mitocondri. È stato grazie a te.»
Ha sbuffato di nuovo, si è diretto verso la porta.
«Non andartene, noi funzioniamo insieme.»
«No, che non funzioniamo.»
«Ma non vedi? Uniamo le nostre menti e abbiamo delle idee.»
«Non può funzionare.»
«Perché no?»
«Teo.»
«Può aspettare. Perché non possiamo funzionare?»
«Teo.»
«“Teo” cosa?»
«Teo.»
Sono rimasta in silenzio a guardarlo, e lui non aveva neanche la forza di alzare gli occhi da terra. Alla fine c’è riuscito, ha detto «E comunque ci hanno già pensato, non sei la prima» e se n’è andato, lasciandomi al tavolo con le coppe di gelato mezze vuote.
Sono andata a controllare, cercando su internet tutte le combinazioni possibili con i termini “mitocondri”, “origine vita”, “paradosso Fermi”. Perché non l’avessi fatto prima, non lo so.
Subito dopo ho chiamato Angela e l’ho usata per sfogarmi come faccio da anni. Le ho raccontato come se n’era andato Alex: nemmeno lei l’aveva capito, nemmeno lei.
Dovevo sentirmi presa in giro? Lui ci aveva provato, quella sera al Jolly, ma c’è stato poco da fare. Non che mi ci senta io, in colpa, per il tempo che gli ho fatto perdere. È che, anche se non credo di averlo mai amato, non vuol dire che in qualche modo non ci tenessi, a lui.
Ecco. Altro che trattato di biologia, altro che saggio di informatica: questa è autoanalisi.

***

Dal giorno seguente ho iniziato a scrivere questo testo; un mese dopo, eccomi al capitolo conclusivo.
Alex, da allora, l’ho rivisto solo un paio di volte: si è preso tutte le sue cose, mi ha ridato le chiavi e mi ha portato la ricerca che collega l’assimilazione dei mitocondri allo sviluppo della vita. E allora? Io ho avuto un’idea, e l’ho fatto da sola: se altri ci sono riusciti prima di me, meglio per loro. Non ho mica chiesto il Nobel.
D’altronde, non credo nemmeno di meritarmelo, visto che non avevo capito neanche con chi avevo deciso di andare a vivere. E forse non capisco neanche me stessa, dato che dopo più di cinquemila parole non mi è ancora chiaro se sono un genio, un’illusa o solo una ragazza che ha avuto una buona idea, una volta tanto.
Secondo voi?




Potete leggere gli altri miei racconti qui, e ne approfitto per invitarvi a seguirmi su Facebook e su Twitter, se già non l’avete fatto.

Al prossimo racconto!

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2 Replies to ““AMT” – Racconto”

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