“Female man”, di Joanna Russ

Ho finito qualche giorno fa Female Man, di Joanna Russ.
E questa volta, davvero, non è una recensione – anche se per comodità la chiamerò così.

Andiamo a leggere cosa ho da dire, se davvero non voglio fare una recensione.

Trama

Non c’è. Semplicemente, non vi è un problema da risolvere, un’avventura da vivere, delle prove da superare. Fortunatamente, l’interesse del libro è altrove: nell’incontro di quattro donne provenienti da quattro realtà differenti.

Personaggi

Ecco, dicevamo: il libro è qui.
Tutto ciò che leggiamo è l’intreccio delle vite di quattro donne:

  • Joanna, l’autrice. Voce narrante (tranne quando abdicherà, verso la fine, per cedere il posto alle sue compagne), è una donna del nostro mondo, contemporanea alla stesura del romanzo – cioè, anni ’60/’70.
  • Jeannine, contemporanea di Joanna, viene però da un universo parallelo che non è mai uscito dalla crisi del ’29 e non ha mai dato inizio alla Seconda Guerra Mondiale; la condizione (di vita e di atteggiamento mentale) delle donne è rimasta quella di inizio secolo.
  • Janet viene da Whileaway, un mondo parallelo e/o futuro in cui tutti gli uomini sono stati decimati da generazioni da un non meglio precisato morbo, e  l’umanità è composta unicamente da donne.
  • Jael abita in un ulteriore universo parallelo/futuro in cui uomini e donne sono divisi in due nazioni distinte, in guerra fra di loro.

Ecco quindi che sui personaggi si costruiscono i pochi eventi: Janet, con tecnologie che non ci vengono neanche spiegate, fa visita per una missione di esplorazione al mondo di Joanna; nel viaggio, si trascina dietro accidentalmente Jeannine; le tre donne, con una tecnologia apparentemente simile quanto altrettanto vaga, saranno portate da Jael nel suo mondo.

Del perché questa non è una recensione

Questa non è una recensione perché questo libro è un manifesto del femminismo, è una bibbia dei diritti delle donne, è un saggio sulle conseguenze del maschilismo. Ed io, semplicemente, non sono preparato ad affrontare adeguatamente l’argomento, che meriterebbe pagine e pagine, nonché vaste conoscenze sociologiche, politiche e filosofiche che di certo al momento non possiedo.
Il che peraltro mi pone in una posizione molto sfavorevole nei confronti della prossima recensione che farò, dato che ora sto leggendo La mano sinistra delle tenebre di Ursula Le Guin.

Ma prima di sperticarmi in ulteriori lodi a Female Man, un paio di appunti su quelle uniche cose sulle quali potrei fare appunti.

Sulla forma e sull’equilibrio

Il libro è diviso in nove parti, ognuna delle quali è a sua volta suddivisa in capitoli, lunghi dalla decine di pagine a, addirittura, una singola riga. E fin qui tutto bene, perché Russ cavalca ben salda sulla sella del suo sperimentalismo, riuscendo benissimo a gestire questa disomogeneità di durate, tanto quanto quella delle voci. Su queste ultime, forse, a volte si lascia esageratamente sul vago e non è sempre facile capire chi sta parlando, quando e dove – ma potrei anche aver letto con meno attenzione alcune pagine rispetto ad altre.
L’unico momento in cui mi è sembrata perdere il controllo è all’introduzione del personaggio di Jael: non tanto perché la fumosità della tecnologia usata e il simbolismo del linguaggio rendono quel paio di pagine quasi incomprensibili, quanto perché il personaggio stesso di Jael mi sembra venga introdotto davvero troppo tardi – ben oltre i tre quarti del libro. Inoltre, è l’unico a compiere una qualche sorta di azione drammatica, e mi sembra che il tutto risolva un po’ troppo velocemente il libro.
Ovviamente queste sensazioni personali non inficiano il fatto che il complessissimo volume sia egregiamente costruito.

Sulla traduzione

Sì, tradurre questo libro deve essere stato una fatica immane.
No, non ho letto l’originale quindi non posso fare paragoni.
Però, ecco, leggere “giocatore di Kabuki” è stata una pugnalata al cuore. Davvero.

Il capitolo finale

Dacché ho deciso di non parlare del libro in sé per manifesta ignoranza, vorrei concentrarmi su un aspetto che, a cercare recensioni per il web, mi sembra non sia stato toccato abbastanza: il finale.
Ora, come ripeto, questo non è un libro convenzionale, non ha una trama, uno svolgimento, un mistero da risolvere: quindi, dicendovi cosa c’è scritto nelle ultime pagine, non vi rovinerò di certo la lettura. Siete comunque liberi di saltare il mio prossimo paragrafo, se proprio volete.

Nelle ultime pagine, dopo aver fatto parlare le altre protagoniste, Joanna riprende finalmente la parola e fa qualcosa di unico e stupefacente: un congedo dai suoi personaggi e dal suo stesso libro. Quello che leggiamo nell’ultimo capitolo è un saluto al suo “piccolo libro”, lasciato finalmente libero di diffondersi nel mondo, ma anche una preghiera affinché il libro finisca nelle mani e nelle menti di chi potrà capirne il messaggio; ed è un saluto al lettore, una richiesta di comprensione, un ringraziamente della pazienza e delle sentite scuse in caso di procurata noia.
Sono le pagine più commoventi, sentite e sincere che uno scrittore abbia mai prodotto al riguardo dei libri, dei lettori e della letteratura tutta; e sono davvero sconcertato dal fatto che Female Man venga (giustamente) ricordato per il suo importantissimo messaggio politico ma non per questo accorato appello/commiato conclusivo, vetta finale in chiusura di uno splendido non-romanzo sulle donne, sulla Donna.

Giudizio finale

Leggetelo. Basta.

Vivi allegramente, piccolo libro-figlia, anche se io non posso e noi non possiamo: declama te stesso a tutte quelle che ascolteranno; rimani fiducioso e saggio.

(Qualche riga prima della parola FINE.)

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