Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 4, Seconda parte

Eccoci finalmente alla conclusione di Le presenze invisibili, l’integrale della narrativa breve di Philip Dick. Oggi la seconda e ultima parte del quarto e ultimo volume.

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Come sempre: Titolo italiano [eventuale/i altro/i titolo/i italiano/i in altra edizione] (Titolo Originale)

La fede dei nostri padri (Faith of Our Fathers)

Siamo in un mondo dove una guerra ha visto vincere l’Asia sull’America, portando il Partito a governare mezzo pianeta. Chien, funzionario del Ministero, viene in contatto da una parte con Darius Pethel, che porta avanti un programma di propaganda giovanile sulla costa americana; dall’altra con un gruppo di persone che vogliono svelare l’inganno dietro la figura dell’Assoluto Benefattore del Popolo.
Un racconto ben oltre i confini del metafisico, dove la paranoia e la percezione distorta della realtà si avvicinano all’idea di Dio: ma quale dio? Che dio vediamo, quando lo vediamo? qual è la sua vera natura? Invero un po’ confusionario, visto anche che di certo Dick si stava interrogando su questi temi e non aveva alcuna risposta valida; il problema principale è più nel fnale particolarmente debole. Impossibile, comunque, non vedervi i prodromi del ben più riuscito Valis.

Legatura in pelle (Not By Its Cover)

Qualcosa di strano succede all’editore marziano Obelisk: il testo di alcuni libri subisce delle modifiche, e il responsabile pare essere la pelle della rilegatura.
Torna il wub che avevamo visto nella prima parte del primo volume, e torna con tutte le sue meditazioni filosofiche… ma stavolta post-mortem. Il racconto evita la facile ironia per offrire invece un brevissimo momento di riflessione teologica, che porta al non scontato finale.

Il racconto che mette fine a tutti i racconti (The Story to End All Stories for Harlan Ellison’s Antology DANGEROUS VISIONS)

Sono sei righe, non posso riassumerle. Francamente ho dei grossi problemi anche a recensirle: cos’ho letto? Probabile che questa sequela di immagini surreali abbia qualche significato simbolico, che però mi sfugge. O forse Dick era solo imbottito di allucinogeni, non so.

Le formiche elettriche [La formica elettrica] (The Electric Ant)

Garson Poole, alla guida di un’importante azienda, ha un incidente: la conseguenza più grave è che, in ospedale, scopre di essere una “formica elettrica”, cioè un androide. Cosa fare, dunque? Provare ad aprirsi e capire dove risiede il meccanismo di percezione della realtà, per poter modificare il mondo esterno.
Puro Dick, che accosta il tema dell’identità (chi è androide? chi è uomo? E se l’uomo non sa di essere androide?) a quello della percezione della realtà (esiste solo ciò che percepiamo noi o anche quello che percepiscono gli altri? Ma che cos’è davvero la realtà? cosa la definisce?). Le domande rimangono forse irrisolte, ma a noi resta un desolante, definitivo finale.

Cadbury, il castoro scarso (Cadbury, the Beaver Who Lacked)

Il signor Cadbury è un castoro. Si guadagna onestamente da vivere rosicchiando tronchi, e vive fra l’ossessione di guadagnare fisches azzurre e l’opprimente convivenza con la dispotica moglie. Ma un giorno, con un messaggio trascinato dalla corrente del fiume, conosce una certa Carol Stickyfoot.
Lo so che a leggere la trama sembra una boiata, ma ho trovato questo racconto straordinario. È, ovviamente, un’enorme parabola della vita privata dello stesso Dick: una metafora che saprei analizzare senza dubbio meglio se, per l’appunto, conoscessi più dettagliatamente la biografia dell’autore. Ma anche senza saperne tutto, appare più che evidente che questo testo non è altro che un’operazione di scavo psicologico di Dick attraverso le figure femminili della sua vita, che finiscono per incarnarsi negli archetipi dell’Amante, la Madre e la Figlia; un’operazione che gli permette di trovare uno scopo, un ruolo, una propria identità che separi i proprio bisogni da quelli degli altri, che dia dignità alla propria persona e al proprio lavoro. Narrativamente non dà nulla, ma, per chi è interessato alla biografia e all’aspetto umano di Dick, Cadbury il castoro scarso è un testo imprescindibile.

Le pre-persone (The Pre-Person)

Siamo in un’America futura dove la legge per l’aborto è stata estesa a dopo la nascita: la burocrazia, in accordo con la teologia, ha infatti stabilito che l’anima entra nel corpo umano a dodici anni. Prima di questa età, si è solo delle pre-persone e si può essere ancora abortiti, se non desiderati. Qualcuno vuole ribellarsi.
Ecco un esempio lampante, come mi capitano di rado, di racconti con la cui ideologia non sono affatto d’accordo, ma di cui non posso mettere in discussione il valore letterario. Nonostante Dick porti ad un paradossale estremo l’idea del feto come essere senziente, di fatto spostando il concetto di embrione fino ai dodici anni e addossando la colpa alle “donne castranti” (deformando quindi la discussione sull’aborto in maniera abbastanza fallace – ma non è questa la sede per parlarne), il racconto dipinge un mondo suggestivo, decadente, dove la pratica di liberarsi dei bambini è comune mentre gli accalappiacani sembrano moralmente inconcepibili, dove teologia e pratica legale si mescolano, dove i singoli, tanto per cambiare, sono impotenti davanti alla legge. Un racconto sempre attuale, che non può che stimolare la discussione sul tema, indipendentemente da quanto si sia d’accordo o meno con le idee che vi sono espresse.

Qualcosa per noi temponauti [Noi temponauti / Temponauti] (A Little Something for Us Temponauts)

Addison Doug è tornato con i suoi due compagni dal viaggio nel tempo, verso il futuro… Anzi, no. C’è stato un problema, e sono morti al rientro quando la nave è esplosa. Si sono materializzati durante il cosiddetto Tempo di Emergenza, e assisteranno ai propri funerali. Ma cosa è successo veramente?
Non mi aspettavo, da Dick, di farmi sorprendere con un paradosso temporale. Soprattutto, non pensavo che un classico paradosso temporale potesse essere ancora più ingarbugliato, grazie alla geniale idea del Tempo di Emergenza. Se ci mettiamo i riferimenti alla lotta USA/Russia per la conquista dello spazio, e un’atmosfera e un protagonista di sapore un po’ pre-ballardiano, non posso che promuovere a pieni voti questo racconto.

L’occhio della Sibilla (The Eye of the Sybil)

Philos Diktos di Tiana, nella Repubblica Romana di duemila anni fa, ci parla del giorno in cui scoprì come faceva la Sibilla Cumana a prevedere il futuro. E Dick ci parla della sua vita.
In questa breve visione, alla vita dell’antico romano (dal nome chiaramente non casuale) si sovrappone quella dell’autore, in un tentativo di autointerpretazione degli eventi del ’74. Sapere che Dick era davvero convinto di trovarsi in quel periodo e che il tempo sia solo un’illusione, è necessario per poter apprezzare la lettura di un racconto del genere – anche se al riguardo Dick ha sicuramente fatto di meglio, primo su tutti Valis.

Il giorno che il signor Computer uscì di testa (The Day Mr. Computer Fell out of Its Tree)

Tutto il mondo è governato dal Signor Computer, che comanda gli spazi pubblici come gli arredamenti delle case private. Ogni tanto, però, il Signor Computer va fuori di testa e bisogna svegliare dal suo sonno sotterraneo il direttore del Servizio Mondiale Salute Mentale, Joan Simpson.
Un breve racconto surreale in cui Dick propone di nuovo frammenti della propria vita (il negozio di dischi, ma anche la ragazza dai capelli scuri, probabilmente), ma di cui non ho saputo afferrare alcun significato profondo. Anche questo, quindi, meno riuscito dei precedenti: forse l’autore era giunto a una saturazione dell’argomento?

L’ultimo test (The Exit Door Leads In)

Bob Bibleman, mentre acquista un hamburger da un robot, viene sorteggiato in una lotteria il cui premio è essere trascinati a forza nel College, una prestigiosa quanto misteriosa accademia militare. Cosa deve fare?
Il pregio di questo racconto è saper mescolare tutti i temi cari all’autore per farne uscire fuori un poutpurri di puro “dickismo”, fra complotti, governi oppressori, robot irrazionali e filosofia greca, riuscendo a condire il tutto con la giusta dose di ironia. Mi sembra comunque che gli manchi qualcosa, come se fosse troppo breve o l’intera struttura non fosse sufficientemente coesa. Il vergognoso adattamento del titolo in italiano è un imbarazzante anticipo del buon (benché retorico) finale.

Il caso Rautavaara (Rautavaara’s Case)

Un’astronave viene colpita da dei detriti e i tre occupanti muoiono. Il cervello di Agneta Rautavaara, però, viene riportato in attività dagli incorporei abitanti di Proxima, che si trovavano nelle vicinanze. Nel sogno monitorato che ne segue, appare nientemeno che il Cristo.
In realtà mi sfugge la natura di questo racconto: se vuole essere ironico, non ci riesce; se vuole essere seriamente teologico, lo fa molto, ma molto meno di quanto potrebbe realmente (e male). L’idea di base sarebbe geniale, ma è condotta troppo rapidamente e dopo il frettoloso finale non rimane nulla. Peccato.

Spero di arrivare presto (I Hope I Shall Arrive Soon)

Victor Kemmings è in animazione sospesa su una nave che lo porterà, fra dieci anni, su un altro pianeta; ma il congelamento non funziona bene e il suo cervello è ancora attivo. Per evitare la privazione sensoriale, l’intelligenza artificiale che governa la nave decide di far rivivere a Victor i suoi ricordi: pessima idea, quando un uomo è ossessionato dal senso di colpa.
L’unico racconto di Dick che avevo già letto, nell’antologia Il grande libro della fantascienza di Playboy.
Un racconto che di nuovo propone spunti autobiografici (la storia della puntura dell’ape liberata dalla ragnatela c’è già in L’occhio della sibilla) e che si concentra molto sul senso di colpa e sulla responsabilità nei confronti degli altri esseri viventi. Molto riuscito dal punto di vista narrativo, dall’inizio alla fine, anche se gli spunti di riflessione rimangono meno approfonditi di quanto meritassero.

Catene d’aria, ragnatela d’etere (Chains of Air, Web of Aether)

McVane vive in un cupola sul pianeta CY30 II, dove svolge una noiosa attività di controllo delle apparecchiature. La sua vicina di cupola, malata di sclerosi, lentamente si insinua nella sua vita e lo prosciuga.
Sono sicurissimo di aver già letto questo racconto, ma non so dove. Per quanto riesca egregiamente a rendere la sensazione di oppressione di McVane (nei confronti del pianeta, quanto della sua vicina), il racconto lascia comunque insoddisfatti, per una generale mancanza di scopo e significato, e per l’estrema debolezza del finale non-finale. Peccato, perché la premessa e lo stile erano ottimi.

La mente aliena (The Alien Mind)

Bedford viaggia con la sua astronave verso Meknos III per portare dei vaccini; suo compagno di viaggio, il gatto Norman. Quando qualcosa col felino va storto, le conseguenze all’arrivo sul pianeta saranno imprevedibili.
Breve racconto leggero e disimpegnato, ma non per questo meno efficace: anzi, sorprende e strania nel finale, impaccabile nel lasciare al lettore i compito di trarre le conslusioni, nonché le ipotesi sul destino di Bedford e sulla logica meknosiana. Ottimo.

Strani ricordi di morte (Strange Memories of Death)

Il protagonista abita in un condominio, dove la sua vicina un po’ svitata (nota a tutti gli inquilini come “la signora del Lysol”) sta per essere sfrattata; a questa vicenda si sovrappone il ricordo slegato di una ex compagna.
Probabile, ennesimo e definitivo strumento di autoanalisi, non ha alcuna struttura narrativa, né eventi, né – soprattuto e purtroppo – niente di interessante da dire. Il delirio di un uomo, peraltro antipatico e prolisso, che in fondo non ha nulla di pregnante da comunicare. Come chiusura della carriera nella letteratura breve, andiamo davvero male, malissimo.

Concludono il volume le solite Note ai racconti dell’autore stesso. I dettagli più interessanti riguardano innanzitutto I seguaci di Mercer, con il quale Dick stesso ammette di aver meglio approfondito il tema religioso di quanto non abbia fatto poi in seguito con Ma gli androidi sognano pecore elettriche? / Il cacciatore di androidi, che dal racconto trae un’importante sottotrama (totalmente cassata in Blade Runner). Dick ricorda poi che, per Le pre-persone, ricevette ua lettera d’odio («la lettera più cattiva che abbia mai ricevuto») nientemeno che da Joanna Russ, autrice di Female Man di cui avevo parlato. Dick giustamente difende il suo diritto ad avere un’opinione sull’aborto, ma personalmente ho il sospetto che Joann Russ si lamentasse più che altro della giustificazione che lui ha dato nel racconto, cioè con la discutibilissima teoria della “donna castrante”; magari non si è spiegata lei, o la mia è solo un’impressione.


Qui si conclude il mio viaggio nei racconti brevi e lunghi di Philip K. Dick.
È stato un viaggio lungo e con alti (alcuni), bassi (alcuni) e medi (molti). Posso dire, ora, che preferisco il Dick dei romanzi, benché né abbia letti pochi: mi pare che in molti, troppi dei suoi racconti manchi lo spirito della narrativa breve, la scintilla che fa sì che questa dimensione sia quella in cui tradizionalmente la fantascienza si esprime al suo meglio – vedasi Ballard, che continuo a preferire in questo frangente.
Strano, dunque, ma questo è l’effetto che mi ha fatto.

Di seguito, il resto delle mie recensioni dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick:

  1. Primo volume – prima parte / seconda parte
  2. Secondo volume – prima parte / seconda parte
  3. Terzo volume – prima parte / seconda parte
  4. Quarto volume – prima parte / seconda parte (questo post)

Buona lettura!

 

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