“Anthem” (“Antifona”), di Ayn Rand

Fatemi dire qualcosa di destra, ogni tanto: oggi ci buttiamo in politica col romanzo breve di Ayn Rand Anthem, edito in Italia come Antifona (o La vita è nostra, nella prima edizione, suppongo sostanzialmente introvabile).
In inglese i diritti sono scaduti, quindi si può liberamente scaricare – ad esempio da questa pagina del Progetto Gutenberg.

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Trama

Ci troviamo in una distopia nella quale ogni persona viene cresciuta in comunità, vive per la comunità e si identifica nella comunità. Equality 7-2521, il nostro protagonista, viene assegnato dal Consiglio della Vocazione al ruolo di Spazzino; ruolo che sta ben stretto ad una mente particolarmente brillante come la sua. Non tarda infatti ad avventurarsi in luoghi inesplorati che risalgono ai Tempi Innominabili, e la scoperta del mondo che è stato va di pari passo con quella di se stesso.

Le parole sono importanti (cit. dovuta per par condicio)

La più evidente caratteristica di quest’opera, che spiazza in qualsiasi lingua la leggiate, è l’uso dei pronomi: non esiste infatti alcun singolare per le persone. Il protagonista si riferisce a se stesso come “noi”, a un amico come “loro”, ed “esse” è la ragazza che incontra durante il suo lavoro. Quest’utilizzo straniante della lingua è un riflesso della società in cui Equality 7-2521: una società dove l’individualità non esiste, dove l’unico bene è quello della comunità, dove ognuno è tutti; come l’iniziativa privata è abolita, così è abolito il pronome più privato di tutti: io. Per le implicazioni filosofico-politiche si rimanda al paragrafo successivo.

Rimanendo ancora per poco a parlare della lingua, va sottolineato come lo stile sia, in verità, un po’ pesante: non tanto prolisso o ripetitivo, quanto spesso solenne, quasi altisonante, trasudando un orgoglio perfettamente coerente col messaggio che si vuole lanciare, ma a volte risultando in frasi quasi zavorrate dalle loro stesse parole.
Se non altro, il libro ha il pregio della brevità, dovuta non alla fretta ma all’accurata concisione e alla fortunata assenza di futili elementi di decoro.
L’unico lato negativo è che ora ho dei timori per quando (e se) riuscirò ad approcciarmi a La rivolta di Atlante… Ma vedremo.

La politica, dicevamo

No, non mi ci metto a spiegarvi chi è Ayn Rand e cos’è l’Oggettivismo. Potete farvene un’idea – molto generale e approssimativa – leggendo la pagina su Wikipedia.
Ciò detto, è evidente come il libro abbia innanzitutto un intento dichiaratamente politico, nel presentare una società dove il collettivismo si è evoluto nella negazione dell’individuo a discapito della società: come detto mentre si parlava della lingua, non esiste l’iniziativa privata, e qualsiasi azione è finalizzata al bene della comunità; i desideri personali sono repressi in favore dell’asservimento al ruolo prestabilito nella società.
Questa situazione distopica è presentata da Ayn Rand proprio per mostrarci il valore dell’iniziativa singola, della libertà di essere, di affermarsi e ricercare la propria felicità, libertà individuale incarnata dalla possibilità di potersi definire “io” rispetto agli altri, il tutto in contrapposizione gli ideali comunisti.

Per un approfondimento (leggasi: un breve saggio di valore infinitamente superiore a questa stringata recensione), vi invito calorosamente a leggere l’introduzione all’edizione moderna del 2003, ad opera di Gianfranco de Turris: Una antiutopia individualista. È lunga, ma ne vale la pena.
Sperando che la leggiate davvero tutta, ne riporto intanto un paio di paragrafi:

Nella introduzione alla seconda edizione rivista del romanzo (1946), l’autrice fa un’osservazione di estremo interesse e attualità: “Alcuni mi hanno detto che sono stata ingiusta nei confronti degli ideali del collettivismo; questo non era, hanno detto, quel che il collettivismo proclama o si propone; i collettivisti non intendono né sostengono cose del genere; nessuno le sostiene”. Le stesse, identiche giustificazioni di coloro i quali, allorché cose che pur si sapevano furono sistematizzate da alcuni storici francesi ex comunisti ne Il Libro nero del comunismo (Mondadori, 1999) dove si stimava in circa cento milioni i morti causati dal tentativo di mettere in pratica le teorie di Marx, affermarono che in fondo tutto era stato fatto “a fin di bene”, “per una buona causa”… Non rendendosi conto che in tal modo non assolvevano un bel nulla, anzi aggravavano le colpe dei comunisti: se si imprigiona, tortura e uccide per fare il bene di tutti, di “noi” appunto, si è parecchio più colpevoli di coloro i quali imprigionano, torturano ed uccidono per un personale tornaconto o pura malvagità.
Nel 1937, quando Anthem venne scritto, il comunismo sovietico veniva considerato – rispetto a fascismo e nazismo – come un regime “umano” e “umanitario” il cui scopo era far trionfare la libertà e l’amicizia dei popoli, il bene e la giustizia interne, contro gli sfruttatori e gli imperialisti per la pace e la democrazia, al punto da affascinare l’intellighenzia delle nazioni occidentali sino a spingerla a difendere quasi aprioristicamente i regimi di sinistra. La posizione degli intellettuali progressisti, soprattutto americani e inglesi, è nota nei confronti non solo dell’URSS stalinista, ma anche dei governi del Fronte Popolare sia in Spagna che in Francia. Erano gli anni che la Rand definisce “il decennio rosso”, quando, come ricorda Alessandro Laganà, “a causa del suo ormai noto anticomunismo vengono precluse alla scrittrice tutte le possibilità di successo e quasi di sopravvivenza”, sino a costringerla a pubblicare Anthem con un editore londinese, Cassell. Questo – è bene ricordarlo – negli Stati Uniti, quelli del New Deal rooseveltiano!

Ad ogni modo, il miglior commento possibile (e l’unica risposta accettabile) ad Ayn Rand viene da Nancy Kress con Mendicanti di Spagna: si può essere felici solo se è felice anche la società in cui si è calati. Non perdetevi neanche quello.

Giudizio finale

Il libro merita senz’altro la lettura, visto anche che – come già detto – in inglese è liberamente e legalmente disponibile, ed oltretutto le dimensioni davvero contenute rendono più sopportabile una prosa altrimenti un po’ farraginosa. Ma possiamo tranquillamente soprassedere allo stile e una certa mancanza di verve nelle vicende narrate, dati gli spunti di riflessione, che, come abbiamo visto, sono tanti e di così grande importanza.

Buona lettura!

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