“Elysium”, di Jennifer Marie Brissett

Torniamo a Zona 42, stavolta però dedicandoci alla parte internazionale del loro catalogo: l’eccezionale Elysium, di Jennifer Marie Brissett.

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Di che parla

Ecco, questa parte potrebbe essere molto difficile.
Quello che leggiamo in Elysium è un susseguirsi di storie: i protagonisti sono sempre una coppia di personaggi, i cui nomi sono variazioni di Antoine/Anthony/ecc e Adrian/Adrienne/ecc, di cui cambiano il sesso e l’età, e di cui muta il rapporto reciproco. Questo, però, è sempre un rapporto d’amore: di una coppia etero, di una coppia gay, di un genitore verso il figlio e viceversa…
Fra una storia e l’altra – e talvolta anche all’interno delle stesse – delle righe di codice, e il continuo riferimento a un “programma ponte”: bastano poche pagine per capire che quello che stiamo leggendo è il tentativo maldestro, da parte di un qualche software, di ricostruire la storia di questi due personaggi.
Ma chi sono? Cos’è questo computer? Qual è la verità?

Struttura, equilibrio, stile, e bla bla bla

Come si deduce dalla sottospecie di trama qui sopra, la struttura del romanzo è particolare: è infatti un libro costituito da una serie di racconti slegati fra di loro, ognuno che vive di vita propria e che, soprattutto, non tornano (più o meno) mai a ripresentarsi (identici) al lettore. È proprio quest’ultimo un pregio notevole di Elysium: diciamocelo, un romanzo formato da racconti che si intersecano, in cui personaggi e situazioni ritornano ciclicamente, dal punto di vista dell’equilibrio sarebbe di realizzazione ben più semplice; qui abbiamo invece delle storie che devono essere sufficientemente lunghe e approfondite da poter essere considerate a sé stante, ma non troppo perché qualcuna prenda il sopravvento o perché se ne rimpianga la conclusione troppo rapida. Un compito arduo, quello che si è preposta Brissett, ma portato egregiamente a termine.
Come è data l’unità? Be’, è pur vero che le storie e i protagonisti non ritornano, ma questo non vuol dire che manchino i rimandi: immagini, situazioni archetipiche, a volte interi stralci di frasi, riemergono prima o dopo, e racconti distanti decenni sembrano riproporsi in un gioco di specchi nei quali non si riflettono mai del tutto, ma sempre in maniera riconoscibile.
A evitare il caos aiuta un ritmo costante della narrazione, che sa alternare i pochi momenti di azione alle più frequenti riflessioni intime, evitando infodump, flashback e altri artifici narrativi di cui troppo spesso di rischia l’abuso. In aiuto corre anche un uso molto parsimonioso delle descrizioni, nelle quali Brissett indulge quel tanto che basta a tracciare un contorno visivo senza dilungarsi inutilmente.
Non sorprende, a fronte di questa costruzione solida e dello stile fluido, che l’abbia letto praticamente in quattro giorni – un risultato record per le mie tempistiche solite, soprattutto se raffrontate alle quasi 300 pagine di cui è composto (assolutamente non percepibili dall’ebook).

Postfazione e significato (e probabile mia stupidità)

Tento ora l’ardua impresa di esprimere una mia perplessità sul finale senza anticiparvene alcun dettaglio.
Dunque, al termine di questo fluire di vicende misteriosamente collegate, dopo l’ultima pagina arriva una postfazione in cui l’autrice stessa ci fornisce la chiave di lettura del romanzo. Per fare un esempio: è come se scrivessi un libro che ricalca la storia di Romeo e Giulietta, senza nominare mai né i protagonisti, né Montecchi e Capuleti, né Shakespeare, né Verona o il Regno Unito; ma, alla fine del libro, inserissi un capitolo con un riassunto di qualche riga della trama del dramma shakespeariano.
Mi chiedo: perché inserire una spiegazione così vitale in un capitolo a parte e far esclamare al lettore «Ah, ma allora è di questo, che parlava»? Non che questo possa scalfire l’impressione di aver letto un ottimo romanzo, ovviamente; ma rimane una scelta francamente inspiegabile. O sono il solo che non ci sarebbe mai arrivato, senza la postfazione? Dubbio più che lecito: sto scaricando sulla povera Brissett mancanze mie?
Certo, non è tanto sconvolgente quanto sapere che Elysium – questo romanzo apparentemente autoconclusivo e che non sembra avere altro da dire – è solo la prima parte di una trilogia.
Niente, non riesco a entrare nella testa di Brissett.

L’autrice (e la traduttrice)

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Jennifer Marie Brissett è interpretata da Whoopi Goldberg

Jennifer Marie Brisset è nata a Londra, è mezza giamaicana ma è cresciuta negli USA. Ha un Master in Scrittura Creativa e una laurea in Ingegneria Interdisciplinare (Ingegneria Elettrica con specializzazione in Arti Visive): poi è ovvio che una scrive un libro del genere.
Ha gestito per anni una libreria, e nel frattempo ha pubblicato una quindicina di racconti di qua e di là (qualcuno lo potete leggere qui – ovviamente in inglese).
Elysium è il primo romanzo, Eleusis sarà il secondo, e qualcosa mi dice che anche il terzo inizierà con la E. A parte questo, per il resto non se ne sa molto.

Martina Testa è la traduttrice, attualmente editor presso le Edizioni Sur dopo l’esperienza con minumum fax. È quella che ha tradotto (fra gli altri) La Strada e Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace e Ingannevole è il cuore sopra ogni cosa di J. T. Leroy, più molti altri.
Così, tanto per sottolineare come metà delle considerazioni fatte sullo stile del testo siano da attribuire anche a lei.

Giudizio finale

A parte l’incolmabile perplessità per la postfazione e quella (si spera invece soddisfatta) per il seguito, Elysium è e rimane un romanzo eccellente. Costruire un testo unitario e scorrevole pur essendo tutt’altro che leggero, utilizzando un patchwork di storie diverse ma uguali, è un vero tour de force che Jennifer Marie Brisset supera brillantemente, regalandoci un romanzo tanto snobbato dai premi (ha “solo” avuto una menzione speciale al Premio Philip K. Dick e un posto da finalista al Locus) quanto ovviamente dalla critica mainstream.
Non che tutto ciò possa sorprenderci, ormai.

Buona lettura!

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