Michele e l’aliante scomparso

Dopo l’ottimo La macchia, torno a recensire Maurizio Cometto, stavolta con il suo ultimo romanzo, finalista al Premio Odissea: Michele e l’aliante scomparso.

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Di cosa parla

(Copincollo spudoratamente dalla trama sul sito di Delos. Perché funziona.)
Un aliante giocattolo che sparisce in mezzo al cielo. Il richiamo di un rapace proveniente da un’altra dimensione. Pianti di bambini che si odono in fondo a una voragine dentro uno sgabuzzino. Cosa lega tutti questi fenomeni?
Solo la signora Lena lo sa. Lei vive nel retrobottega della sua ferramenta, e attraverso la tenda di perline spia la vita di Vallascosa. Conosce tutti i segreti del paese, molti dei quali riguardano proprio quel bambino, Michele.
Perché forse sarà lui a liberare Vallascosa dalla maledizione della “muta”, l’inquietante trasformazione a cui sono condannati tutti i bambini.

Aggiungo che questo libro, come specificato dall’autore stesso nell’introduzione, è il primo episodio di una trilogia in lavorazione. Quindi non ci rimanete male per il finale, ecco.

Stile, forma ecc.

Cominciamo a mettere le cose in chiaro: Michele e l’aliante scomparso è un libro davvero ben scritto – una trama originale, un ritmo sempre costante, una buona caratterizzazione dei personaggi. La lettura è sempre scorrevole, i colpi di scena si susseguono dando la giusta spinta a voltare la pagina, ma senza togliere il fiato o apparire eccessivi e forzati.
Ottime, poi, la descrizione di alcune immagini, dal punto di vista squisitamente “pittorico”: dai paesaggi al volo della poiana, dalla cascina in rovina all’efficacissima idea del citofono e della Voce Gracchiante (che in un certo senso ricordavano un po’ il Management di Càrnivale, e un po’ soprattutto The Lost Room).

Cos’è e cosa non è

Cedendo alla smania di classificare di cui non posso fare a meno, questo romanzo rientra in un ambito del fantastico piuttosto ampio, con suggestioni di realismo magico e vaghe riminiscenze fantascientifiche nell’idea degli universi paralleli. Per alcuni versi si avvicina a tematiche del fantasy, mantenendo comunque gli elementi sempre coerenti e razionali (a parte forse l’idea della luce dal cuore).
Più facile invece vederne l’inserimento nella definizione – sempre vaga e imprecisa – di young adult: è infatti una storia di formazione, che può parlare tanto bene ai giovani quanto egregiamente a chi è già adulto. Senza voler anticipare troppo: sono proprio la crescita, la maturazione e l’abbandono della spensieratezza della gioventù al centro dell’intero intreccio narrativo (sia in maniera diretta che più velatamente metaforica). In tal senso, la caratteristica migliore del romanzo è proprio il riuscitissimo “orrore di crescere” che pervade i poveri protagonisti, coinvolti nell’allegorica avventura verso l’età adulta. Qualcosa dal sapore bradburyano, in un certo senso.

Dico anche un difetto, sennò sembra che mi ha pagato

Un’imperfezione, nel libro, l’ho riscontrata. Uno dei personaggi, infatti, inizia abbastanza presto a scrivere la propria autobiografia, che si proporrà come flashback alternandosi ai capitoli che seguono le vicende di Michele in terza persona. Il punto è che la voce in prima persona dell’autobiografia e la voce in terza del narratore onnisciente sono stilisticamente molto vicine. Anzi, paradossalmente il narratore riporta più spesso discorsi in dialetto rispetto al personaggio narrante. Forse una differenziazione maggiore delle due voci avrebbe dato a questo romanzo un valore aggiunto per quanto riguarda l’accuratezza della realizzazione – che è comunque molto buona.

Conclusioni

Michele e l’aliante scomparso è senz’altro un’ottima lettura, che difficilmente può annoiare e che sa offrire qualche immagine malinconica sull’innocenza dei giovani e il terrore di giungere all’età adulta; potremo tirare le somme solo al termine della trilogia, ma l’inizio fa ben sperare.

 Buona lettura!

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