“Miele” – Racconto

Eccoci ad un nuovo racconto!

Stavolta abbiamo un giovane protagonista che, solo in casa, dovrà fuggire da un inaspettato incubo. Ma cos’è questa cosa che lo terrorizza inseguendolo per tutta casa e da cui non riesce a scappare?
Un incubo quasi allegorico che, per la sua vena vagamente orrorifica, non poteva non essere pubblicato proprio ad Halloween.
(No, in realtà poteva anche essere pubblicato un altro giorno, tanto io di horror non so nulla ed è successo tutto per caso. Ma il marketing è marketing.)

Il brano è classificabile come racconto breve, ma ciò non toglie che la sua lunghezza potrebbe renderne poco agevole la lettura direttamente sul blog: perciò (come già fatto per i racconti 18:23AMT) ho realizzato le versioni pdf, epub e mobi – riunite nell’archivio a questo link – perché possiate visualizzare Miele con la modalità che vi è più comoda.

Buona lettura!

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Miele

 

Dentro la cucina si riversa l’oro del tramonto, si mescola all’odore dolciastro che già mi devia senza che me ne renda ancora conto; alzando lo sguardo dal lavabo, vedo la macchia e penso prima che è un’ape, poi che è troppo grande: sarà una falena posata sul vetro della finestra, pelosa e scura, che magari mi osserva anche lei chiedendosi cosa sono. Mi avvicino e rimango sorpreso dall’errore di prospettiva: non è a pochi centimetri dal mio naso, ma una figura a molti metri da casa, una forma di cui deduco appena i contorni fra gli alberi dall’altra parte della strada, i dettagli inghiottiti dal crepuscolo. Il vetro si appanna un poco quando accosto il volto avvicinandomi per ricostruire meglio quell’immagine, dare una profondità alla sagoma scura contro lo sfondo, capire cosa è un ramo e cosa no. Mi sembra un uomo – un uomo particolarmente grande, certo, con indosso qualche vestito particolare, o uno zaino, un costume, magari qualche bagaglio ingombrante; forse due persone, una a fianco dell’altra, una sulle spalle dell’altra, una persona che si fa cavalcare dal figlio, o dal cane, in chissà quale gita domenicale fra i boschi finita accidentalmente nel nostro terreno. Il bicchiere d’acqua appena riempito in mano, mentre con la sinistra chiudo il rubinetto, mi chiedo se non dovrebbe risvegliarmi qualche sorta di timore, quella figura incerta oltre la carreggiata, sull’erba. Mano a mano che la vista si abitua alla penombra degli alberi, dovrei distinguerne meglio gli arti, la testa, il busto: ma la geometria di quell’apparizione rimane sfuggente, la linea frastagliata del suo profilo sembra cambiare a ogni divagazione dello sguardo; non ne colgo la testa, le gambe, le braccia.
La silenziosa vibrazione della notifica mi fa abbassare gli occhi verso la tasca, prendendo lo smartphone per leggere il messaggio appena arrivato mentre inspiro ancora e ancora quella fragranza appena più acida del solito profumo della casa; poi rialzo la testa per bere un altro sorso e la figura là fuori, in mezzo alla strada, si muove veloce verso il vetro, la sua contorta e imprevista natura rivelata a sufficienza perché il bicchiere mi cada andando in mille pezzi e la mano che lo teneva, raggiunta in un balzo la porta, la chiuda di scatto alle mie spalle mentre piombo nel corridoio nel tempo di mezzo respiro interrotto.

***

Sento la finestra sul lavandino frantumarsi al di là della porta della cucina, e il grido di paura soffocato si sfoga nei pugni che si stringono, le nocche bianche nella destra che impallidiscono, le dita della sinistra che stritolano il telefono spegnendolo accidentalmente. Di questo me ne accorgo un attimo dopo, quando, negli istanti in cui sento il clangore delle appendici del mostro che toccano l’acciaio del lavandino, decido di chiamare aiuto ma vengo accolto da un colorato messaggio di arrivederci. Mentre, riaccendendolo, lo schermo mi dà il benvenuto, mi chiedo se Teo può aver dedotto dal silenzio improvviso che qualcosa sta succedendo, se non sto più rispondendo mentre sono in casa senza né i miei né quelli che lavorano per noi; se può capirlo, che è entrato un mostro, o almeno un ladro, o più probabilmente un’ape (anche se non ne fuggirei), o qualcuno ha suonato alla porta, oppure niente di tutto questo e non se n’è accorto neanche, per quei pochi secondi che a me che li sto vivendo con un mostro in cucina sembrano mesi.
Inserisco il pin, attendo che si avvii il sistema operativo, e – seguendo non so più quale istinto – invece di chiedere aiuto vado a recuperare la chat lasciata in sospeso: sotto quel fatidico ormai hai trent’anni, scopro un paio di ehi e un ci sei ancora?, giusto un attimo prima di dare nuovamente la priorità all’emergenza. Ma mentre raggiungo la tastiera chiedendomi chi sia più indicato chiamare in caso di mostro, la porta riceve uno, due, tre colpi, un cardine cede e allora corro fino all’altra parte del corridoio: scivolo sulla cera del pavimento un metro prima della camera dei miei, mi rialzo per chiudermi la porta alle spalle e vedo la figura sfondare la porta della cucina e irrompere nel rettangolo della mia visuale – i frammenti di legno lanciati sulla parete dalle sterminate appendici di quella creatura orribile, enorme, viscida, i tentacoli che si puliscono le schegge di dosso, gli artigli ben ancorati al terreno, le zampe che aderiscono salde alle pareti e si puntellano sul pavimento mentre un colpo d’ala mantiene l’equilibrio.
Nel chiudermi in camera dei miei, con un ultimo sguardo nello spiraglio che si stringe mi accorgo che lo smartphone è finito in terra mentre cadevo, in mezzo al corridoio, proprio verso il mostro da cui avrebbe dovuto salvarmi. Ma ora la porta è chiusa, e oltre il legno sento la creatura invadere completamente il nuovo spazio, urlare, gracchiare, ruggire, e non c’è tempo per uscire di nuovo a recuperare il mio errore: afferro invece la grande cassettiera dei miei, provo a tirarla ma non ce la faccio, prova a spingerla e riesco a metterla davanti alla porta, tentando di sbarrare l’impossibile che dietro quella ora sembra essersi fatto silenzioso.

***

Mi guardo intorno nella stanza, il legno dai riflessi chiari e la sfumatura beige di tende, coperta e tappeto, accompagnato sempre da quell’odore dolce; mi chiedo se per caso i miei non abbiano una pistola nascosta da qualche parte, o un fucile, non so, per difendersi da chissà quale intruso possa entrarci dentro casa o nel laboratorio; trovo invece un paio di casse di cera, un’arnia malmessa da riparare, barattoli vuoti da conserva e qualche altro piccolo oggetto che forse è lì perché è finito lo spazio in ogni magazzino e ripostiglio che abbiamo.
La finestra è sopra il letto dei miei: lo scavalco, provo ad aprirla guardando fuori l’ampia porzione di terreno che separa la casa dal laboratorio senza alcun segno dell’incidente, l’ottone del sole che inonda il giardino e si riflette dorato sulle campane bianche di quella pianta nuova portata dal vento che ha fiorito qualche giorno fa, le api che ghiotte se ne nutrono dall’alba al tramonto; scuoto le imposte, ma non si aprono.
Al di là della porta, il mostro sembra ronzare sommessamente, grugnire, barrire adirato e ringhiare famelico, sibilare e sussurrare, la bava che gorgoglia in contrappunto con le ali che fremono, il respiro rauco che duetta con il richiamo della fame; e in mezzo a quel mormorio disgustoso, un paio di vibrazioni più nette, flebili e lontane, ma di ritmo e durata costanti, perfettamente riconoscibili: mi chiedo se Teo abbia scritto un altro ehi o un che fine hai fatto?, un ti sei offeso?, qualche altra cosa che chi arriverà a salvarmi leggerà prima di me – il telefono è lì, alla portata di qualunque umano possa arrivarci, niente password, nessuna protezione, e quando mamma o papà torneranno, appena ucciso il mostro, la prima cosa che faranno non è forse andare prendere il cellulare perso dal figlio, dando una sbirciata prima, così, senza dargli troppo peso?
E mentre mi sforzo di aprire le ante incollate chiedendomi davvero se non è meglio finire preda del mostro che dei miei, la creatura arriva alla porta della stanza: la gratta con le sue unghie affilate, la struscia col muso umido, la sfrega con la proboscide e con le antenne, sembra accarezzarla con le corna e i denti e le zanne, assaggiarla in lungo e in largo con le punte delle lingue; davanti al muro di vetro della finestra bloccata, sono costretto a rifugiarmi nel bagno, chiudendomi alle spalle questa porta mentre i primi colpi cominciano a indebolire quella della camera dei miei.

***

In bagno faccio silenzio, mentre sento il mostro tastare quell’ingresso che non posso più vedere, forse a cercare un’entrata, un punto debole, o semplicemente l’angolo da cui partire per abbatterla; mi guardo intorno, l’odore sempre più pungente nella sua dolcezza, ora che sono circondato dalla cera trasformata in candele e saponi, dal miele convertito in shampoo e balsamo, la chimica segreta che crea un bagnoschiuma dal prodotto del ventre dell’ape, dove è quell’altro laboratorio invisibile a processare il nettare, a scomporre gli elementi che scorrevano nella linfa della pianta – gli zuccheri, le vitamine, gli oli, i veleni.
Anche se l’oro del tramonto sembra arrivato a riflettersi perfino su queste piastrelle, il bagno non ha finestre da cui scappare; il silenzio dei miei pensieri in trappola sembra aver calmato il mostro, che ora emette flebili suoni di microdistruzione, apparentemente spingendo con minor impeto la porta della camera, come consapevole della cassettiera e dubbioso della possibilità di superare quell’ostacolo che ho spostato poco prima da solo, per quanto il terrore mi possa aver dato forze aggiuntive di cui non sospettavo neanche l’esistenza. O forse il mostro sta guardando il telefono? Quelli che mi è sembrato di scorgere erano occhi? Vedrà la luce, il calore, i raggi X? O può leggere direttamente la memoria, magari interfacciarsi con qualsiasi dispositivo, leggere i messaggi, venirmi a dire pure lui che ormai hai trent’anni?
E poi, all’improvviso, dal clangore dei frammenti sparpagliati per la stanza so che ha sfondato la porta della camera, con un solo gesto, una sola spinta delle zampe, delle fauci e delle zanne, e da dentro il bagno sento distintamente il mostro appoggiare le sue zampe, i suoi piedi, le sue appendici striscianti e il ventre pulsante sul pavimento, spostando senza sforzo la cassettiera, come se finora avesse sempre potuto farlo ma si fosse trattenuto solo per analizzarla, per ambientarsi nella camera nuova, percepire la nuova atmosfera, o semplicemente per un macabro gioco nei confronti di quell’esserino fragile che va scappando in quella casa sin da quando ne ha sfondato quella piccola apertura di vetro. Dallo scricchiolio, mi sembra che il mostro si sia messo sul letto: dorme? È stanco della sua caccia immotivata? Si è posata finalmente l’ape? Perché magari, penso, è solo una gigantesca ape (anche se non ci somiglia, o forse sì), un insetto in forma quasi umana alla ricerca di qualcosa di cui nutrirsi, stanco di quel fiore nuovo e del miele che ne produce per larve inesistenti che fortunatamente per loro non lo assaggeranno mai. Dovrà pur rendersi conto che non c’è nettare da succhiare, in questa casa, che non c’è niente di buono in quel ragazzo che sta inseguendo dalla cucina, che non c’è nulla di dolce da questa parte di quello schermo irraggiungibile in corridoio.

***

In bagno sto trattenendo il respiro, non mi muovo, non mi concedo nemmeno più un battito delle palpebre e se potessi neanche del cuore; torna il silenzio, forse un intero minuto in cui il mostro non produce alcun suono: non emette versi, non scuote le ali, non affila gli artigli, non sbava, non si liscia il pelo e le squame e le piume. Un intero minuto in cui posso pensare solo al cellulare abbandonato, all’irrealtà della situazione e all’eventualità che tutto sia un incubo da cui non riesco a svegliarmi – un’eventualità troppo scontata per prenderla in considerazione per più di una frazione di secondo, prima che questo pensiero sia sostituito dal problema di raccontare tutto ciò e farmi credere: non tanto dai miei (che prima o poi dovranno tornare e vedere in prima persona quell’orrore che dorme sul loro letto, e possibilmente ammazzarlo), quanto da Teo, che ha già abbastanza difficoltà a credere alle mie scuse quotidiane, figuriamoci a un racconto che coinvolge un mostro indescrivibile, quelle fauci, quelle zanne, quelle corna, una casa dorata e il profumo del miele.
Un nuovo scricchiolio mi dice che il mostro scende dal letto; la speranza che se ne stia andando dura quei pochi istanti prima che sia evidente che quei passi, quello scalpiccio, quel muco strascicato, si stanno dirigendo proprio verso il bagno. Allora non mi rimane che voltarmi al grande armadio con gli accappatoi, gli asciugamani, altri balsami e altre creme: apro le ante lento, silenzioso, investito dall’odore dolciastro sempre più forte, mentre sento già il mostro accarezzare famelico l’altro lato della porta, un appendice che segue affilata i contorni degli infissi, un’antenna che sonda i cardini, un unghia rapace che raschia l’ottone della maniglia; approfitto della superficie morbida dei tessuti per salirci dentro inascoltabile, perlomeno da orecchie umane, e chissà se e cosa il mostro è in grado di sentire dall’altra parte di quella tavola di legno. Mi siedo, mi volto ad accompagnare piano la chiusura delle ante, mentre la creatura comincia quasi a bussare, prima sommessamente con un qualche artiglio, poi più forte, sempre più forte, l’ansimo che dalle fauci si fa più grave: l’ultima cosa che vedo nello spiraglio verticale mentre mi chiudo dentro, è la porta del bagno che vibra, vibra sempre più sotto a ogni nuova spinta, la superficie di legno che reagisce ai colpi e si inarca per brevi frazioni di secondo, ogni urto troncandomi il respiro e lasciandomi senza ossigeno ma con ancora l’impressione dell’oro negli occhi e quest’odore nelle narici.

***

Ora è buio, nell’armadio, un buio dorato che si è portato appresso il tramonto, e sono solo, e il mostro preme per entrare in bagno, i cardini indeboliti, gli infissi che si scollano di secondo in secondo dal muro; da dentro, anche in mezzo agli asciugamani che attutiscono ogni rumore, sento distintamente frammenti di intonaco cadere giù e sbriciolarsi sulle piastrelle, mentre qualche crepa corre sul muro e le pareti rimbombano. Le zampe del mostro colpiscono la porta, con i viscidi tentacoli sarà saldamente aggrappato al muro mentre le zanne e le corna caricano tutto il peso di quel terribile corpo sulle assi gementi; fino a che, con un’unica, ultima mossa violenta, la porta cede disintegrandosi sulle piastrelle e il mostro entra.
Non ci guardo neanche, in quel millimetro di spazio fra un’anta e l’altra: non la voglio scoprire alla luce, quella forma indefinita che mi ha inseguito fin qua dentro; non voglio conoscerne i veri contorni, sapere dove parte e dove termina ogni arto, da cosa è ricoperta, come vede e come sente, anche solo se ha un davanti e un didietro, un sopra e un sotto, o se il caos della mia immaginazione non è riuscito neanche a generare una qualche simmetria, un’origine coerente e sensata, naturale o artificiale che fosse, un intento razionale per quel mostro venuto dall’altra parte della strada. Nell’armadio mi rimane solo la fantasia per farmi assalire dai rimpianti: perché finire divorato, o digerito, o distrutto, o qualsiasi cosa accadrà quando sarò davanti al mostro è ancora peggio quando accade a trent’anni, quando quella mattina non ho detto niente ai miei oltre al solito «Ciao», quando c’è Teo dall’altro capo del telefono che non può neanche sognarsi cosa stia accadendo adesso; e quando ci sarebbero così tante cose da dire ancora, da dirsi fra noi, da dire a casa, da non portarsi nella tomba come temeva Teo, che aveva ragione anche stavolta a scrivere dovresti dirlo ai tuoi, ormai hai trent’anni, e magari tutto è partito da lì, perché per me non è il momento né per quello, né per morire.
Il mostro è arrivato: struscia qualcosa sull’anta dell’armadio – un’ala, un’unghia, un tentacolo – come se mi chiamasse a sé con questo suo lento grattare; il vento tiepido che dovrebbe essere il suo fiato penetra nello spiraglio, il caldo odore del miele più forte che mai, come se mi stesse chiedendo di uscire io, una volta tanto, di non farmi inseguire ancora e ancora e per sempre, in ogni posto dove mi rifugio. Sono così abituato a nascondermi che perfino adesso, perfino dietro queste lacrime silenziose che non mi sono neanche accorto di star versando, mi arrendo a essere distrutto, digerito, divorato o quel che è; e con un ultimo gesto di viltà perdo i sensi pur di non affrontare il mostro che è là fuori, o qua dentro.

***

Di questo genere di sostanze non si sa mai quando gli effetti iniziano e finiscono – se iniziano o finiscono davvero: se, quando ho ripreso i sensi, c’erano anche i miei fra le persone chine intorno a me con la maschera antigas, o se me ne sto ancora nell’armadio; se davvero sono riuscito ad alzarmi senza troppe vertigini e nausee mentre mi spiegavano come fa una sostanza psicotropa a passare dal nettare all’ape, dall’ape al miele, dal miele al vapore del principio di incendio in laboratorio, o se la casa è distrutta, le porte sono a terra, i vetri in frantumi; se mi invitano a scrivere per capire gli effetti dei vapori arrivati fin qui, o mentre vengono a recuperare il mio corpo in bagno i miei leggono dal cellulare raccolto in corridoio; se leggere dovresti dirlo ai tuoi mi ha fatto trasformare un’ape in qualcosa che è solo in me, o se là fuori c’è un mostro peggiore di quello che c’è qua dentro; se era solo l’incubo generato da un fiore portato dal vento, o se devo davvero ancora uscire da quest’armadio; se sto davvero scrivendo, o se sono ancora nell’armadio; se sto scrivendo o sono nell’armadio; se scrivere, o l’armadio; scrivere, armadio; scrivere…
Nel dubbio, da questa prima bozza toglierò le parole che non dovrebbero esserci: perché io, per quanto insista Teo, da quest’armadio non uscirò mai, mai fuori.




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E se Miele vi è piaciuto, a questo link potete trovare altri miei racconti, e gli aggiornamenti sui prossimi lavori.

Grazie!

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