Edogawa Ranpo, “L’inferno degli specchi” + “La belva nell’ombra”

La recensione di oggi è un po’ particolare. Riguarda infatti due delle tre uniche pubblicazioni di un autore ingiustamente ignorato in Italia: Edogawa Ranpo.

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Vediamo nel dettaglio.

Chi è Edogawa Ranpo?

Praticamente ignoto da noi (quasi tutta la sua produzione tradotta in italiano è in questo post), è invece celebre in patria: il Giappone lo vede infatti come l’iniziatore della letteratura del mistero – poliziesco, horror/gotico, a tinte soprannaturali.
Se la descrizione del genere vi ricorda Edgar Allan Poe, dovrebbe ricordarvelo anche qualcos altro: il nome d’arte (quello vero era Tarō Hirai) Edogawa Ranpo è infatti la trascrizione fonetica nel maestro americano per le orecchie del Sole Levante.
A ulteriore dimostrazione della fama di cui meritatamente gode in patria, ricordo che il protagonista dell’anime Detective Conan si fa chiamare proprio Conan Edogawa.
Per ulteriori notizie sulla sua vita, potete leggere questa pagina su Tuttogiappone, o – se sapete l’inglese – la relativa voce su Wikipedia (quella italiana la sto traducendo a mano a mano io, la finirò nei miei quasi inesistenti ritagli di tempo).

Come dicevamo, pochissimo della vasta produzione di Edogawa Ranpo è stato tradotto in italiano.
Oltre al romanzo Il mostro cieco, per Marcos y Marcos, il resto è ciò di cui vi parlerò qui sotto: il romanzo breve La belva nell’ombra, per Marsilio, e i nove racconti dell’antologia L’inferno degli specchi, l’Urania numero 99.
So che vi state chiedendo per quale bizzarro motivo siano stati pubblicati su Urania dei racconti mystery che non solo non sono di fantascienza, ma non hanno neanche il benché minimo elemento fantastico/paranormale; l’unica risposta plausibile è che l’antologia fosse stata pensata per un’altra collana (Urania horror?) e per qualche motivo probabilmente meramente economico sia finita sull’Urania principale.
Vabbè, ci sarà rimasto male chi cercava della fantascienza, sarà stato felice che cercava comunque della buona letteratura.

Andiamo dunque a vedere quest’antologia e, a seguire, il romanzo breve La belva nell’ombra.

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La sedia umana

Yoshiko, celebre scrittrice, riceve la lettera di un ammiratore: è un costruttore di sedie, ed ha una storia particolare da raccontare.

Il racconto più celebre di Edogawa Ranpo apre l’antologia, e ci mostra da subito quello che è il suo procedimento narrativo preferito: confondere il racconto fittizio con la realtà. Qui abbiamo infatti una lettera che contiene una storia disturbante, fatta di ossessioni e corpi modificati, di osservazioni nascoste e di sentimenti di amore quasi perverso. Ma è un’invenzione? C’è qualcosa di reale? Chi legge la lettera sta leggendo della fiction o un resoconto? Non lo sa la protagonista né lo sappiamo noi, fino al sorprendente finale di questo ottimo racconto.

Il test psicologico

Fukiya vuole commettere il delitto, impossessandosi dei soldi della vittima e facendo ricadere le colpe sul suo amico Saito. Ma il procuratore Kasamori vuole incastrarlo con un test.

Racconto piuttosto lento, soprattutto nella prima parte, davvero troppo ripetitiva e di lettura molto faticosa. Nella seconda, a test avvenuto, si risveglia l’interesse, benché anche qui con una narrazione davvero incespicante. Se non altro ha il merito di introdurre l’altro grande tema della narrativa dell’autore: la ricerca del crimine perfetto. Nel complesso, un buon giallo senza arte né parte, a cui avrebbe sicuramente giovato durare la metà.

Il bruco

Tokiko vive accudendo suo marito, quel tenente Sunaga orribilmente mutilato dalla guerra. Ma non è un rapporto particolarmente sereno.

Storia molto intima e che ci riporta a quelle atmosfere grottesche del primo racconto. La crudeltà di Tokiko e la condizione di Sunaga si congiungono a creare un’atmosfera tetra, decadente e disperata, che trova nel soltanto accennato finale la sua espressione massima. Molto ben riuscito.

La rupe

Una ragazza e un uomo, in visita alle terme, rievocano lo strano caso della morte del marito di lei.

Scritto in forma di scena teatrale, questo racconto ci riporta al giallo e al delitto perfetto: un crimine particolarmente complesso, al termine del quale è praticamente impossibile capire chi è il colpevole, e se lo è davvero. Un finale inaspettato porta infine l’attenzione sulla ragazza, che forse è l’unica persona a poter essere identificata come vittima e carnefice insieme.

L’inferno degli specchi

Tanuma è ossessionato da specchi, lenti, caleidoscopi e superfici riflettenti in genere. Mette su un laboratorio per indagare la sua mania.

Il racconto che dà il titolo all’antologia non è esattamente il più riuscito, presentandosi come un elenco di alcuni esperimenti fatti da Tanuma, fino a quello conclusivo e fatale. Ottima la resa quasi pittorica di ognuno degli inquietanti tentativi di indagine compiuti dallo scienziato pazzo, ma al termine della lettura rimane la sensazione di non essere andati da nessuna parte. Peccato, perché lo spunto era ottimo (e l’idea degli specchi che si riflettono gli uni con gli altri e aprono porte per altri mondi è in fondo alla base della Trilogia dell’Area X).

I gemelli (confessione di un condannato a morte al cappellano)

Il sottotitolo dice tutto: il narratore ha un ultima confessione da fare, e non riguarda l’omicidio per cui è stato condannato.

Torniamo all’ideale del delitto perfetto, per un racconto in cui il movente che spinge a continuare la lettura non è sapere il crimine, il colpevole o la vittima, ma capire come mai non sia riuscito a farla franca nonostante tuttora la sua identità non sia stata rivelata. Forse ci vuole un po’ troppo tempo per arrivarci e la soluzione non è poi così sconvolgente, ma il racconto funziona.

La camera rossa

Nella Camera Rossa si riuniscono i membri di un club dedito a raccontarsi storie dell’orrore. Oggi è il turno di Tanaka, il nuovo arrivato che saprà sorprendere tutti.

Questo racconto riunisce due dei temi principali che abbiamo visto finora: il delitto perfetto e il confine fra narrazione e realtà. Il racconto di Tanaka propone l’interessante ipotesi di uccidere in maniera del tutto accidentale, e si conclude forse in maniera un po’ prevedibile. L’ultimo colpo di coda riesce però a sorprendere il lettore (e il narratore), dando peraltro una bizzarra nota finale quasi umoristica. Ottimo lavoro.

I due menomati

Ihara ha conosciuto da poco Saito, menomato dall’esplosione di una bomba. Ma anche lo stesso Ihara ha un passato interessante da raccontare, fatto di crimini commessi inconsciamente durante episodi di sonnambulismo.

Ottimo racconto che come sempre procede un po’ lento, ma presenta un rovesciamento finale davvero sorprendente. Una luce davvero sinistra è sparsa sul nostro concetto di realtà e verità, intrecciando i temi della fiducia nel prossimo e del senso di colpa. Forse l’ultima riga non era proprio necessaria, lasciando la rivelazione nell’aria come già nel finale de Il bruco, ma il racconto è comunque riuscitissimo – nel suo mettere in forse ogni nostra certezza, probabilmente il più inquietante della raccolta.

Il viaggiatore con il quadro di stoffa

Il narratore incontra uno strano individuo sul treno; si accompagna ad un quadro di stoffa particolarmente realistico: ha una strana storia da raccontare, al riguardo.

Di nuovo torna l’ossessione e il racconto/verità nel racconto: cosa c’è di vero in quel che racconta il viaggiatore? Alla fine non potremmo mai essere sicuri che non sia semplicemente uno dei tanti matti che parlano da soli – o con un quadro, in questo caso. Ma la storia che questo personaggio sa intessere risulta almeno interessante, regalandoci quest’ultima immagine di decadenza e di annichilamento per una strana forma d’amore.


Prima dello scontato giudizio finale, un’occhiata al romanzo breve pubblicato da Marsilio (la copia che ho preso in biblioteca era di un’altra edizione, di cui l’immagine migliore è 100×200 pixel).

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La belva nel’ombra

Il celebre scrittore di polizieschi Samukawa ci racconta di quando l’affascinante Shizuko l’ha contattato per via di inquietante lettere minatorie da parte di un ex-amante. Ma indagando la realtà risulterà essere molto diversa da come appare.

La prima cosa a colpire è la forma del romanzo nella sua totalità: non si tratta infatti di un semplice lungo racconto, ma di appunti per un romanzo di maggiori dimensioni che il protagonista stesso ha intenzione di scrivere nel futuro. Un esempio estremamente precoce di meta-scrittura, che rimanda immediatamente a esempi di decenni dopo, come Galassie o Oltre Apollo di Malzberg. Il meta-linguaggio raggiunge vette di complessità elevate nel momento in cui l’autore stesso si proietta nel protagonista, fornendoci tanto un suo alter ego quanto una sua nemesi. Il confine fra la realtà di Edogawa Ranpo e la fiction di Samukawa è quindi inquietantemente sfumato.
Ma non è solo nella forma, l’anticipazione. I temi, il carattere dei personaggi, la trama stessa non risentono minimamente dei novant’anni trascorsi dalla pubblicazione di questo testo: dopo quasi un secolo, complice una traduzione piuttosto recente (del ’92), la lettura scorre fresca come quella di un romanzo scritto l’altroieri. Eccezionali alcuni esempi che anticipano topos letterari ora comuni: quasi sconvolge leggere che il protagonista, ancora turbato per quel che è successo poco prima, mentre siede in macchina si vede «scorrere il mondo fuori al finestrino» senza reagire – un frase divenuta un cliché decenni e decenni dopo.
Non mancano alcuni temi tipici di Edogawa Ranpo, per quanto abbiamo imparato a conoscerlo dall’antologia di cui sopra. Uno di questi (direttamente intrecciato alla forma meta-letteraria) è la componente epistolare: un mistero nel quale il protagonista (e/o narratore) e il lettore vengono trascinati attraverso l’invio di una lettera, e che tramite altre missive si evolve e turba i protagonisti più di un evento concreto che accada di fronte a loro.
Altro classico stratagemma dell’autore è il rovesciamento della verità, il colpo di scena (o meglio, il susseguirsi di colpi di scena) che nel finale costringe il protagonista – e quindi il lettore – a riconsiderare ogni dettaglio letto finora in una nuova luce… Forse. Sì, perché l’inconfondibile tocco finale di Edogawa Ranpo è dato dall’incertezza, dal dubbio, dal mistero che forse mai si risolverà del tutto, che all’ultimo aggroviglia ancora una volta tutto il vero e il falso che sembravano sbrogliati fino a un attimo prima, e ci lasciano con quel pizzico di angoscia che speravamo una risoluzione definitiva ci avrebbe tolto.
Da ultimo, è interessante notare l’estrema libertà nel trattare l’argomento sessuale: pur senza alcuna descrizione esplicita (persino la scena di un bacio è resa in maniera così indiretta da rasentare il subliminale), non vi è alcun tentativo di nascondere la natura eminentemente sadomaso della vita sessuale di Shizuko, e lo stesso pudore nel parlare del frustino è di per sé una presentazione senza maschere o false ipocrisie dell’oggetto del dolore e del piacere. Anche qui, piuttosto in anticipo sulla narrativa occidentale (ma, mi dicono, parte di una libertà nelle descrizioni sessuali non straordinaria per l’epoca in Giappone, e quindi non imputabile a meriti dell’autore).




Giudizio complessivo

Mi sento quasi scemo, a scrivere questo paragrafo conclusivo: se da tutta questa recensione non avete ancora capito che dovete recuperarlo, non posso davvero aggiungere altro.

Buona lettura!

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