“Angelus” – Racconto

Lo so che non vedevate l’ora che scrivessi qualcosa che parlasse di religione.
Ebbene, eccovi accontentati.
Ma se cercavate qualche pungente satira sulla Chiesa, qualche velata blasfemia o facili drammi a base di verginità rubate ai chierichetti, sarete delusi: papa Leone XIV in fondo sarà un brav’uomo, conscio dei tempi che cambiano e della progressiva secolarizzazione della società.

Buona lettura!


Angelus

Papa Leone XIV sistema il lettore su cui scorrono le parole preparate per quella mattina, mentre si spegne il coro registrato che introduce invariato da mesi ogni suo Angelus. Dietro di lui, il suo segretario si schiarisce la gola, e solo allora Leone alza gli occhi e li rivolge verso Piazza San Pietro.
Lì in basso, una fragile macchia azzurrina, venature bianche e una capocchia di spillo bruna: una suorina compita, le mani giunte, il viso africano rivolto al balcone – impossibile dedurre altri dettagli, da quassù. Una manciata di turisti passeggia per la piazza, osservando il colonnato da più angolazioni possibili; alcuni indicano l’uomo in bianco che si è affacciato in alto, poi tornano all’architettura.
Il segretario emette di nuovo quel gracchiante invito; Leone, senza un cenno, si ostina ad aggiungere il suo silenzio a quello lasciato dalla musica. Al terzo colpo di tosse simulato, il papa si volta abbandonando il lettore, scansa il segretario, evita quel pugno di persone che incontra nella sala alle sue spalle e nel corridoio. Si dirige verso le scale, senza una parola per chi allunga un braccio o tenta timidamente, se non di bloccarlo, quantomeno di chiedergli dove stia andando, e per fare cosa. L’ultimo ostacolo delle uniche due guardie rimaste in tutto l’edificio si supera facilmente: sono costrette ad aprire la porta e lasciarlo uscire quando lui glielo ordina – nonostante provino a sconsigliarglielo, come se ci fosse chissà quale pericolo.
Fuori il sole lo colpisce di nuovo, ma l’aria è un po’ più fresca, laggiù; non ha difficoltà a trovare la suora: è l’unica figura perfettamente immobile, ancora con lo sguardo fisso verso la balconata, ignara.
Le si avvicina a passo svelto mentre uno a uno i turisti si accorgono di quell’uomo vestito di bianco, l’abito svolazzante, le guardie multicolori che lo seguono incerte con le alabarde puntate, il segretario un po’ affannato dietro di loro; alcuni portano la mano alla microcamera sulla tempia e registrano quel momento, disponendosi a raggiera intorno al papa.
Solo adesso la suora lo vede venirle incontro; solo adesso Leone ne vede le rughe sul volto, gli occhi annebbiati, le mani scheletriche; gliele afferra non appena la raggiunge, e le trova tremanti senza poter sapere se lo siano già da prima.
«Potresti essere mia nonna» le dice il papa. «E nemmeno mia nonna è qui» aggiunge stringendosi nelle spalle, mentre segretario e guardie lo raggiungono perplessi.
Dallo sguardo, Leone si rende conto che la suora probabilmente non capisce una parola della sua lingua, per la quale ha un vocabolario limitato all’essenziale della liturgia; ma continua.
«Lo sai cosa stanno facendo, sorella?» le chiede accennando ai turisti intorno a loro. «Ci stanno riprendendo. Ognuno dal proprio punto di vista: quando succede qualcosa, tutti ci si mettono intorno e riprendono una visuale. Poi c’è quell’app nuova… non mi ricordo mai come si chiama. Mettono tutti i video lì, e quella li ricostruisce e ci fa una riproduzione in tre dimensioni. Lo sai cos’è il 3D, no? Non puoi mica avere più di cento anni, sorella» commenta sorridendo.
«Gli viene istintivo» prosegue senza interruzioni. «Hanno creato un programma che per ottenere un buon risultato ha bisogno della collaborazione di tutti: e tutti collaborano. Tutti, sai, sorella? Quello lì» indicando un uomo a caso, fra la folla, con un bambino per mano «pensi sia cristiano? musulmano? buddista, forse? Sarà ateo, come quasi tutti.»
Sentendo quella parola – una delle poche che ha compreso finora – la suora freme: la negazione del suo dio le risveglia qualcosa, perfino gli occhi sembrano schiarirsi.
«Eppure» continua imperterrito Leone riprendendole le mani «eccoli qui, a sparpagliarsi per la piazza perché la ripresa venga nel migliore dei modi possibili, e tutti possano godere di quel che loro stanno vedendo.» Si guarda intorno, cercando di puntare gli occhi su ognuno dei registratori praticamente invisibili; sorride a tutti. «È istintivo, capisci, sorella?»
Non sembra capire.
«Li abbiamo minacciati con l’Inferno per fare del bene al prossimo, ma è bastata un’app per fargli capire che il bene conviene a tutti. Fa’ una cosa» le dice stringendole un’ultima volta le mani: «trovati un bel bungalow sul mare e passa lì il tempo che ti resta – sperando che sia ancora tanto, eh.»
Le fa cenno di andare; lei è ancora perplessa, ma capisce abbastanza da voltarsi e dirigersi verso l’uscita di Piazza San Pietro, ogni tanto girandosi a guardare quell’uomo tanto venerato sceso in terra a darle un messaggio non del tutto chiaro.
Il segretario si avvicina, lo invita a tornare dentro.
«No, dai» gli risponde Leone, «facciamoci un giro: guarda che bella giornata.»




Se il racconto vi è piaciuto (ma anche se non vi è piaciuto), fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti qui sotto o su Facebook.
Vi ricordo che qui trovate anche altri miei racconti, se questo non vi è bastato.

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2 Replies to ““Angelus” – Racconto”

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