Le serie della settimana (08/08/2016-14/08/2016)

Settimana particolarmente frizzante: ottimo finale per Animal Kingdom, episodio molto buono per The Fosters. In più, concludo la visione dell’eccezionale Luther e inizio un po’ a sorpresa, un po’ per condivisione dello spirito olimpico, la breve serie australiana Barracuda.

Animal Kingdom 1×10

Finale eccellente!
L’inizio è in verità un po’ lento, ma funzionale a stemperare la tensione accumulata nella rocambolesca puntata precedente. E in questa vediamo tutti gli archi narrativi giungere a conclusione, e ognuno dando un grande contributo all’equilibrio generale: c’è il tempo di un vero e proprio momento comico con Craig e Darren nel camion; abbiamo i momenti più drammatici legati a Baz e Pope, e a quel che resta di Vin (che evidentemente è stato risparmiato perché deve aver fatto qualcosa di molto, molto importante per Andrew); c’è Smurf che ci dà occasione di mostrare di nuovo il suo inimitabile carattere sia per lo sprezzante trattamento di Paul e il suo fargli vedere la figlia, sia con quella decisione finale repentina – forse un po’ brusca e non del tutto motivata, ma sempre in linea con il personaggio.
E poi, ovviamente, una nota a parte per J, che dopo dieci puntate si rivela essere la vera mente criminale della famiglia, che deve aver congegnato quel piano probabilmente da un bel po’ di episodi, e che dalla prima rivelazione alla nonna non fa altro che condurre a un’escalation di sorprendenti voltafaccia. Spiace dover fare il tifo per i criminali, ma obiettivamente quella poliziotta è così antipatica che viene voglia di fare rapine pure a me.
Inquadratura finale profondamente inquietante, che getta le basi per il futuro della serie: J a capo dell’intera famiglia, probabilmente dopo aver eliminato Craig? Staremo a vedere. Per ora, possiamo dire solo che il finale è stato ottimo.

Il giudizio complessivo su questa serie, al termine della sua prima stagione, è molto alto. Spiace che sia rimasta davvero di nicchia e ignorata dai più, impegnati evidentemente a seguire altri nomi più blasonati (nomi che non farò, ma se seguite il blog potete immaginare).
Ovviamente vi invito caldamente a recuperarla, in vista della seconda stagione già confermata per l’anno prossimo. Confido nel fatto che, in qualche modo perverso, vi affezionerete anche voi alla famiglia Cody.

Barracuda 1-2

Barracuda_serie_TV

Che cos’è Barracuda? Trattasi di serie prodotta dalla rete australiana ABC, tratta dall’omonimo romanzo di Christos Tsiolkas, inedito in Italia; è invece più noto, dello stesso autore, Lo schiaffo, anche questo adattato a miniserie tv australiana (The Slap) con tanto remake USA.
Di cosa parla Barracuda? Di Danny Kelly, figlio di immigrati greci non particolarmente agiati dal punto di vista economico, ma che grazie a una borsa di studio sportiva riesce a entrare in un prestigioso college dove continuare gli allenamenti di nuoto con il coach Torma e insieme ai nuovi compagni di squadra.
Essendo Tsiolkas un immigrato greco australiano dichiaratamente omosessuale, è abbastanza facile intuire dove vada a parare Barracuda (nonché qualsiasi altra sua opera – no, seriamente, leggetevi le trame se non ci credete).
Vediamo ora le prime due delle quattro puntate che compongono la serie, di cui francamente non ho capito se è previsto o meno un seguito oltre l’adattamento del libro.

La prima puntata serve perfettamente il suo scopo, introducendo tutti i personaggi e riuscendo a caratterizzarli compiutamente. Non che sia molto difficile, non essendo questi particolarmente discostati da alcun classici stereotipi (dallo stesso protagonista ai membri della squadra, dall’allenatore perfino al nerd orientale), ma l’esposizione è ben equilibrata, per essere un discreto numero di persone da far esordire in un’ora.
A proposito di equilibrio, c’è appunto da notare come l’episodio scorre molto rapidamente, gli eventi si susseguono anche se l’azione è piuttosto ridotta, e persino una cena con pizza ha qualcosa da dire e non lascia vuoti. I salti temporali sono ben gestiti, anche aiutati dalle scritte in sovraimpressione che in genere odio, ma che qui sono un ottima cornice a una gestione dello scorrimento del tempo che sarebbe ottima anche senza. Esemplare la scena finale, in cui il risultato della gara ci viene riassunto dalla premiazione, piuttosto che mostrarcela e perdere tempo a seguire la consegna delle medaglie. Niente, infatti, sembra inutile in questo pilot, che pensa bene di esordire citando lo “jus ad bello” e ritrovandocene un esempio poco dopo – a dimostrare un’estrema cura per i dettagli e una precisa volontà di dire l’essenziale cercando di far coincidere esigenze di concisione a rifiuto per la fretta.
Ottima introduzione, che con queste premesse poteva dare inizio anche a una serie di tre o quattro stagioni.
L’unico difetto è che anche in Australia, come negli USA, c’è questa tendenza a far interpretare dei diciassettenni da attori sui 25, peraltro con una costituzione fisica buona ma non molto credibile per dei nuotatori in odor di Olimpiade. Però c’è Rachel Griffiths, e tutto va bene.
La seconda puntata conferma le impressioni della prima, ovvero principalmente i personaggi un po’ stereotipati: persino la famiglia Taylor, tra la nonna ricca che apparentemente non disdegna il proletariato alla classica pecora nera che si presenta vestito casual, non brilla per originalità. L’unica interessante è proprio la madre di Martin, la cui reazione alla vittoria di Danny è molto più gelida di quanto ci si potrebbe aspettare. Segnalo il dialogo fra Danny e la nonna di Martin in cui questa lo invita ad ascoltare i discorsi dei commensali: scena altamente letteraria, resa cinematograficamente benissimo.
Inizia qui l’arco legato all’evoluzione sentimental-sessuale dei protagonisti, che procede molto meno lineare di quanto si possa temere vedendo gli altri cliché messi in ballo. Una scena notturna fra Danny e Martin particolarmente efficace a trasmettere tutto quello che voleva trasmettere: incertezza, erotismo, tensione, complicità.
La storia comunque mantiene l’ottimo ritmo del pilot, facendoci scorrere davanti molti mesi in poco tempo. Realizzo ora che le scritte in sovraimpressione non disturbano poiché direttamente associate alle singole gare, e rimandano quindi nient’altro che alle didascalie che potremmo vedere durante una trasmissione – o come ne vediamo in questi giorni durante le Olimpiadi. Viene comunque da chiedersi dove si andrà a parare con questa velocità, dato che in brevissimo tempo i nostri protagonisti stanno raggiungendo i diciotto anni (anche se sono ancora molto lontani dall’effettiva età degli interpreti).

Luther 3×01-04 / 4×01-02

Via con la terza stagione.

La prima puntata, dopo un inizio che ridefinisce il concetto di in media res (pur avendo il tempo di ricordarci Zoe e Jenny con le foto e Alice con le cartoline), tinge Luther di evidenti sfumature horror: la prima scena, con l’assassino che sbuca dal letto, supera facilmente tutte e cinque le stagioni di American Horror Story messe insieme. Ma non è un episodio isolato: la tensione cresce nella classica casa di vetro, con tanto di teste che sbucano dal soffitto, finti gatti, e altri meravigliosi cliché, fino all’apoteosi della combinazione “scale che portano in soffitta” + “cretina che si rintana nell’armadio”.
L’ennesimo killer disturbato non è il solo cattivo, dato che Grey e un uomo di un’antipatia e un’arroganza rare hanno deciso di mettere i bastoni fra le ruote al nostro, portando dalla loro parte perfino il buon Justin (legato a Luther, a questo punto, da chissà quale sentimento).
Non commento la donna dell’incidente per evidente mancanza di un ruolo, per ora – a parte far giungere tardi John sulla scena del crimine e giustificare il suo arrivo in contemporanea con Justin impegnato con i Juda’s.
La stagione promette meglio della precedente, essendo tornata anche una regia interessante e avendo abbandonato gli eccessi nella colonna sonora.
La seconda puntata mi fa chiaramente capire che avevo capito poco della prima, visto che mi sembrava stessero già in caccia del pelato… Vabbè. Confermata comunque la vena horror nelle scene conclusive, con il grande classico delle cretine che vanno a vedere quando sentono un rumore sospetto. Idea comunque piuttosto interessante, e nel complesso l’intera storyline è più soddisfacente di quelle della stagione precedente – della quale conferma lo schema bipartito, che vedrà chiaramente un altro caso per gli atri due episodi.
Riguardo la sezione Giuda, ottima l’evoluzione di Justin, che è stanco dei modi di Luther ma alla fine, quando è costretto ad effettuare il suo arresto, capisce che l’etica potrebbe non dover essere così rigida e lascia una testimonianza registrata che è quasi una dichiarazione d’amore.
Ancora nulla da dichiarare su Mary, il cui arco, va detto, è comunque inserito in maniera molto equilibrata nonostante l’evidente lontananza dagli altri eventi.
Dopo una prima parte di stagione a tinte horror, la terza puntata ci trascina dritti dentro Black Mirror: giustizia fai da te e social network, per un mix esplosivo quanto terribilmente attuale e purtroppo realistico. La soluzione ai mali della giustizia è farsi giustizia da sé? Che ne è di un colpevole dopo che ha scontato la sua pena? Domande che richiedono risposte ragionate, e che vedono da una parte un vigilante motivato e preparato, dall’altra un poliziotto dai metodi notoriamente discutibili, ma pronto a immolarsi al linciaggio della folla pur di sorreggere un pedofilo appeso alla forca – immagine fortissima, che vale più di mille status su Facebook, più di mille hashtag e mille slogan senza contenuto che siamo fin troppo abituati ad ascoltare anche dai nostri politici.
Nulla da dichiarare sulla straziante ultima scena, invero non troppo imprevedibile (quel «ti voglio bene» di Luther e l’invito a cena con Grey salutano con troppi minuti d’anticipo), ma comunque efficacissima nella sua drammaticità grazie all’interpretazione sia di Warren Brown che di Idris Elba. Episodio migliore dai tempi della prima stagione.
La quarta e ultima puntata si apre in maniera paradossale, con un’accusa verso John campata completamente in aria e della quale non mi spiego né l’origine né il fatto che qualcuno possa credervi o ritenerla burocraticamente abbastanza da poter essere avallata. Nessuna prova contro Luther, neanche indiziale, più tutta una serie di indizi proprio della sua innocenza: come si fa ad autorizzare l’arresto in queste condizioni? Poco male, perché il resto dell’episodio invece non ha un solo capello fuori posto, e ogni singolo dettaglio si incastra praticamente alla perfezione: dal ritorno di Alice alla fine di Stark, dal destino dell’assassino fino al ruolo mai marginale di Benny, l’unico difetto che si può trovare in questo finale è probabilmente un certo eccesso di azione nella parte conclusiva, forse poco in linea con l’atmosfera della serie. Ma è un finale che comunque funziona, e che ci regala un’ultima scena particolarmente riuscita.

Il giudizio complessivo sulla terza stagione è perciò ottimo, anche se non ai livelli della prima stagione, ma recuperando il lieve calo riscontrato nella seconda – dimostrando che il problema non era nella forma bipartita, ma proprio nei contenuti.
«Now what?»: i due episodi della quarta stagione.

La prima puntata ha uno degli inizi migliori che abbia mai visto, con una progressiva crescita della tensione che porta a un ribaltamento che ha davvero dell’incredibile. Un ottimo esordio, la cui qualità è fortunatamente mantenuta per il resto del tempo. Eccezionale l’equilibrio: dalla bionda che riappare ala fine, al parallelismo fra il dirupo, il sogno di Luther e la caduta in acqua di Alice; dall’arrivo improvviso di Theo alla sua speculare improvvisa dipartita; dalla similarità del rapporto Luther/Justin con quello Emma/Theo, al non dimenticarsi mai che c’è un uomo ammanettato in casa di Luther; e tanto altro ancora.
Il caso è particolarmente interessante, e non perde tempo a scoprire le proprie carte, mentre di Alice ancora non sappiamo nulla. Proprio qui c’è qualche perplessità: con tutta questa carne al fuoco, si riusciranno a risolvere tutte le situazioni nel giro di una sola altra ora? Nulla di sconvolgente per il cannibale, ma più che altro per il caso belga – ammesso e non concesso che la morte non sia inscenata, ovviamente.
Se e come i due archi si equilibreranno lo scopriremo, ma questa splendida premier sembra proporre elementi per qualcosa di più, che solo un’altra puntata. Poi l’importante è che non inquadrino altri computer che si cancellino da soli in quel modo.
La seconda e ultima puntata, miracolosamente, ce la fa a chiudere tutto con senza troppa fretta, senza squilibri, senza errori o sbavature. La storyline del cannibale segue forse uno schema un po’ abusato in questa serie, ma stempera l’ovvia conclusione nascondendo sorprendentemente l’esecuzione finale con un velo. Si noti come l’autore non lasci l’inserimento dei sicari contro Luther isolato dal contesto, ma ponga infine la pistola in mano a Emma.
Analogamente, l’intera vicenda di Alice echeggia la sindrome del cannibale, dacché chi è morto non sa di essere morto e chi è vivo crede di essere morto. A tal proposito, all’inizio dell’episodio c’è forse l’unica sbavatura: mi sembra francamente impossibile intuire dalle parole di Megan che si stava davvero proponendo come una sensitiva – ho semplicemente dato per scontato che stesse mentendo e Luther lo sapesse. L’interrogatorio mi ha spiazzato, ma me ne sono poi fatto una ragione. Ad ogni modo, rimango fermamente convinto che quella sia Alice che si è fatta una plastica, con tanto di nuove corde vocali (o forse sto solo tentando di farla diventare una serie di fantascienza).

Il giudizio complessivo sulla quarta stagione è ottimo, dato che il creatore Neil Cross riesce nella straordinaria impresa di gestire moltissimo materiale nell’arco di due sole ore senza mai tralasciare nulla, bilanciando perfettamente i pieni e i vuoti, dando un senso ad ogni arco narrativo e lasciandosi lo spiraglio aperto per i prossimi anni. L’unica delusione è che alla fine nessuno dica «Now what?».

Anche il giudizio complessivo sulla serie, quindi, è sicuramente ottimo. Ho rilevato solo un certo calo nella cura dei dettagli nella seconda stagione (e a leggere le recensioni in giro temo di essere l’unico), oltre a un progressivo abbandono della regia più sperimentale dei primi episodi; ma Luther ha costantemente confermato gli elevati standard esibiti fin dal pilot, sicuramente aiutato dall’estrema sporadicità della messa in onda: sedici episodi in cinque anni e mezzo, giusto un pelino più presente di Sherlock.
Nulla si sa della quinta stagione: la serie non è stata cancellata, e finora pare se ne stia semplicemente discutendo. D’altronde dopo la terza s’era detto di fare un film per il cinema, e poi abbiamo visto com’è finita. Improbabile quindi che rivedremo John Luther prima della fine del 2017: consoliamoci con lo stacchetto comico durante lo Sport Relief (che a quanto ho capito è una specie di Telethon della BBC).
E, se ancora non lo aveste fatto, recuperare le sedici puntate andate in onda finora, perché ne vale la pena.

The Fosters 4×07

Puntata particolarmente pregna, sia di eventi che di messaggi.
L’inizio particolarmente brillante mette in scena l’imbarazzo nella sua forma migliore, il che scatena da lì a poco una serie di rivelazioni che mi permette di smettermi di chiedermi chi sa cosa: ora tutti sanno più o meno tutto.
Ci manca anche poco che l’intero Universo sappia che Jude è ormai diventato un vero rasta: molto interessante il dialogo con la sorella, in cui vengono raffrontate la marijuana e le medicine e il modo in cui vengono accettate o meno nella società; osservazioni assolutamente non banalizzate, nonostante una delle due parti in causa fosse un tredicenne inconscio della gravità di andare a scuola fumato come un cammello, e grazie al fatto che vediamo una controparte nella ripresa del discorso con Emma e Mariana.
La storyline di Jesus ci porta invece un inaspettato realismo scientifico, dato che l’intera situazione e ciò che dice il medico sono verosimili e riflettono fatti realmente accaduti. Ma la serietà della puntata non viene mai meno, andando anche a toccare spesso il dolente tasto della genitorialità – dimostrando peraltro che Cortney sarà anche in buona fede, ma effettivamente non è che quella peste la sappia tenere proprio bene. Infine, sembriamo accarezzare il tema della depressione, per giunta con il contorno del timore di lesa mascolinità (ammesso e non concesso che Gabe fosse sincero).
Interessante anche notare lo stigma squisitamente americano nei confronti degli appartamenti nei condomini, vero simbolo di degrado, povertà e bassezza sociale – a meno che non siano grattacieli, si intende. Vista dall’Italia, dove la maggior parte della popolazione vive in palazzi senza risentirne, può lasciare un po’ spiazzati.
In generale, comunque, senza dubbio un ottimo episodio.


Finito Animal Kingdom, rimane in ballo solo The Fosters. Concluderò quindi Barracuda, al quale seguirà immediatamente il recupero del film di Looking (che, benché lungometraggio, finirà comunque per ovvi motivi recensito qui). Ho adocchiato già un paio di possibili recuperi per riempire il tempo che queste poche puntate mi lasceranno libero.

Buona visione!

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