Fredric Brown: Tutti i racconti

La recensione di oggi è particolare: quella all’integrale dei racconti di Fredric Brown, tutti pubblicati in italiano in vari volumi pubblicati durante gli anni.
La seguente recensione è pubblicata anche su Andromeda – Rivista di fantascienza.

Brown covers

La produzione di Fredric Brown si può senza timori definire “sterminata”, benché più per numero di titoli, che per per effettiva mole di parole: la sua opera infatti si concentra perlopiù sulla narrativa breve, se non addirittura brevissima, piuttosto che sui romanzi.
È una produzione varia anche sul fronte del contenuto: al di là del romanzo mainstream The Office, infatti, Brown si divide agilmente fra il giallo/mistery/noir e la fantascienza – dando prevalentemente romanzi al primo genere e racconti al secondo.
E non è stato disdegnato dall’editoria italiana: Mondadori ha infatti tradotto sia molti racconti e una ventina fra i suoi romanzi gialli, che i suoi cinque romanzi e tutti i racconti di fantascienza.
Questi ultimi sono rintracciabili nei volumi Cosmolinea B-1 e Cosmolinea B-2 (entrambi della collana Urania), e Tutti i racconti (1941-1949) e Tutti i racconti (1950-1972) (della collana “I massimi della fantascienza”).

Senza imbarcarsi nella titanica impresa di commentarli uno ad uno (essendo peraltro molti sotto le tre pagine di lunghezza), utilizziamo questo enorme corpus per analizzare alcuni tratti caratteristici dell’opera di Brown, se necessario citando alcuni brani in particolare.

La brevità

La prima cosa che salta all’occhio, anche semplicemente sfogliando i volumi senza realmente leggere, è l’eccezionale brevità delle storie: più di tre quarti dei racconti è sotto le 5-6 pagine, e quei pochi ad aggirarsi sulla ventina o oltre sono in realtà suddivisi in capitoli di durata allineata a quella dei “fratelli” più piccoli.
Cosa scopriamo, quando smettiamo di farci scorrere le pagine davanti agli occhi e ci concentriamo realmente sul contenuto? Che tutti i racconti, anche i più brevi, in pochissime righe riescono a descrivere esattamente quel che è necessario sapere, quel che basta a capire chi sono i personaggi, dove si trovano, cosa fanno e qual è l’idea fondamentale che è alla base della narrazione. Perché la forza di queste poche pagine non è e non può ovviamente essere in una psicologia particolarmente profonda dei protagonisti, né in una trama complessa o nella costruzione di un mondo: il fascino di questi racconti è nel guizzo finale, nel colpo di scena relegato all’ultima riga, nell’originalità con cui si scopre una verità, si trova una soluzione, si cambia la prospettiva e si rivaluta l’intero paragrafo, e con questo siamo magari portati a riflettere – in genere sulla natura umana, sul rapporto fra di noi, sulle nostre incertezze e le nostre debolezze.
Celeberrimo, in questo senso, è La sentinella, esempio massimo di ribaltamento, concentrato in una pagina stringata di mera descrizione di un “alieno” e diventato ben presto un simbolo, un modello per quel genere di cambio di prospettiva che presenta. Ma con questa sterminata antologia scopriamo che questo campione esemplare non è affatto caso unico, ma solo un esempio fra tanti (benché uno dei più efficaci) in una una gamma ben più ampia: fin dal primo racconto, Per questa volta no, ci troviamo proprio di fronte a una paginetta descrittiva e a un cambio di punto di vista nelle ultime righe. Ma ritroviamo lo stesso schema in Rappresaglia e ne L’arma, in Alla larga! E ne Il solipsista, ne La risposta e in La prima macchina del tempo, e in molti altri.
Una menzione a parte, a proposito di brevità, meritano due racconti formati da parti fra loro indipendenti, miniracconti legati da un tema comune, sorta di antologia nell’antologia, o volendo di microciclo: Le Grandi Scoperte perdute (L’invisibilità, L’invulnerabilità e L’immortalità) e Tutti i colori dell’incubo.

Ironia

Veniamo quindi al secondo aspetto che immediatamente salta all’attenzione al momento della lettura, già fin dai primi racconti: ed è la diffusissima ironia, un senso comico e beffardo che trovano la loro massima realizzazione proprio in queste forme brevissime che, illustrando brevemente una situazione, la rovescia con un colpo di coda finale.
Si tratta, in molti casi, di brani per i quali si potrebbe addirittura azzardare un accostamento con la barzelletta: esempi perfetti sono Margherite, La sentenza, Naturalmente, Voodoo, La prima macchina del tempo, Amore ittico; persino racconti che si tingono di inquietudine come La risposta o Questione di scala possono rientrare pienamente nel genere.
Non manca – anzi abbonda – l’ironia anche in racconti più lunghi: primo fra tutti Astrotopolino e il suo seguito Topolino colpisce ancora, e negli assurdi Niente di Sirio e Pianeta da pazzi.

I giochi di parole

Parte di questa ironia è dovuta a giochi di parole. Qui, purtroppo, la traduzione italiana fa il possibile, ma nel 90% dei casi si è costretti a mantenere o citare fra parentesi alcune parole in inglese (in L’angelico lombrico), oppure quasi sempre a note che rimandano alla spiegazione del gioco originale: le vediamo in Pianeta da pazzi, l’ovvio Giochi di parole, Errore d’ortografia, il piccante Polvere di gatto e l’altrettanto scurrile Cavalli e umanoidi. Questi i casi in cui il gioco di parole è parte integrante del divertimento e del senso del racconto, come abbiamo visto spesso relegato alle ultime righe; ma non mancano le occasioni in cui detti stratagemmi comici vengono usati più liberamente all’interno dei dialoghi, senza particolare importanza sulla trama, ma comunque risolti in traduzione tramite note.
Un caso a parte merita il racconto Aelurofobia, in cui un uomo affetto da grave fobia nei confronti dei gatti non può sopportare neanche parole che contengano la sillaba “cat”: il che ha senso in lingua originale, ma decisamente meno in traduzione – tanto più che ci si sforza di inserire parole che contengano cat pur dovendo necessitare, in teoria, di gatto.
In generale, verrebbe quasi da chiedersi quale sia il senso di questa operazione: perché tradurre racconti che, per loro stessa natura, sono intraducibili? L’unica motivazione è proprio nell’intento puramente filologico di realizzare un’integrale dei racconti a tema fantascientifico, costi quel che costi sul piano della comprensione.
Ma… c’è un “ma”.

I racconti non di fantascienza

Stupisce che, in una serie di antologie pubblicate su Urania e su I massimi della fantascienza, figuri ben più di un racconto che con il genere ha poco o nulla a che fare: non sorprendono più di tanto i racconti a tema soprannaturale (perlopiù con la partecipazione di Satana, come vedremo in seguito), quanto alcuni gialli (Errore fatale, Lo scherzo, Agnellino) e altri che possono occhieggiare ora all’uno ora all’altro genere, ma rimangono inclassificabili e comunque non incasellabili nel contesto fantascientifico/fantastico.
Fra questi, sia chiaro, ci sono dei veri gioielli: come le sei tristi parti che compongono Tutti i colori dell’incubo, riassumendo in un minicompendio tutte le suggestioni del giallo, dell’horror, del realismo magico, ma che più che incubi appaiono come storie drammatiche solo sporadicamente tinte di humor nero e cinismo.
Praticamente tutti gli esempi di racconti non di genere fantascientifico qui citati sono dello stesso, ottimo livello del resto della raccolta; neanche il più incallito fantascientista, quindi, può dirsi infastidito dalla loro presenza, né annoiato dalla loro lettura. Rimane comunque la perplessità di fronte alla scelta editoriale di pubblicare dei racconti oggettivamente fuori contesto. Non che questa sia una novità: basti pensare a Raymond Bradbury.

I temi e le caratteristiche comuni

Andiamo ora a vedere alcuni temi particolari e alcune caratteristiche comuni sui quali Brown sembra ritornare molto volentieri, anche in racconti scritti a distanza di anni, variandone le implicazioni, i punti di vista, gli aspetti su cui concentrarsi (in riferimento a tutti i brani della raccolta, quindi anche quelli che non ricadono strettamente nel genere fantascientifico).

— Il viaggio nel tempo
Nei suoi racconti fantascientifici, Brown affronta più volte questo topos imprescindibile. Inutile dire come l’inevitabile paradosso temporale venga spesso piegato a intenti umoristici, facilmente enfatizzati dall’eccezionale brevità: è il caso di Rappresaglia, Esperimento, La prima macchina del tempo, Le brevi vite felici di Eustace Weaver, Le grandi scoperte perdute. Ma non ne manca l’utilizzo per il vero e proprio impegno politico antirazzista di Ucciso dagli antenati. In Paradosso perduto, invece, è un pretesto per raccontare una tenera storia d’amore. Con La fine, l’idea di un tempo che si avvolge su sé stesso dà vita a un microracconto dal sapore sperimentale.

— L’horror
Come abbiamo già rilevato, molti dei racconti non fantascientifici ricevono delle suggestioni orrorifiche, che siano essere di natura paranormale o squisitamente, terribilmente umana. Mentre nel primo gruppo possiamo far ricadere Dentro il cappello, La famiglia Geezenstack e Eine Klein Nachtmusik, rientrano nel secondo La casa, Il compleanno della Nonna, Agnellino (se possibile tutti e tre, proprio per l’assenza o quasi di componente fantastica, ben più agghiaccianti degli altri). Caso a parte merita il celebre Chi è, questo sì di fantascienza, che si apre citando un fantomatico preesistente racconto dell’orrore di due frasi: «L’ultimo uomo sulla Terra era solo nella sua stanza. Qualcuno bussò…», racconto che riesce egregiamente a coniugare sci-fi, horror e umorismo.

— Satana
Rimanendo in tema, molti racconti (sia horror che privi di tali connotazioni spaventose) vedono come protagonista, antagonista o comprimario proprio il Principe delle Tenebre. Brown riesce nella rara impresa di far apparire Satana in molti di quei racconti brevissimi dal finale imprevisto e comico: Armageddon, Naturalmente, Millennio, Trucido, Delitto in dieci lezioni (il primo e l’ultimo un po’ più lunghi del paio di pagine degli altri). Per quanto opinabile la natura demoniaca dell’agente di Dieci per cento, è eccezionale invece la palpabile presenza del maligno in Le ali del Diavolo dove, a voler ben vedere, del Diavolo non c’è mai alcuna reale, concreta manifestazione.

— Il fraintendimento tra umani e alieni
Sulla scia del racconto umoristico, uno degli stratagemmi spesso adottati da Brown è quello del fraintendimento, dell’incomprensione fra Noi e Loro, venuti in pace che siano o meno: a volte è un’incomprensione di livello linguistico/comportamentale (Cortesia), a volte è un fraintendimento temporale (La sentenza). Infine, l’effetto comico è ottenuto tramite la bizzarra natura dell’alieno, che si presenta in una forma assai diversa da come possiamo immaginarlo, e per colpa della quale non riusciamo a prenderci sul serio a vicenda: oltre a La razza dominante, per ben due volte Brown mette di mezzo degli asini – in Io, Frittella e i marziani e Il vecchio il mostro spaziale e l’asino.

— Giornalismo e editoria in generale
L’esperienza autobiografica può trasparire anche nel più fantascientifico dei racconti. Fredric Brown, fra le altre cose, ha lavorato come correttore di bozze in una tipografia e per un quotidiano. Non si può negare che avere costantemente a che fare con errori di battitura abbia costituito una fonte praticamente sterminata di ispirazione per quei giochi di parole in cui si è accennato nei paragrafi precedenti, e di cui L’angelico lombrico costituisce senz’altro l’esempio più lampante, insieme a Che succede lassù (peraltro entrambi fra i racconti meno brevi dell’intero corpus). La memoria dell’esperienza pratica in tipografia si spinge addirittura a rendere protagonista di una storia direttamente una linotype, in Etaoin Shrdlu; i mesi passati a contatto con i colleghi giornalisti e con le dinamiche di una redazione, hanno permesso a Brown di parlare di notizie in Per questa volta no, e delle strisce comiche in Umorista di professione.

La seconda persona

Prima di concludere, è interessante rilevare come due racconti siano scritti in seconda persona singolare, ovverosia rivolgendosi direttamente al lettore: stratagemma stilistico abbastanza raro anche ai nostri giorni, probabilmente ancor più straniante per i primi anni ‘50 a cui risalgono i due brani in questione, I giocatori e Gioco di specchi.
Purtroppo, in nessuno dei due racconti la scelta è dettata da solidi motivi narrativi, e rimane quindi un esperimento grammaticale forse troppo fine a sé stesso, la cui efficacia nell’immedesimazione del lettore va sfumando durante la lettura, ma è sempre fortissima e coinvolgente nei primi paragrafi.

Infine, una poesia

In questo enorme corpus di brevi e brevissimi racconti, spicca particolarmente Immaginatevi, brano giustamente celebre quanto difficilmente catalogabile. È una poesia in prosa? Un racconto in forma poetica? Una riflessione appuntata in poche righe? Immaginatevi, in meno di una pagina, costringe la mente del lettore a un duplice lavoro: dapprima contemplare le possibilità della fantasia umana, valutarne i limiti, indagare gli eventi previsti e quelli ancora in divenire; poi affrontare la propria stessa natura, meditare sull’immaginazione stessa, paragonarla alla realtà che ci circonda, accettare – se possibile – la piccolezza e la caducità del ruolo dell’umano nell’Universo, la quasi inutilità della propria stessa fantasia che, per quanto sfrenata, ma supererà quel che già esiste.
Un piccolo gioiello, in mezzo a tanti ottimi racconti, che pone il lettore in diretto rapporto con ciò che lo circonda, gli fa valutare la sua esistenza con le dovute proporzioni, e lo lascia con quel sense of wonder che la fantascienza ricerca da sempre e che possiamo trovare anche semplicemente alzando gli occhi al cielo; e che incredibilmente, in questa vastissima raccolta, troviamo forse più in questa breve poesia che nei brani in prosa da cui è circondata.

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