Le serie della settimana (25/07/2016-31/07/2016)

In questa settimana, Animal Kingdom ci fa stare sulle spine e The Fosters crea un piccolo gioiello per gli standard della serie. Con cosa ho riempito il resto del mio tempo (come se non avessi nient’altro da fare, poi)?
Ho provato a vedere Stranger Things: purtroppo qualcosa non ha funzionato, e l’ho mollato dopo due puntate dando una rapida spiegazione su Facebook.
Ho optato quindi per voltare le spalle alla fiction e dedicarmi a un agghiacciante documentario di Netflix: Making a Murderer.

Animal Kingdom 1×08

Il piano per la conquista della base militare ha inizio, anche se francamente ci ho capito poco – tipo: perché stirare i soldi? Comunque questa serie già in precedenza ci ha mostrato trame complesse districarsi a poco a poco, quindi presumibilmente vedremo i dettagli chiarirsi nelle prossime puntate. Se non li arrestano nel frattempo, intendo.
Un po’ tirata la missione di J, a cui viene affidata una responsabilità che mi pare davvero eccessiva per un diciassettenne appena entrato nella famiglia; una missione oltretutto di una difficoltà immane, ma portata a termine con fin troppa leggerezza: si entra davvero così, in una base militare? Ti rispondono veramente così, se ti beccano? Anche se in quel mentre sta scoppiando un incendio? E poi, l’idea di una pista ciclabile che corra in una base mi sembra una forzatura eccessiva. Ma insomma, gli perdoniamo tutto perché finalmente l’ometto prova una mezza specie di sentimento e addirittura piange – cosa che non aveva fatto neanche a fianco del cadavere della madre, per dire.
Il suo voltafaccia (dovuto essenzialmente all’esuberanza del pene dello zio) rischia di sovrapporsi a quello di Cath, che, rosa dai dubbi riguardo il suo triste passato che abbiamo appena appreso, preferisce andarsene, ma senza mandare Baz in galera. Non c’è molto senso.
Baz, comunque, si conferma un fine psicologo, probabilmente quello in famiglia con le maggiori capacità empatiche e dai riflessi più pronti. A meno che non si parli di rapporti padre-figlio, perché in quel caso sbrocca e non ci aiuta a risolvere uno dei misteri che ci attanaglia dall’inizio.
Una terzultima puntata che spiana quindi la strada a un finale potenzialmente esplosivo, nel mezzo del fuoco incrociato Cody/militari/polizia.

Making  a Murderer 1×01-10

Dopo The Jinx, torno ai documentari criminal-legali. Ma mentre la miniserie HBO riguardava un probabile assassino che l’aveva fatta franca, quindi il caso è opposto: in Making a Murderer, prodotto da Netflix e messa online a dicembre dell’anno scorso, seguiamo il caso di Steven Avery, apparentemente perseguitato dalla giustizia dal 1985. In quell’anno viene infatti giudicato colpevole di violenza sessuale e condannato, salvo – dopo 18 anni di carcere – essere scagionato grazie a nuove prove. Ma è solo l’inizio del suo incubo.
Segue minirecensione/”trama” di ognuno dei dieci episodi. Se volete potete saltare direttamente alle conclusioni riguardo l’intera stagione (ma, insomma, se avete cliccato sul nome del protagonista e avete letto la pagina di Wikipedia, sapete più o meno tutto).

Nella prima puntata scopriamo come tutto è iniziato: il caso che ha mandato in prigione Steven Avery per diciotto anni. Intanto, ci vengono presentati i personaggi, dalla sua famiglia a tutta quella pletora di poliziotti, sceriffi, vice e avvocati che si daranno presumibilmente battaglia nelle prossime puntate. I contorni dell’abuso di potere dell’85 sembrano ben delineati, e al termine della puntata ci si chiede: cos’altro c’è da dire? Davvero c’è del materiale per riempire altre nove puntate con il processo a chi ha incarcerato Avery ingiustamente? E spunta il colpo di scena. Ottimo montaggio.
Nella seconda puntata, cresce la tensione fra chi aveva incarcerato Avery la prima volta, vittime di un linguaggio del corpo fin troppo esplicito mentre vengono messi di fronte alle proprie contrastanti dichiarazioni. Ma la provvidenziale scomparsa di Teresa cui si accennava negli ultimi minuti della puntata precedente arriva a salvare un sistema che si sta rivelando sempre più corrotto. In una sequenza di azioni del tutto prive di trasparenza. assistiamo impotenti ad un abuso di potere francamente sconvolgente: come diavolo fa a rimanere impunito uno sceriffo che dichiara in conferenza stampa che hanno perquisito una casa per una settimana senza nessuno presente, e che ora stanno tenendo qualcuno in isolamento per interrogarlo senza avvocato?
La terza puntata ci offre il clamoroso colpo di scena del nipote. Stordito da quanto sente, in qualsiasi spettatore vacilla la certezza dell’innocenza di Steven Avery, almeno fino a quando non ci viene mostrato l’interrogatorio di Brendan, personalmente una delle cose più agghiaccianti che abbia mai visto. Mi chiedo non solo come sia possibile accettare una confessione palesemente estorta come quella, ma anche come facciano i due poliziotti a non essere stati sbattuti in carcere seduta stante. Mai tesi del complotto è stata più reale.
La quarta puntata dura qualche minuto in più delle precedenti, ma scorre addirittura più veloce. La sensazione di impotenza che trasmette questa serie aumenta di episodio in episodio, specie ora che l’attenzione si è spostata su Breandan. Come un giudice possa considerare ammissibile quegli interrogatori anche dopo aver visto i video, davvero non o spiegarmelo. Grande impotenza anche nei confronti di Jodi, che finisce per essere vittima anche lei della macchinazione per far perdere ogni speranza a Steven.
La quinta puntata ci mostra una sequenza di colpi di scena in sede di processo che oscillano tra l’incredibile e il semplicemente meschino. Perfino i giornalisti subodorano qualcosa e Kratz suda un po’ troppo, devia le domande, chiede annullamenti. E il giudice non appare poi troppo imparziale… Fortunatamente, con mosse sottili gli abilissimi avvocati stanno facendo emergere il complesso piano della polizia per incastrare Steven. E siamo ancora a metà stagione.
La sesta puntata si concentra molto sul piano strettamente scientifico (e anche logico): vediamo infatti perlopiù le deposizioni di antropologi e tecnici della scientifica. Impariamo – per chi già non lo sapesse – che il DNA non è Verità Divina e che è una prova come tutte le altre: ovvero può essere imperfetta, corrotta, mal interpretata, contaminata. Idem per delle ossa, il cui effettivo spostamento da un luogo all’altro è più difficile da dimostrare di quanto si pensi. E infine, anche semplicemente le collocazioni temporale possono smontare un’accusa.
La settima puntata vede concentrarsi la difesa sul montare la teoria del complotto: fra registri falsati, dichiarazioni incoerenti, poliziotti di Manitowoc lasciati soli e testimoni che strabuzzano gli occhi e sudano come facoceri, la costruzione sembra venire su molto bene. Il coinvolgimento dell’FBI fa assumere alla vicenda dei contorni davvero paradossali. I concetti di falso positivo e falso negativo dovrebbero aiutare i giurati a discernere la verità: ma sono in grado? Interessanti la discussione dell’avvocato sul fatto che nessun giurato è mai davvero isolato al mondo, e tutti sono stati influenzati dai media e da quella terrificante conferenza stampa horror.
L’ottava puntata si può dividere in tre parti. Nella prima, assistiamo all’atteso momento delle arringhe conclusive: un sagace botta e risposta, in cui l’accusa fa ben più di un passo falso, e dove gli straordinari avvocati di Steven compiono un meticoloso lavoro di distruzione delle non-prove presentate finora. La seconda parte è la snervante attesa delle decisioni della giuria, della quale riusciamo “postumamente” a sapere qualcosa grazie al giurato estromesso che ci offre una triste immagine di testardaggine e prepotenza (non sua, ovviamente). Infine, spostiamo l’attenzione – presumibilmente almeno per tutto il prossimo episodio – su Brendan.
E infatti la nona puntata si concentra quasi tutta sul processo a Brendan. Sono sempre più sconcertato da questo sistema penale, che con la sua «tragica mancanza di umiltà» in quest’occasione fa almeno due vittime (oltre alla principale, Teresa). Straziante lo sfogo finale di Barb, imbarazzanti le motivazioni del giudice per la pena – dato anche che sembra basarle sull’accusa di vent’anni per la quale Steven era stato dichiarato innocente (e qui c’è ampio margine per ricorsi su ricorsi).
La decima puntata ci mostra molto velocemente una carrellata dei tentativi post-sentenza di appellarsi, sia per Steven che per Brandon, attraverso tutti gli organi che la giustizia americana permette: batosta finale al senso di impotenza dello spettatore, che si vede incarnato nella reunion degli avvocati storici di Steven (nonché nel giurato estromesso). Non mancano i momenti quasi di “tenerezza”, con i genitori sempre più acciaccati e la new entry Sandy, e quel minimo di perversa soddisfazione finale che possiamo provare per Kratz.

Dunque, cosa dire al termine della stagione?
La serie, va detto, è fortemente schierata dalla parte di Steven (e di Brandon): tutto quello a cui assistiamo è dal loro punto di vista o da quello dei loro parenti e dei loro avvocati. All’accusa non è dato di esprimersi privatamente davanti alle telecamere, e pochissimo lo fa anche la famiglia di Teresa.
Ciononostante, alcune prove sono così schiaccianti da rendere semplicemente sconcertante la sentenza e l’intero destino dei due imputati a cui abbiamo assistito in queste dieci puntate. Come una confessione estorta possa essere presa per genuina nonostante una proiezione senza tagli della ripresa è qualcosa che mette a dura prova la mia fiducia nella capacità di comprensione degli altri, nell’empatia, nell’intelligenza emotiva.
Ecco, appunto: il sentimento principale che rimane allo spettatore al termine – e durante – la visione di Making a Murderer è un profondo senso di impotenza, quasi il terrore che qualcosa del genere possa accadere a chiunque, la paura di non essere creduto, che qualsiasi azione o parola siano fraintese, che un potere più forte di noi ci si accanisca contro e possa fare della nostra vita quel che desidera. Un effetto che avrebbe ottenuto venissimo anche una fiction: ma questa è la realtà, e l’effetto è decuplicato.

Per sapere se e come gli sforzi finali di Steve avranno ottenuto qualche risultato, aspetteremo la seconda stagione, già confermata.
Oppure, ogni tanto, ci ricorderemo (anzi: non ci dimenticheremo) di cercare “Steven Avery” su Google News.

The Fosters 4×05

The Fosters ci sorprende con un’ottima puntata, in cui si mescolano sapientemente un po’ tutte le storyline affrontate finora.
Certo che guardare Callie e Aaron che si fingono avvocati mentre sto seguendo anche Making a Murderer è un po’ umiliante per loro; ma vabbè, almeno ci provano. Grandiosa l’autoironia metatestuale della serie, che pone al suo stesso interno shipper incallite: Taylor che praticamente cerca di far accoppiare Jude e Noah; Mariana che scopre con gioia la relazione fra sua madre e il padre di suo fratello (ma non si erano pubblicamente baciati qualche puntata fa?). Graditissimo il ritorno di Jenna, che dà una punta di acido lesbismo di mezz’età alla serata. Meno gradito è il ritorno di Brandon nel fantastico mondo dei documenti falsi, per i quali aveva già rischiato il carcere anni fa: bravo, complimenti. Permane il mistero sul calo della libido di Jesus – o sull’aumento smodato di quella di Emma.
Il vero quanto raro colpo di genio è piazzare tutti (tutti!) i personaggi presenti nella puntata nel giardino della casa: dai principali ai secondari, dagli storici ai nuovi, chiunque sia presente in una scena dell’episodio prima o poi appare anche a quella festa anni ’70. Qual è il valore narrativo di questa scelta? La casa stessa: da protagonista silenziosa, diventa il grembo in cui ognuno viene accolto nel momento in cui si rivela che c’è il rischio concreto di perderla. Davvero una costruzione molto, molto al di sopra dei livelli a cui questa serie ci ha abituato da quattro anni a questa parte.
Scopriremo se il prossimo saprà essere all’altezza di questo splendido episodio, e se i nostri riusciranno a sconfiggere Equitalia (o Equamerica, o come si chiama).


Per la prossima settimana non sono previste novità. Anzi: non sono previste fino a settembre (Master of SexAmerican Horror StoryModern Family ecc.). Quindi si continua con la strana coppia Animal KingdomThe Fosters, più recuperi del tutto casuali.

Buona visione!

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