Le serie della settimana (20/06/2016-26/06/2016)

Dal punto di vista “telefilmico”, probabilmente è stata una delle settimane più intense che abbia mai vissuto.
Termina infatti a sorpresa Penny Dreadful, con un finale deciso l’anno scorso ma non comunicato ai poveri spettatori.
Ho visto l’intera quarta stagione di Orange is the New Black: una stagione particolarmente cruda, con più di un episodio eccezionale, che qui recensisco puntata per puntata (a parte le prime tre, di cui ho parlato la settimana scorsa).
Veep ci regala il miglior episodio di sempre della serie, e sicuramente una delle mezz’ore migliori andate in onda negli ultimi anni.
E mentre il penultimo episodio di Silicon Valley aumenta la tensione in vista del finale, The Fosters ricomincia portandola a mille, la tensione.
Che ansia, eh?

 Orange is the New Black 4×04-13

Quarta puntata incentrata su Healy, che ci mostra di nuovo la sua madre malata. Ottimo, oltre al trucco per il ringiovanimento, il colpo di scena della senzatetto (stavo già pensando a quanto fosse stupido quell’incontro casuale), così come il fatto che l’intero flashback si ricolleghi alla trama presente e apparentemente risolvi il problema-Lolly. Peccato aver coinvolto Red in tutto ciò; ma d’altronde non è detto che sia finita qui.
La rivalità fra Piper e Maria si accentua, viaggiando con il giusto crescendo che probabilmente raggiungerà il culmine entro un paio di puntate.
Finalmente poi rivediamo Sophia, con il combattuto Caputo e una fugace apparizione dell’indimenticata Nicky.
Ancora non ho inquadrato molto bene il ruolo di Judy King, mentre attendo con ansia lo scontro Islam-ebraismo che si paventa dalla premiere.
Nota a parte per il bellissimo dialogo fra Doggett e Coates, che ci permette di entrare nella mente di uno stupratore e capire le dinamiche della violenza sessuale come raramente abbiamo occasione di fare. Davvero uno splendido lavoro.
Ultima chicca: Suzanne a letto sta leggendo nientemeno che Dhalgren di Delany. È da lì che prende ispirazione la sua fanfiction?

Quinta puntata sul passato di Maritza, che a quanto pare una volta era decisamente stupida, ma a forza di truffare la gente ha imparato a recitare per bene e ingannare chiunque.
Gradito il ritorno di Danny, infiltrato in quell’assurda ma purtroppo realistica fiera del penitenziario; se non altro finalmente Caputo e Linda consumano.
Le altre storyline risultano un po’ distaccate, fra una Taystee essenzialmente solitaria, il bizzarro duo investigativo Morello-Suzanne che momentaneamente non ottiene alcun risultato, e le lezioni di trigonometria di Soso.
Più interessante invece la questione del razzismo: mentre apprezziamo qualche battutina antisemita, Piper sembra creare accidentalmente un movimento pseudonazista. Ottimo il progressivo spegnimento del sorriso quando si accorge che il suo tentativo di mettere le sue compagne contro le latine è diventato in un inneggiare al Terzo Reich.
Menzione finale per l’inaspettato coming out di Piscatella.

Sesta puntata straordinaria, particolarmente incentrata su Luschek benché senza flashback. Questo se non altro ci permette di tornare anche su Nicky (nonché per un attimo su Stella), che ovviamente termina l’episodio nel solito modo che ci fa cadere le braccia fin dalla prima stagione e pone l’attenzione dello spettatore sulla violenza sessuale femminile. «La figliol prodiga è tornata.»
A proposito di violenza sessuale, non è da sottovalutare una parte più umana di Coates, che non è solo uno stupratore, ma una personalità più complessa – e di certo più empatica di Luschek.
Meravigliosa la scena fra Alison e Cindy, che in due minuti ci ripropone una quasi impeccabile versione in miniatura del conflitto israelo-palestinese, con tanto di soluzione proposta: mettere entrambe le parti contro Scientology.
Il passo più lungo della gamba di Piper sancisce di fatto una fine tragica per qualcuna: è impossibile che nessuna si faccia male, ora che la guerra fra latine e bianche è sia sul lato ideologico/razzista che su quello personale.
Inutile sottolineare la grande apprensione per Sophia (che non aveva mai parlato con Nicky prima?), magistralmente mediata da una semplice inquadratura di una stanza vuota e orribilmente macchiata.

Settima puntata che nel suo finale conferma di nuovo (come se ce ne fosse bisogno) che questa serie decisamente non è una comedy – con vivi complimenti a Taylor Schilling per gli urli.
Il flashback su Lolly ci mostra un’attrice, per la sua versione giovanile, straordinaria nell’imitare accento e movenze dell’interprete principale; benché il resto della vicenda non dica molto che già non sappiamo.
Il ritorno di Nicky offre momenti di commozione soprattutto con Red, ma c’è da dire che questo continuo alternarsi di sobrietà e ricadute non è particolarmente originale per il personaggio, e la stessa espressione della mamma adottiva russa è una specie di classico. È comunque un ottimo pretesto per risolvere il caso degli agenti Morello&Warren.
Linda si conferma il demone delle parole profetiche di Danny, e speriamo che con questo corsi/lavori forzati Caputo riesca a comprendere la situazione.
La tematica razzista continua a farla da padrona nel bizzarro quartetto di nere multireligiose, coadiuvato dal passato di Judy King (di nuovo complimenti ai truccatori della serie per il ringiovanimento).

Ottava puntata che ci conferma come in questa stagione gli autori abbiano rinunciato più spesso alla classica struttura a flashback per mostrarci solo gli eventi a Litchfield: un’ottima scelta per concentrarci sulle complesse e sfaccettate vicende contemporanee ed evitare il rischio di inutili riempitivi nel passato.
Alla fine il gran segreto dell’uomo sepolto nell’orto sta diventando mano a mano di dominio pubblico; strano che nessuno abbia detto a Red che Nicky ha ricominciato a farsi.
Piacevole, ad ogni modo, il ritorno di Cal, che ci riporta tutta la sua follia in due minuti di telefonata; a proposito di parenti, non ricordavo avessimo mai visto la sorella di Lorna… speriamo non la coinvolga in qualche atto di stalking.
Due parole importanti sull’evoluzione di certi personaggi. Da una parte abbiamo innanzitutto Yoga, ormai completamente sommersa dalla sua stessa ipocrisia, ma che in realtà vive piuttosto male questa suo condizione. Dall’altra abbiamo Maria, ormai leader indiscussa della prigione, degna erede di Vee ma con molto meno carisma, col risultato di sembrare solo gratuitamente maligna – ad esempio prendendosela con le stesse compagne latine.
Un occhio alla compagna di letto a castello di Red, che potrebbe suicidarsi da un momento all’altro.
Riguardo Linda, si conferma la sua estrema pericolosità; purtroppo Caputo è di altra opinione.

Nona puntata che torna ai flashback, stavolta inaspettatamente di Blanca, dall’animo più ribelle di quanto possiamo sospettare dal fatto che non si lavi.
Estremamente interessante il dialogo fra Doggett e Big Boo, che dopo il pentimento di Coates pone la questione della redenzione del reo: si può non accettare il pentimento? Anche se viene da uno stupratore? E se non si può accettare e la colpa rimane per sempre, a che serve l’intero istituto carcerario? Là dentro hanno tutte commesso degli errori, ma (quasi) tutte vogliono redimersi: Coates non può? Le domande sono molto più importanti di quanto non possa sembrare.
Surreale la vicenda Judy/Cindy, anche se speravo che la scoperta dell’ebraismo della seconda da parte della prima avrebbe portato a qualche esilarante sviluppo antisemitico.
Il momento inquietante è con il secondino Humphrey e la sua disturbante tortura a Maritza. Prevedo un modo estremamente efficace per far redimere davvero Coates…
Rileviamo infine dei lievi errori di tempistica nello sviluppo: Aleida esce fra due giorni come ha detto nella puntata scorsa, Dogget dice che il dialogo con Coates è avvenuto poco prima, ma nel frattempo Judy ha venduto la foto ed è stata pubblicata – cosa che di certo non può avvenire in dodici ore.

Decima puntata in un certo senso incentrata su Aleida, per quanto il suo non sia un flashback, ma il triste) ritorno al mondo esterno. Questo funge da pretesto per mostrarci l’ennesimo lato politicamente impegnato di questa serie, denunciando le difficoltà del reinserimento in società dell’ex-detenuto.
Il filone etico è mantenuto dalla resistenza di Blanca e soprattutto di Piper, che evidentemente in colpa per aver dato inizio al Quarto Reich sente il dovere di ribellarsi a quella specie di Guantanamo in miniatura.
A questi si aggiunge Caputo, che – forse motivato dall’evidente fascismo di Linda – si ravvede e cerca di aiutare la causa di Sophia (peraltro citata in un «Burset has a dick» scritto sul muro).
Inizialmente tenere Suzanne e Kukudio, fino a quando quest’ultima non mostra un minimo di lucidità e si vendica dopo una scena squisitamente sinestetica. Divertente l’inserimento di Lolly per i consigli sulla macchina del tempo.
Infine, il colpo di scena conclusivo che si sarebbe dovuto prevedere all’arrivo del cantiere: l’unica speranza è che la decomposizione sia tale che non sia rimasta alcuna traccia di nessuna delle varie persone coinvolte.

Undicesima puntata fra le più crude di tutta la serie, grazie a un concentrato di eventi particolarmente sconvolgenti negli ultimi dieci minuti: la conclusione del flashback di Suzanne iniziato con ritmi abbastanza noiosi (a parte la non molto velata denuncia della facilità di acquisto delle armi d’assalto negli USA) ma terminato con inaspettata violenza; un Healy che perde il senno (forse in maniera un po’ precipitosa) e viene recuperato solo da una chiamata per il rotto della cuffia; l’agghiacciante deriva autoritaria delle nuove guardie, che scommettono sulle pelle delle detenute, ormai disumanizzate a livello poco sotto quelli animali; e infine l’intera questione dell’omicidio, che dopo una Red sul filo del rasoio porta a materializzare il peggior incubo di Lolly, in un luogo che non può non risvegliare anche in Healy ricordi angoscianti che lo accompagnano mentre esce dall’ultima inquadratura.
L’intervento di Maria per separare Suzanne e Kukudio fa quasi presagire una possibile alleanza di tutte le gang di detenute contro i secondini. D’altronde, i riflettori dell’opinione pubblica potrebbero essere presto puntati sul Litchfield se Danny farà emergere la questione Sophia – ovvero se Caputo non riuscirà a fare niente al riguardo.

Ho delle difficoltà a recensire la dodicesima puntata per via degli ultimi minuti, probabilmente fra le scene più tragiche degli ultimi anni della storia delle serie.
Il modo in cui Orange is the New Black mescola fra loro ironia e divertimento con il dramma puro e un’incredibile crudezza, rende questi ultimi due aspetti ancora più dolorosi per lo spettatore. Impossibile non trattenere un moto di nausea di fronte alla conclusione di quest’episodio, che lascia lo spettatore completamente invaso dalla rabbia nei confronti di un sistema carcerario che disumanizza il colpevole, a un livello se possibile inferiore all’animale.
Tutti sono coinvolti: dalla guardia che ha commesso un atto gravissimo ma sta comprendendo il suo errore, a quella innocente, che è lì per sbaglio e dovrebbe scapparne il prima possibile, ma si ritrova addosso la più grande delle colpe possibili. C’è spazio persino per chi accetta di non farcela più, chiude la sua vita e sceglie il ricovero (invero un po’ frettolosamente).
L’intreccio fra il flashback di Bayley e le aspettative future di P risulta lampante solo col senno di poi, così come un’ottima sceneggiatura deve essere. A questo punto sono enormi le aspettative verso un finale che o sconvolge la struttura della prigione, o lascia tutto com’è e ci conduce praticamente al massacro.

Tredicesima e ultima puntata che parte inaspettatamente con un flashback postumo: il flashback di una ragazza qualunque, con degli amici, dei sogni, dei progetti per il futuro, e la straordinaria capacità di farsi trascinare in locali decisamente originali.
Gran parte dell’episodio è, ovviamente, incentrato sull’elaborazione del lutto da parte delle altre detenute: atroce e autodistruttiva quella di Suzanne, a base d’alcol quella di Soso (e delle drogate), prevedibilmente devastante per Bayley e meno prevedibilmente per un rassegnato Coates, a base di sensi di colpa per Alex; prevalentemente violenta, infine, per tutte le altre: una violenza che prima sembra sfociare nei soliti screzi fra gruppi etnici, per poi trasformarsi nell’inevitabile massacro di cui sopra quando Caputo compie una scelta volta a difendere la persona Bayley. Ha fatto bene? Di certo non era corretta la messinscena dell’MCC; ma lo è scatenare una rivolta per amore della verità e della correttezza nei confronti di una persona che ha comunque perso il suo lavoro (che peraltro non voleva neanche fare)?
Tutti possono sbagliare, anche in buonafede, e trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: che ne sarà di Daya nella 5×01?

Qui si conclude la quarta stagione di Orange is the New Black: una stagione straordinaria – forse la migliore finora – una stagione che ha portato all’attenzione dello spettatore importanti temi, perlopiù sociali e politici: primo fra tutti, la questione dei diritti umani dei detenuti, del trattamento degno anche durante la pena (specie se in minima sicurezza come le nostre protagoniste); a questo si ricollegano le problematiche della gestione privata/aziendale delle carceri, tema che tocca poco lo spettatore italiano, ma è più vivo in quello americano; c’è poi la questione della riabilitazione del reo, incarnata essenzialmente da Aleida, ma che ha un parallelo con la vicenda di Coates, con la possibilità di comprendere i propri errori, anche i più terribili; particolarmente sentito, in questa stagione, il tema della malattia mentale, nei personaggi che ne sapevamo già legati, tutti con ricadute drammatiche (quella di Healy forse un po’ troppo frettolosa e grave, mentre molto meglio gestite appaiono quelle di Lorna e la coppia Suzanne/Maureen).
Anche questa stagione si è caratterizzata per la maestria con cui le questioni serie sono state fatte convivere in perfetto equilibrio con i lato comedy della serie, con un’ironia sempre pungente, battute politicamente scorrente, citazioni nerd; sempre senza mai dimenticare il lato romantico e, perché no?, anche quello sessuale.
Non posso quindi che confermare il mio giudizio pienamente positivo per Orange is the New Black, che con questa quarta stagione ribadisce (e forse innalza) l’elevata qualità della serie, impeccabile per scrittura e cast; augurandomi che possa ricevere i giusti riconoscimenti da parte della critica, vi invito caldamente a recuperarla il prima possibile.
Ricordo infine che la serie è stata rinnovata da Netflix fino alla settima stagione: quindi appuntamento all’anno prossimo (e a quello dopo e a quello dopo)!

Penny Dreadful 3×08-09

Ultime due puntate per Penny Dreadful. Purtroppo le ultime due per sempre, visto che la serie è stata cancellata da Showtime poche ore dopo la messa in onda del finale – ma su questo torno dopo.

Ottava puntata che comincia a tirare i fili delle varie storyline. Purtroppo è da rilevare come sia la prima puntata di Penny Dreadful ad avere qualche imprecisione: la più evidente è quella temporale, con una Londra avvolta dalla nebbia da una settimana, ma Dorian, Victor, Lily e Jekyll che riprendono esattamente da dove li avevamo lasciati.
Manca soprattutto di coerenza, visto che la pestilenza avrebbe ucciso quasi tutti, ma c’è comunque gente che se ne va in giro (quello che accoglie Murray & Co. al porto, John Clare che vorrebbe trovare lavoro).
Catriona continua ad apparire troppo, troppo anacronistica, ma è una cosa di cui mi lamento fin dal suo arrivo. Sentirla rispondere una frase così brutta come «Sono quella che ti ha salvato la vita» di certo non aiuta.
Ovviamente sono molti i punti forti della puntata. Prima l’ultimo dialogo fra Dorian e Justine (e qui sorprende sapere che nessuna sapeva lui fosse immortale). E poi, soprattutto, lo splendido monologo di Lily/Brona, per il quale mi aspetto un qualche riconoscimento della critica nei confronti di Billie Piper – e magari qualche futuro ruolo di spicco per lei.
Il colpo di scena finale col senno di poi si sarebbe potuto anche prevedere, ma è stato davvero una sorpresa.
Vedremo se e come l’ultima puntata saprà dare un degno finale alla serie.

Nona ed ultima puntata che porta tutti gli archi narrativi alla loro naturale conclusione.
Purtroppo c’è da rilevare che quello di Dorian e Lily, come temevo, non riesce in alcun modo a ricongiungersi alla trama principale: l’attore riesce perlomeno a fare una performance decente nel suo ultimo monologo, e dare un senso alla noia di esistere di un immortale.
Idem per il ruolo di Jekyll, di importanza nulla per lo svolgimento della vicenda, ma che riserva un incredibile colpo di scena finale: il suo doppio maligno Hyde non è una personalità violenta, ma la sua ambizione ad entrare nella società aristocratica. Avevamo sotto gli occhi una denuncia sociale e non ce ne eravamo accorti.
Venendo a quel che costituisce il fulcro della serie fin dall’inizio, la conclusione per Vanessa risulta inevitabile. Apprezzo che la gestione dei ritmi, divisi fra scene d’azione e lunghi monologhi, sia stata eccellente, senza forzature in un senso o nell’altro, e senza le imprecisioni temporali che avevano caratterizzato la puntata precedente. Unica nota stonata, la capacità della dottoressa Clayton di vedere effettivamente ciò che i suoi pazienti guardano sotto ipnosi, abilità paranormale di cui non ci era dato di sapere finora. E poi ovviamente c’è anche Cat, personaggio rimasto essenzialmente inutile fino all’ultimo.
Infine, John Clare (non sapremo mai il suo vero nome), con una moglie che gli si rivolta contro e una decisione estrema, che ribadisce quella presa alla fine della scorsa stagione: allontanarsi per sempre dal mondo dei vivi. Ma non prima di aver salutato per sempre Vanessa, incarnando in sé tutti gli spettatori. E poi THE END.

Qui si conclude dunque Penny Dreadful, a mio parere una delle migliori serie a tema paranormale mai scritte (ma d’altronde è un genere che di solito evito come la peste, quindi che ne so?).
E finisce in maniera inaspettata, con una manovra che non mi pare sia mai stata attuata prima nella storia della televisione: tacere agli spettatori che il finale sarebbe stato definitivo. Non era infatti stato annunciato come tale, ma era evidente fin dalla sigla speciale dell’ultima puntata: timore rafforzato via via dal susseguirsi degli eventi, fino alla morte catartica e alla conferma definitiva del THE END conclusivo. Poche ore dopo, Showtime ha annunciato la cancellazione, oramai ovvia per chi l’aveva vista in diretta, decisamente irritante per chi la segue con qualche giorno di differita.
Su quando e come questa incredibile decisione sia stata presa, potete leggere quest’intervista al creatore John Logan e al presidente di Showtime David Nevins. Sul fatto che questa sia stata una decisione geniale o una bastardata senza precedenti, a voi la decisione.
Addio Vanessa Ives; addio lupi mannari e vampiri; addio Frankenstein e relative Creature; addio Dorian e addio ai Fratelli Serpenti Dracula&Satana.
E per cortesia, Showtime e tutte le altre reti: NON FATE MAI PIÙ UNA COSA DEL GENERE. Grazie.

The Fosters 4×01

La quarta stagione di The Fosters inizia, a pochi giorni dalla strage di Orlando, con una puntata interamente incentrata su una sparatoria in una scuola (sparatoria che poi neanche avviene). L’episodio è palesemente strutturato come una vera e propria guida per il pubblico giovane a quale comportamento tenere in caso di presenza di persona armata nell’istituto scolastico: questo è particolarmente evidente nella classe in cui si ritrovano Brandon e Callie (ottimi sostituti di un supplente francamente idiota).
Nonostante gli intenti didascalici, la puntata mantiene una struttura solida ed equilibrata, inserendo egregiamente nel contesto drammatico le vicende personali dei protagonisti: al di là dell’annosa questione Brallie (chiamiamo le ship col loro nome, dai), particolare rilevanza è data a Jude e alle sue insicurezze, dettate prevalentemente dall’insana voglia di pene della sua amichetta. È pur vero che Connor che risponde ai messaggi dopo quattro ore non aiuta un granché, ma a questo punto riponiamo tutte le speranze in Daria.
Finale molto teso – complice una canzone inquietante – e trailer del prossimo episodio che lo fa apparire un vero e proprio horror, con Nick che sbuca dagli armadi e Mariana che urla nella doccia mentre qualcuno apre la tenda; un pelino pacchiano, eh, ma vedremo poi se l’episodio saprà evitare il trash.
Nel complesso, comunque, una buona premiere che non manda particolarmente avanti la trama, ma presenta essenzialmente un unico evento ben gestito da parte degli autori, e con la pregevole qualità di avere una funzione altamente educativa – come da tradizione per la serie.
Si noti infine il logo Freeform colorato d’arcobaleno per tutta la durata della puntata in omaggio alle vittime di Orlando.

Silicon Valley 3×09

«Consider the elephant.»
Puntata straordinaria, che conferma ben due miei sospetti: primo, che Pied Piper fosse ottima per i programmatori professionisti, ma assolutamente incomprensibile per l’utente medio; secondo, che Gavin Belson e Barker sarebbero finiti a fare insieme qualcosa di grande e pericoloso.
La spiegazione di Richard al gruppo del sondaggio mi ha inoltre permesso di capire come diavolo funziona questa piattaforma, visto che finora si era parlato solo di compressione e cloud, e non mi pare che i dettagli siano mai stati forniti al povero spettatore.
Gradito ritorno di John della sterminata sala server, che a quanto pare non è davvero in grado di uscire agli schemi mentali che la costrizione sotterranea gli ha imposto. Rivediamo inoltre gli immancabili animali di Gavin, che prima ci ripensa e poi sbatte in faccia all’intero Consiglio di Hooli nientemeno che un pachiderma in cortile.
Ultima scena fra le migliori di sempre, dato anche l’effetto estremamente straniante del proseguimento con i titoli in sovrimpressione: un proseguimento che rende perfettamente l’idea della ripetitività, dell’ossessione per i numeri, dell’oscurità del mercato nascosto dei click un tanto al chilo nei cosiddetti paesi emergenti.
Penultima puntata che prepara egregiamente l’attesa per la probabile rovinosa caduta del finale.

Veep 5×09

Ed è CAPOLAVORO.
Inatteso, vediamo integralmente il documentario che con pazienza certosina Catherine ha girato nello sfondo delle varie scene di questa stagione: un rewind delle precedenti otto puntate, con dietro le quinte, interviste, retroscena, detti e non detti, e l’intreccio della sua storia con Marjorie di cui abbiamo visto solo la superficie.
Veep conferma la sua incredibile capacità di preparare tutti gli elementi con calma, di episodio in episodio, per andare a costruire un mosaico perfettamente coerente eppure del tutto imprevedibile: basti pensare al licenziamento di Mike, a quando si era affacciato in stanza timoroso di una riunione su di lui, ai continui tira-e-molla dei figli futuri che sta per comportare un tracollo finanziario insostenibile.
Nulla di imprevedibile, ovviamente, circa il fatto che Tom James stesse tramando fin dall’inizio per diventare Presidente: un piano che ovviamente funziona perché Ryan è un idiota, ma di cui vedremo i definitivi sviluppi nell’ultima puntata – d’altronde c’è pur sempre un’altra senatrice in ballo, anche se per ora appare improbabile e non è mai stata nominata.
Miglior puntata di Veep di sempre, e senz’altro fra le migliori cose andate in onda negli ultimi anni. Direi che quest’anno Emmy e/o Golden Globe a questa serie non li toglie nessuno.


E anche questa difficilissima settimana è andata.
Lo so che avevo detto che avrei recuperato qualcosa, ma come avete visto ho speso gran parte del mio tempo in un carcere femminile.
Avrete però anche notato che Penny Dreadful si è concluso, e VeepSilicon Valley termineranno la settimana prossima; non è previsto inoltre alcun ritorno fino a quello di Mr. Robot a metà luglio.
È quindi evidente che qualcosa dovrò pur recuperare, a fianco delle due ore scarse di serie che seguo ora in onda. Ho provato con Game of Thrones, ma come avrete notato non ho avuto né la forza né la voglia di recensire la quarta puntata (per il commento della quale mi appello a questo video).
È ora di ritagliare il tempo per qualche recupero del passato – anche se forse non da subito, per via di qualche impegno nei prossimi giorni.

Buona visione!

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