Ted Chiang – Un pessimo carattere (Bad Character)

A molti (a me, ad esempio) era sfuggito il fatto che Ted Chiang avesse scritto, il 9 maggio scorso, un breve articolo su “The New Yorker”: si tratta di uno di una serie di articoli (Uninvent This) in cui il magazine ha chiesto a vari autori di immaginare un mondo in cui una certa cosa non esiste – o quantomeno di augurarsi che detta cosa non sia mai esistita.

Chiang Bad Character

Dalla danza alle teleconferenza, i sei autori (fra cui il Charlie Brooker di Black Mirror) si sbizzarriscono contro qualcosa di cui farebbero volentieri a meno.
Nel suo breve testo, Ted Chiang prova ad ipotizzare un mondo in cui il cinese è sempre stato scritto con caratteri fonetici invece che con gli ideogrammi.
(Poi, perché egli abbia deciso di relegare un ragionamento del genere a un articolo giornalistico invece che svilupparci un racconto, rimarrà per sempre un mistero.)

L’articolo di Chiang, dal titolo Bad Character, si può leggere (in inglese) qui.
Ma, siccome sono un’anima pia, ve l’ho tradotto qui sotto.

Buona lettura!

(E se c’è qualche errore ditemelo. E se è reato tradurre articoli, anche.)

Un pessimo carattere

Non c’è niente di personale. Non ho mai imparato niente, alle lezioni di cinese della domenica mattina a cui mi obbligavano ad andare da bambino, ma non è questo il motivo di questa scelta. C’erano una sacco di ragioni dietro i miei scarsi risultati in quelle lezioni (ad esempio il mio astio per avermi fatto perdere “Super Friends”, il cartone), dunque non incolpo del mio insuccesso gli ideogrammi cinesi.

No, la mia è un’obiezione pratica: sono un sostenitore dell’alfabetizzazione, e gli ideogrammi cinesi ne sono stati un ostacolo per millenni. Con un sistema di scrittura fonetico, come un alfabeto o un sillabario, bisogna imparare solo qualche decina di simboli per leggere quasi qualsiasi cosa sia scritta su un giornale. Con gli ideogrammi cinesi bisogna impararne migliaia.
E scrivere è anche più difficile che leggere: quando per l’ortografia non ci si può aiutare con la pronuncia, bisogna fare affidamento alla pura memoria. Lo sforzo cognitivo è tale che anche gli oratori cinesi più scolarizzati si dimenticano costantemente come scrivere ideogrammi che non usano spesso.

L’immenso numero di ideogrammi pone anche altri ostacoli. Ho sfogliato un dizionario cinese, ho visto foto di una macchina da scrivere cinese, ho letto del telegrafo cinese: nonostante la loro ingegnosità, sono tutte invenzioni ingombranti, carriole per la pietra intorno al collo della cultura cinese. Se ci si limita agli ideogrammi cinesi, computer e smartphone sono inutilizzabili; l’inserimento del testo diventa possibile solo con i sistemi di scrittura fonetici, come il Bopomofo o il Pinyin.
Nel secolo scorso, vennero avanzate varie proposte – tutte vane – di sostituzione degli ideogrammi cinesi con un alfabeto; l’unica riforma ad essere mai stata attuata è stata l’invenzione di una versione semplificata degli ideogrammi più complessi, il che non ha risolto nessuno dei problemi che ho citato e parallelamente ne ha creati altri.

Dunque: immaginiamo un mondo in cui gli ideogrammi cinesi non sono mai stati inventati. Per riempire questo vuoto, l’alfabeto potrebbe essersi diffuso a est dall’India in modi diversi da come ha fatto nella nostra storia; ma, per evitare che questo diventi un esperimento di pensiero indoeurocentrico, ipotizziamo che gli antichi Cinesi abbiano inventato il proprio sistema di scrittura fonetico (un po’ come l’attuale Bopomofo) più o meno tremiladuecento anni fa. Quali potrebbero essere le conseguenze? Un aumento dell’alfabetizzazione sarebbe la più ovvia; un’altra è la più facile adozione delle nuove tecnologie. Ma permettetemi di immaginare un altro effetto possibile.

Una delle qualità che vengono attribuite agli ideogrammi cinesi è che rendono facile leggere opere scritte migliaia di anni fa. La facilità con cui si legge il cinese classico è decisamente sopravvalutata, ma sospetto che i testi antichi restino comprensibili – nei limiti in cui ci riescono – per il fatto che gli ideogrammi cinesi non sono fonetici. La pronuncia cambia nei secoli, e quando si scrive con un alfabeto l’ortografia alla fine si adatta a fare altrettanto. (Pensate alle differenze tra Beowulf, I racconti di Canterbury e Amleto.) Il cinese classico resta leggibile proprio perché gli ideogrammi sono immuni ai capricci del suono. Quindi, se gli antichi manoscritti cinesi fossero stati redatti con simboli fonetici, col tempo diventerebbero sempre più difficili da decifrare.

La cultura cinese è nota per il valore che assegna alla tradizione. Sarebbe riduttivo affermare che ciò sia interamente dovuto alla leggibilità del cinese classico, ma credo sia ragionevole ritenere che ci sia qualche influenza. Immaginiamo un mondo in cui l’inglese scritto sia cambiato così poco che le opere dell’epoca di Beowulf sono rimaste costantemente leggibili per tutti gli ultimi duemila anni. Potrei facilmente ritenere che la cultura inglese contemporanea, in mondo del genere, conserverebbe più valori anglosassoni di quanto non faccia adesso.
Dunque, mi pare possibile che, in questa contro-storia che sto ipotizzando (un mondo in cui il torrente dei cambiamenti fonologici erode la comprensione dei testi cinesi), la cultura cinese potrebbe non essere così ancorata al passato. Forse, nei millenni, la Cina si sarebbe evoluta di più e avrebbe mostrato minor resistenza alle nuove idee. Forse avrebbe avuto migliori strumenti per affrontare la modernità, strumenti che non hanno niente a che fare con una maggiore abilità nell’uso del telegrafo o del computer.

Non saprei dire se personalmente avrei preferito vivere in un mondo del genere – ammesso poi che parlare di viverci abbia un qualche senso. Ma di una cosa sono certo: in un mondo dove il cinese è scritto con simboli fonetici, non dovrei mai leggere o ascoltare nessuno dei più comuni fraintendimenti riguardo gli ideogrammi cinesi: che sono dei disegnini, che rappresentano direttamente le idee, che la parola cinese per “crisi” è “pericolo” più “opportunità”.
Almeno questo sarebbe un sollievo.


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4 Replies to “Ted Chiang – Un pessimo carattere (Bad Character)”

  1. L’ucronia mi interessa molto, ma credo che sia difficile scriverne una vera: per prevedere gli effetti della sostituzione di un solo fatto storico sulla lunga durata ci vuole una profonda conoscenza della storia. Per questo le più efficaci si soffermano su un macroevento recente come la seconda guerra mondiale.

    La questione della lingua: il mio discorso è solo letterario, una simile divergenza non credo che avrebbe influenzato fatti politici. L’idea di un’Italia unita è sempre stata un’idea letteraria. Immagino che qualunque soluzione linguistica si fosse scelta nel cinquecento non avrebbe influito sugli eventi storici.
    In particolare se non si fosse imposta la soluzione di Bembo (il toscano di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa) avremmo avuto probabilmente una lingua altrettanto astratta basata sui più prestigiosi volgari cinquecenteschi. E Manzoni nell’800 avrebbe probabilmente optato per una lingua viva (magari il lombardo al posto del toscano) ma in ogni caso dubito che questo avrebbe comportato una maggiore o minore divisione politica del paese.
    Forse una vera ucronia linguistica dovrebbe partire dall’ipotesi che Dante, Petrarca e Boccaccio non fossero mai esistiti o non avessero scritto le loro opere. Se ad esempio Petrarca avesse avuto successo con le opere latine, forse l’Italia avrebbe perso la sua centralità culturale fino al Settecento. Niente Rinascimento? Nessuno Shakespeare?
    Boh, non so se può interessare, ma io trovo stimolante ragionare con i se e con i ma… 🙂

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  2. Grazie Stefano! Sarà per lo stile saggistico dei racconti di Chiang, ma personalmente l’ho letto quasi come un racconto.

    La riflessione è interessante, proseguirei il confronto con il caso italiano (che purtroppo Chiang non può conoscere): il fatto che per secoli, in mancanza di una lingua nazionale, ha determinato da un lato una divisione culturale delle classi più basse, analfabetismo e frammentazione linguistica . Dall’altro una sostanziale immutabilità nei secoli del toscano trecentesco: come del cinese, si diceva fino a qualche decennio fa che l’italiano antico era ancora leggibile (anche questa è una tesi sopravvalutata, ma è vero che lo è più dell’inglese). Una lingua artificiale, non parlata da nessuno, che dal 500 al primo 800 non è mutata, fino all’intervento di Manzoni. Di conseguenzala cultura italiana ha sempre avuto una tendenza al classicismo e una chiusura verso la modernità europea. Oggi che l’italiano antico è molto più distante dal moderno, la cultura classica è in declino e tendiamo a essere molto più esterofili.
    Si tratta di una lettura parziale, ma sarebbe interessante sviluppare il ragionamento.

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    1. Ti dirò che di storia dell’evoluzione della lingua italiana non ne so molto: il tuo ragionamento però mi pare molto più che sensato.
      Certo, sarebbe improponibile fare lo stesso gioco intellettuale di Chiang: ipotizzare un’Italia in cui non si è spinto il toscano? Cosa avremmo, adesso? Non avremmo rischiato mica di non raggiungere nemmeno l’Unità, frammentati da dialetti che a quel punto sarebbero stati lingue vere e proprie?
      Non sono un gran fan dell’ucronia, lo ammetto. 😛

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      1. L’ucronia mi interessa molto, ma credo che sia difficile scriverne una vera: per prevedere gli effetti della sostituzione di un solo fatto storico sulla lunga durata ci vuole una profonda conoscenza della storia. Per questo le più efficaci si soffermano su un macroevento recente come la seconda guerra mondiale.

        La questione della lingua: il mio discorso è solo letterario, una simile divergenza non credo che avrebbe influenzato fatti politici. L’idea di un’Italia unita è sempre stata un’idea letteraria. Immagino che qualunque soluzione linguistica si fosse scelta nel cinquecento non avrebbe influito sugli eventi storici.
        In particolare se non si fosse imposta la soluzione di Bembo (il toscano di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa) avremmo avuto probabilmente una lingua altrettanto astratta basata sui più prestigiosi volgari cinquecenteschi. E Manzoni nell’800 avrebbe probabilmente optato per una lingua viva (magari il lombardo al posto del toscano) ma in ogni caso dubito che questo avrebbe comportato una maggiore o minore divisione politica del paese.
        Forse una vera ucronia linguistica dovrebbe partire dall’ipotesi che Dante, Petrarca e Boccaccio non fossero mai esistiti o non avessero scritto le loro opere. Se ad esempio Petrarca avesse avuto successo con le opere latine, forse l’Italia avrebbe perso la sua centralità culturale fino al Settecento. Niente Rinascimento? Nessuno Shakespeare?
        Boh, non so se può interessare, ma io trovo stimolante ragionare con i se e con i ma… 🙂

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