Siamo tutti un po’ Hitler: “Lui è tornato” – Recensione

La nazi-recensione di oggi è sul film tedesco, tratto dall’omonimo libro (che non ho letto) Lui è tornato.
Raro caso in cui la trama è essenzialmente nel titolo.

Trama

“Lui” è nientemeno che Adolph Hitler. Ed è effettivamente tornato: appare improvvisamente ai giorni nostri, mentre un giornalista invero un po’ sfigatello sta cercando di allestire un servizio per non farsi licenziare. Eviterà questa spiacevole evenienza portando nello studio della tv privata dove lavora proprio il Führer.
La situazione sfuggirà a tutti di mano quando quest’ultimo diventerà una webstar.

Il messaggio, cioè la parte seria

Veniamo direttamene al nocciolo del film.
Si penserà, infatti, che la pellicola sia una denuncia dei movimenti neonazisti, della cavalcata dell’estrema destra in Europa (e un po’ nel resto del mondo), dei nostalgici di quando c’era lui – a prescindere dal “lui”.
Non tardiamo però a capire che il vero pericolo verso cui il film punta l’indice è il populismo: è il volere del popolo, ad odiare lo straniero; è il volere del popolo a farsi violento e vendicatore; è il potere del popolo a distruggere la democrazia stessa di cui esso millanta la difesa.
Non è un caso che il partito neonazista venga relegato in un angolo, messo alla berlina da Hitler stesso, che vede nei ragazzi rasati coi giubotti di pelle solo dei pallidi imitatori del bel tempo che fu. Dove il Führer si identifica, dove trova pane per i suoi denti, dove riceve le risposte che vuol sentire è proprio in mezzo alla gente comune: la gente insoddisfatta del governo, delle tasse, del lavoro; la gente che fa dell’antipolitica la propria bandiera politica.
Non è da dimenticare (e lo stesso controverso protagonista ce lo ricorda) che Hitler venne votato dal popolo insoddisfatto dei governi precedenti.
Di chi dobbiamo preoccuparci, allora: dello sparuto gruppo di picchiatori in jeans attillati e anfibi, o della nostra vicina di casa, l’innocua casalinga che gioisce quando un barcone di immigrati si ribalta, che va a firmare per depenalizzare l’eccesso di legittima difesa, che ritiene che per qualsiasi reato la soluzione sia tagliare le mani o ben altro?
Come direbbe il “buon” Frank Underwood: «La democrazia è sopravvalutata.»

La parte comica

Il problema è che la parte comica si sovrappone a quella inquietante di cui sopra, per cui si ride dell’assurdo fintantoché non ci si rende conto che non è poi così assurdo. È la risata dolcemara che dovrebbe avere sempre la satira: insomma, esperimento pienamente riuscito.
A maggior dimostrazione della forza satirica di questa pellicola, c’è il fatto che i momenti migliori sono proprio quelli nei quali il messaggio di cui sopra viene portato agli occhi dello spettatore: ovvero nelle interviste ai passanti, nei paradossi in cui si imbatte Hitler girando per la Germania, nelle sue osservazioni e nei suoi pensieri. Le scene intermedie – quelle, per intenderci, dove la trama va avanti – risultano molto meno efficaci, a volte con battute decisamente non all’altezza.

Com’è fatto, ovvero: attori, regia, sceneggiatura ecc.

Tutti gli attori risultano estremamente efficaci nei loro ruoli, a partire ovviamente dallo straordinario Hitler di Oliver Masucci, che riesce a coniugare l’inquietante somiglianza fisica regalatagli dal trucco a un’accurata ricerca della gestualità del Führer, nell’imitazione delle sue movenze e i suoi tic che tante volte abbiamo visto nei filmati d’epoca.
Ottima anche la sua spalla, il povero Sawatzki, sempre ritratto coerentemente combattuto fra lo sfruttamente del fenomeno-Hitler e la paura di quel che potrebbe diventare.

Dal punto di vista della regia, Lui è tornato si caraterizza per utilizzare un disturbante miscuglio di interazioni con ignari passanti (a metà strada fra il documentario e la candid camera) e il mockumentary: ne risulta una difficoltà nel distinguere il vero spontaneo dal falso sceneggiato che non può che giovare alla ricezione del messaggio di allarme di cui sopra.
La pellicola non manca ovviamente di scene dalla regia più tradizionale, ma arricchendosi spesso di inserti metalinguistici – pensiamo all’intervento di Youtube o ai vari format televisivi, o al finale con un film nel film (che rispecchia d’altronde l’esistenza nel film del libro nel libro).

Dettaglio divertente: vengono più volte tenute scene in cui gli attori – vuoi per la scena in sé, vuoi per le assurdità che qualcuno dei passanti sta dicendo – non riescono a trattenersi e ridono ora più apertamente, ora solo soltanto i baffi (o i baffetti: ce n’è almeno una in cui Hitler sta palesemente faticando per non scoppiare in grasse risa a causa di quello che sta succedendo in scena).
Incredibilmente, queste scene, più che errori, sembrano invece dare maggior naturalezza alla pellicola: è anche grazie ad esse, infatti, che non si capisce davvero più dove finisce il film e dove inizia il documentario.

Giudizio finale

Benché il film sia tutt’altro che perfetto, va senz’altro considerato come un’analisi nient’affatto che superficiale del terribile andazzo contemporaneo.
Non dimenticare significa anche ricordare bene; ricordare cioè che il Nazismo non è nato da Hitler: è Hitler che è stato partorito dall’ideologia del popolo a lui precedente.
Ricorda qualcosa?
Da vedere, senza aspettarsi un capolavoro della cinematografia, ma cercando di scavare oltre ciò che viene mostrato, riflettere su quel che viene detto, capire il mondo che ci circonda.

Buona visione!

Non si può liberare di me. Sono un parte di lei, di tutti voi. Lo riconosca: non sono poi così male.

(Adolf Hitler a Sawatzki)

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