“Love” (William Eubank, 2001) – Recensione

Dai, recensiamo un altro film che non ha visto nessuno: Love, pellicola del 2011 diretta da William Eubank, e prodotta dalla rockband Angels & Airwaves.

photo-love-space-time-2011-7

Trama

America, Guerra Civile. Benché accerchiati dalle forze avverse, il giovane Briggs viene mandato dal suo comandante a raggiungere un misterioso oggetto che sarebbe stato ritrovato in un canyon a imprecisata distanza.
Futuro prossimo. Il comandante Lee è il primo uomo a tornare nello spazio dopo vent’anni. La sua semplice missione in solitaria nell’ISS (la Stazione Spaziale Internazionale) si trasforma in dramma quando le comunicazioni con la Terra cessano e lui si rirova solo.

Sul significato, ovvero: di cosa parla

La chiave di lettura del film – se non abbastanza esplicita nella vicenda stessa di Lee – ci è offerta dalla quattro brevi interviste a uomini qualunque che fanno la loro comparsa durante la pellicola. L’argomento (la domanda che non sentiamo e alla quale loro rispondo) è: quanto sono importanti le relazioni con gli altri, per la vita umana? Possiamo essere davvero umani senza rapportarci con altri umani? La ricerca dell’amore e della comprensione non sono forse il risultato massimo a cui aspira il sentimento umano?
La risposta in Love giunge allo spettatore abbastanza chiara (benché, come vedremo, per vie tortuose): l’individuo riesce a essere sé stesso solo in rapporto con gli altri; la ricerca di una relazione interpersonale è insita nella natura umana, e la distruzione dei rapporti – la guerra, appunto – equivale alla distruzione dell’umano in sé.

Come il suddetto significato è veicolato, ovvero: ciao, Stanley!

Il messaggio del film, come detto, procede per una strada piuttosto dissestata: nella parte conclusiva il simbolismo prende il sopravvento, le scene oniriche fagocitano il protagonista (e un po’ anche lo spettatore) e si tende a perdere il filo. E con esso, purtroppo, la coerenza: cosa ci fa quella struttura nell’800?

Temo che tutto sia dovuto alla volontà di ricalcare pedissequamente la struttura di 2001: Odissea nello spazio: si sostituiscano le scimmie con i combattenti della Guerra Civile Americana, il monolite con la cattedrale spaziale, ci si rassegni all’assenza di HAL 9000, e quel che si ottiene è esattamente Love. Con la differenza che il finale non riesce assolutamente a reggere il confronto con quello del modello, di cui tenta di ricalcare lo stile ma senza curarsi se aderisca o meno al contenuto – o alla trama dell’ora precedente, se è per questo.
Purtroppo Eubank si lascia prendere la mano, e invece che un omaggio a Kubrick finisce per apparirne un pallido emulo, quando per tematica e svolgimento Love avrebbe potuto (e dovuto e meritato di) avere vita propria.

Comparto tecnico

Della sceneggiatura se n’è già parlato non proprio positivamente nel paragrafo precedente, benché è indubbia la capacità di mantenere alto il ritmo nonostante l’assenza di vera e propria azione.

La regia, della stessa mano di Eubank, offre invece spunti genuinamente interessanti, con inquadrature dissestate, disallineate, rallenti, velocizzazioni e fermo immagine che contribuiscono ad aumentare il senso di straniamento.

Del cast si può parlare solo del protagonista, che porta a casa un’ottima prova. Forse gli mancano un po’ di smalto e carisma, ma è indubbio che riesca a sopportare sulle proprie spalle il peso dell’intero, complesso film.
Sono comunque da segnalare, per la loro estrema spontaneità, i quattro individui delle interviste.

Colonna sonora abbastanza fastidiosa; ma d’altronde il gruppo che suona erano i produttori, e non si poteva non lasciargli carta bianca.

Un appunto sul realismo

Sì: dobbiamo chiudere un occhio sulla gravità. Per qualche motivo, in questa stazione spaziale (che non gira nemmeno su se stessa) c’è la stessa gravità della Terra. Non si può far altro che accettare i problemi di budget e chiudere un occhio.
Un po’ meno lo si può chiudere su un sistema informatico artificiosamente decorato, con scritte che vanno e vengono come nel peggior cyberpunk di bassa lega.
Sorprende, infine, che in una pellicola dove ci si ricorda che nello spazio c’è silenzio non si prendano poi in considerazione i tempi di risposta durante le comunicazioni con la Terra, che avvengono senza alcun ritardo.

Giudizio finale

Come già detto, Love deve molto a 2001: Odissea nello spazio, barcollando però troppo spesso sulla soglia che divide l’omaggio dall’assenza di personalità. Il finale, inoltre, risolve in maniera infinitamente più criptica del modello kubrickiano, risultando non poco incoerente. Le imprecisioni scientifiche non aiutano.
Il voto complessivo è comunque innalzato da una parte grazie all’importanza della tematica, affrontata in una forma particolare e in fin dei conti veicolata in maniera diretta seppur non semplice; dall’altra, dall’attenzione che non cala mai (e lo dico io che mi annoio facilmente), nonostante per gran pare del tempo siamo soli con Lee, che spesso neanche si degna di parlare – e, anche quando lo fa, non è detto che dica qualcosa di sensato.
Nonostante sia quindi ben lontano dal poter essere considerato un capolavoro, Love merita comunque un’occasione da parte dello spettatore in cerca di pellicole particolari.

Buona visione!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...