“The Lost Room”, ovvero: cosa ci siamo persi

Recupero a sorpresa, per questa settimana: The Lost Room, miniserie trasmessa da Syfy (allora ancora Sci-Fi Channel) nel dicembre 2006, e composta da sole tre puntate – ma di ben un’ora e mezza l’una.

Trama

Joe Miller è un detective che vive solo con la figlia dopo che la moglie ha chiesto il divorzio. A seguito di un indagine su uno strano omicidio (cadaveri fulminati e lanciati in aria, tanto per dire), viene in possesso di una chiave: apparentemente apre la stanza numero 10 di un motel; in realtà, può aprire qualsiasi porta del mondo e condurre nella Stanza, un luogo al di là del tempo e dello spazio. Che cos’è la Stanza? Se lo chiedono in molti da quasi cinquant’anni: ciò da quando nel mondo sono iniziati ad apparire gli Oggetti che da quella Stanza provengono – un centinaio di Oggetti che hanno ognuno un potere particolare, diverso, aa volte pparentemente inutile e a volte palesemente mortale. Il che poteva anche essere divertente, per Miller… finché sua figlia non scompare nella Stanza.

Finale aperto?

Chiariamo subito: la miniserie un conclusione ce l’ha, ma è evidente che fosse intesa per continuare (tanto che si parlò a lungo di un seguito a fumetto, però mai realizzato). Le storyline principali si risolvono al termine della terza puntata, ma il destino di molti personaggi è ancora aperto, e soprattutto ben poco abbiamo capito della natura della Stanza e dell’Evento che l’ha originata. Ciò non toglie che la visione è appagante, e, pur lasciandoci con la sete di vedere altro, il finale è comunque soddisfacente.

Ma quindi cos’è?

Per dare un’idea di cos’è The Lost Room la pietra di paragone più ovvia è Warehouse 13, di cui questa miniserie costituisce una specie di controparte più drammatica.
Bisogna poi precisare che la definizione di “fantascienza” che le si affibbia in qualsiasi articolo di internet è piuttosto discutibile: ci troviamo qui di fronte a un paranormale di natura fantastica, che non fa alcun tentativo di apparire scientificamente plausibile. Il che non è nota di demerito, di fronte alle qualità che possiamo trovarvi – ma è giusto per chiarire.

Il valore della storia e del tempo

Innanzitutto, la stessa idea di fondo, non paga della sua originalità intrinsceca, genera un intero universo coerente, vasto e di indubbio interesse. Dalla Stanza provengono numerosi Oggetti uno più bizzarro dell’altro: il Pettine che ferma il tempo, la Radio che fa crescere di otto centimetri, le Forbici che ruotano cose, l’Orologio da Polso che cuoce le uova… una vera inondazione di fantasia lasciata sguinzagliata, libera di assegnare alle cose ordinarie proprietà stra-ordinarie, di dare un nuovo senso ad elementi della realtà altrimenti insignificanti.

Qui credo si nasconda una tematica importante: quella del valore che il tempo dà alle cose. Un libro viene pubblicato e lo si può acquistare o meno; ma dopo sessant’anni arriva su una bancarella e diventa un numero da collezione. Un biglietto dell’autobus vale il prezzo della corsa; ma dopo dieci lo ritroviami e ci ricordiamo il viaggio che abbiamo fatto. E ancora, basti pensare all’archeologia: oggetti di uso quotidiano, banali, sacrificabili e di scarso valore, riesumati dopo 2000 anni divengono pezzi da museo ricercati in tutti il mondo.
Ovverossia: qualsiasi oggetto, anche il più infimo, acquisisce delle proprietà con lo scorrere del tempo. Poi, che queste proprietà siano il valore di indagine storico-antropologica oppure la capacita di cuocere un uovo sodo, be’, che differenza fa?

Sulla religione

Il vasto universo di cui sopra è anche quello dei culti che si sono formati, in meno di cinquant’anni, attorno alla Stanza e gli Oggetti che contiene. Tre sono queste sétte sorte intorno alla Stanza, e tre sono i diversi approcci che essi danno alla sua natura (simboleggiando, quindi, le interpretazioni della realtà che possono dare i sistemi religiosi).
I Collezionisti sono gli originali, sono quelli che hanno scoperto la Stanza, sono quelli che hanno tentato di interpretarne la natura dell’Evento: la loro ricerca (del divino, se vogliamo) con mezzi per così dire scientifici li ha portati tutti alla follia.
L’Ordine della riunificazione ritiene che gli Oggetti siano i pezzi di Dio, e che alla loro riunione sarà possibile direttamente comunicarVi. Inutile dire che questa convizione è del tutto fideistica e priva non solo di qualsivoglia prova di veridicità, ma anche solo di indizio di possibilità.
L’ultima parte in causa, opposta all’Ordine, è la Legione: una congrega dedita alla raccolta degli Oggetti per impedirne l’utilizzo e la possibilità di causare danni. In questo senso, sono i più razionali di tutti.

Abbiamo quindi tre sguardi sull’indagine del divino e sul rapporto fra umano e trascendente: tentare di indagare l’inindagabile e impazzire; inventarsi un culto e diventare dei fanatici; limitarsi ad accettare quel che esiste e adoprarsi affinché meno persone possibile soffrano.
Non dovrebbe essere difficile capire da che parte stare.

Personaggi e attori (e una riga sui creatori)

Devo ammettere che in quattro ore e mezza in realtà nessun personaggio riesce veramente a prendere vita; probabilmente la narrazione troppo corale ha impedito di dare una voce particolare a qualcuno, soprattutto a quello che teoricamente dovrebbe essere il protagonista. Al termine della visione, infatti, quelli che rimangono più impressi nella memoria sono il “cattivo” Kreutzfeld, con la sua toccante quanto contorta storia personale, e gli strambi Wally con il suo Biglietto e Stritzke col suo Pettine.
Il cast riesce comunque a fare un ottimo lavoro. Ci sono dei volti noti: Miller è il Nate Fisher di Six Feet Under, il Wally di cui sopra è Taub di House; abbiamo poi Julianna Margulies (che non dovrebbe avere bisogno di presentazioni), e “il viscido” Montague è il farmacista George di Desperate Housewives.

Riguardo i creatori Christopher Leone e Laura Harkcom, segnalo che l’unico lungometraggio da loro scritto è Parallels, film su delle persone che entrando in un edificio raggiungono realtà alternative… Qui qualcuno ha un’ossessione.

Giudizio finale

Come detto, non lasciatevi spaventare: The Lost Room ha una conclusione degna. Molte cose restano in sospeso, e rimane senz’altro il rimpianto che questa non abbia dato inizio a qualcosa di più duraturo. Il finale, ad ogni modo, non contiene alcun cliffhanger, ma rimane semplicemente aperto: lasciando, forse, un alone di mistero e indefinitezza che appaiono perfettamente intonati alla natura di quest’ottima miniserie.
Ne consiglio quindi il recupero.

Buona visione!

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