“The Book of Strange New Things”, di Michel Faber

La recensione di oggi è su un libro che potrei anche non aver capito, però ci provo: The Book of Strange New Things (tradotto in Italia come Il libro delle cose nuove e strane), di Michel Faber – di cui avevo già recensito Sotto la pelle.

Book-Strange-New-Things

La trama

La USIC è una grande compagnia privata che sta organizzando la colonizzazione di un pianeta lontano, battezzato Oasis. Fra le varie mansioni, sta cercando anche un pastore che porti il Vangelo ai nativi del posto: viene quindi assunto Peter Leigh, predicatore cristiano dal travagliato passato di alcolizzato, sposato con l’amorevole Beth con la quale accudisce il gatto Joshua.
Peter parte, e da quel momento in poi seguiamo la sua vita a un’iprecisata distanza dal suo pianeta natale: vita divisa fra l’evangelizzazione degli Oasiani e un fitto scambio di corrispondenza telematica con la moglie, che lo aggiorna sui progressivi disastri che affliggono la Terra e i loro conoscenti.

La forma, le dimensioni, lo stile

Il libro è lungo. È una delle prime cose che mi viene in mente da dire riguardo questo testo. Nell’edizione italiana mi pare raggiunga le 600 pagine (io ho l’ebook in inglese, quindi non faccio stime).
Non è, però, noioso. L’attenzione viene sempre mantenuta abbastanza alta, e a parte qualche momento di rallentamento eccessivo e qualche ripetizione facilmente evitabile, non ho mai avuto la reale, concreta tentazione di abbandonare la lettura.
Sono 600 pagine piene di riflessioni ora più ora meno interessanti, poca azione, molti dialoghi (sia reali che interiori) e molte voci che si confrontano. Non mi pare di aver notato nessun artefatto “allungamento di brodo” – per un usare un termine poco tecnico: niente ridondanza nelle descrizioni, nessuna scena particolarmente fine a se stessa.

A tenere sveglio il lettore aiuta anche la scansione in capitoli di lunghezza media, che spronano a continuare la lettura quantomeno per sezioni lunghe, ma lasciano comunque la possibilità di respirare.
Meno chiaro il senso della divisione del libro in quattro sezioni, che mi è sembrata piuttosto posticcia e non corrispondente a un reale cambio di registro nei loro rispettivi contenuti.

Il libro l’ho letto in inglese, e devo dire che è stata una lettura davvero molto fluida, ogni tanto interrotta da qualche parola o espressione non molto comune, ma sempre nel contesto di frasi dalla costruzione semplice e chiara. Spero che la traduzione abbia saputo mantenere fede a questa linearità.

Sugli alieni (e la loro lingua)

Come già in Sotto la pelle, gli alieni di Faber sono più funzionali agli scopi dell’autore che realistici.
Gli Oasiani sono incredibilmente antropomorfi nella struttura, ma hanno un “volto” che ricorda (cito quasi testualmente) «due feti accostati». Usano vestirsi con tunica, cappuccio, guanti e sandali, ma hanno usanze assai differenti dalle nostre. Al sommo della bizzarria, non vedono l’ora di ricevere la parola del Cristo, tramite il Libro delle Cose Nuove e Strane – come loro chiamano la Bibbia.

Gli Oasiani, inoltre, imparano subito e bene l’inglese, benché abbiano difficoltà con le lettere S, T e C. Lo stratagemma dell’autore, per rendere al lettore i suoni improbabili con i quali gli Oasiani sopperiscono a queste consonanti, non è originale ma comunque piacevole ed efficace: la sostituzione delle lettere con caratteri particolari – nello specifico, caratteri dell’alfabeto thailandese. Il risultato, quando gli Oasiani cantano Amazing Grace, è questo:

Amaaaaaaaaaaaaaaaaaaaสีiiiiiiing graaaaaaaaสีe! How สีweeeeeeeรี่ a สีouuuuuund thaรี่ สีaaaaaaaaaaaaved a wreeeeฐ liiiiike meeeeeeeeeee!

Si noti come Faber faccia grossa confusione fra il concetto di consonante e quello di fonema; se si unisce a questo il fatto che Oasiani imparino l’inglese in fretta e senza difficoltà, e l’insito eurocentrismo di usare l’alfabeto thai per dare l’idea di un idioma alieno, risulta evidente come l’autore non abbia mai incontrato un linguista in vita sua.

Sulla religione

Non sorprenderà sapere che la religione è uno dei temi portanti del libro. Sorprenderà però dover ammettere che Faber sembra non voler troppo scoprirsi, non voler davvero esprimere una qualsivoglia opinione in merito; e sarebbe senz’altro lodevole, da parte sua, voler porre delle questioni al lettore e permettere a quest’ultimo di svolgere le proprie riflessioni.
Questo compito però è reso piuttosto difficile dagli elementi posti in gioco dall’autore: innanzitutto, abbiamo una spiritualità molto vaga da parte del protagonista – un predicatore che crede fortemente nella provvidenza di Dio e di Gesù, ma al contempo è slegato da una vera istituzione ecclesiastica, non si irrigidisce di fronte ai dogmi, è passivo di fronte alle altre credenze e non credenze, non si sforza nemmeno tanto di evangelizzare quanto crede. Un figura, insomma, quasi irreale, poco coerente con la maggior parte dei religiosi del mondo.
L’atteggiamento quasi remissivo di Peter fa sì che per praticamente tutto il libro non ci siano veri “scontri”, né come scambi di opnione accesi, né come semplici espressioni di idee contrastanti. L’unico spunto di vago interesse si ha verso la fine, quando Peter si pone la questione di come portare conforto a un non credente, se tutto il conforto che sa dare si risolve nel dire che Dio penserà a tutto.
Purtroppo, quindi, da questo punto di vista il libro non stimola molto la mente del lettore come l’autore (e anche lo stesso lettore) avrebbe probabilmente voluto.

Impressione generale e giudizio finale

Il grosso problema di questo libro è che alla conclusione si ha l’impressione di aver ricevuto una grande mole di informazioni che però non ha avuto alcuna influenza sul lettore: quel che rimane è un grosso «Sì, vabbè, ma quindi?» Tutte le varie tematiche (la religione in primis, ma anche l’amore, la genitorialità, la solitudine, l’amicizia, le ingiustizie del mondo) vengono analizzate a lungo, non superficialmente ma di certo neanche approfonditamente. Abbiamo spesso scorci delle vite dei vari membri della missione, ma questi non sembrano integrarsi a quel che succede a Peter o a qualsiasi discorso venga portato avanti dall’autore nelle pagine.
L’impressione generale è quindi che l’autore abbia voluto parlare di molte cose, l’abbia fatto senza scavare quanto avrevve potuto ma sempre senza annoiare, però non sia riuscito a dare coerenza e unità ai molti aspetti della sua colossale opera, lasciando al lettore un libro in grado di trascinarlo per giorni, ma senza portarlo poi da nessuna parte.

Il giudizio finale è quindi senz’altro sufficiente, ma non particolarmente entusiasta. Lo volete numerico? In una scala da 1 a 10, non supererebbe il 7. Al libro avrebbe senz’altro giovato una struttura più intrecciata, forse perfino una trama più complessa, pur di avere una migliore corrispondenza fra le varie questioni messe in gioco.
Lettura senz’altro consigliata a chi ama i lunghi romanzi sulla complessità dei rapporti umani; l’importante e che non vi aspettiate di uscirne cambiati, o particolarmente illuminati su un’aspetto dell’esistenza o su un altro.

Buona lettura.

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