“The man in the high castle” – La serie

Come promesso, ecco la mia recensione alla serie evento di Amazon: The Man in the High Castle, tratta dall’omonimo romanzo (in italiano La svastica sul sole) di Philip K. Dick.

Veniamo a un resoconto puntata per puntata. Ovviamente sono presenti spoiler, quindi se non l’avete vista potete saltare questa sezione (o al limite leggere giusto le prime due o tre) e ci rivediamo nel capitolo finale di questa recensione.




1×01 – Riguardo la prima puntata, rimando alla recensione fatta allora.

1×02 – La seconda puntata conferma le impressioni della prima: grande trama (eh, grazie), grandissime ambientazioni, ottima fotografia da una parte; dall’altra attori cani, colonna sonora vergognosa e sceneggiatura traballante. Seriamente, dobbiamo ancora vedere combattimenti uno contro sei in cui il protagonista ne esce vittorioso con una pistolina davanti a vari mitra? E dai. Almeno alla fine hanno la decenza di far morire qualche personaggio inutile, benché nel frattempo alla diga sia in atto una lotta coreograficamente ridicola. Nonsense anche per il vicino di cella di Frank Frink. Peccato, ma si va avanti.

1×03 – Come sopra, anche se le scene banali sono molto più limitate (Frank che torna a casa e si spoglia per poi riavvolgersi tumblrianamente nel plaid, lo Sceriffo che incredibilmente trova il disegno sul ponte). Il personaggio dello Sceriffo, pur con tutto l’affetto che provo per Burn Gorman dai tempi di Torchwood, è ridicolo: stecchino in bocca, fucile a canne mozze e collezione di diti sott’aceto. Bah. E siamo anche alla terza puntata senza che nessuno ci abbia ancora detto che fine ha fatto Mussolini (non per fare il patriottico, ma Dick nel libro l’Italia la nomina un bel po’).

1×04 – Dunque, il corpo mummificato nella grotta è lì da 48 ore? Ok. E come ce l’ha portato Juliana, in macchina? Con la forza del pensiero? L’altro momento basso della puntata è nel pentimento in extremis di Frank (tipo il finale della prima stagione di Homeland), che fortunatamente viene tamponato dall’attentato inevitabile subito dopo. Il lato positivo è che, se la memoria non mi inganna, il dialogo fra Childan e i coniugi giapponesi è preso pari pari dal libro; e inoltre sono stati bravi gli autori a far pronunciare il nome di Annie prima di farla rivedere. Mussolini ancora non pervenuto.

1×05 – Eccole di nuovo, scene bellissime e oscenità accostate: ottimo il doppio interrogatorio, perfetto il seppuku; atroce il ciondolo trovato in mezzo alla strada e sbattuto in faccia a Juliana, patetica la cartella con scritto CAVALLETTA a caratteri cubitali (alla faccia della segretezza!). Il passaggio del microfilm si colloca nel mezzo – funziona bene all’inizio, ma si risolve in maniera a dir poco ridicola. Mi sono già lamentato che nessuno ha ancora parlato di che fine ha fatto l’Italia?

1×06 – Finalmente una gran bella puntata! Se si esclude il fatto che Juliana venga assunta e fatta partecipare a una riunione di alto livello diplomatico senza che nessuno abbia fatto dei controlli sulla sua vita, si intende. Ottimo il pranzo festivo con Wegener/Baynes, e assolutamente efficace la sequenza finale, che incrocia i percorsi di Juliana e Joe, una per scoprire una verità sconvolgente, l’altro per cadere nell’ennesima trappola di casa Smith; il tutto condito dalle crisi d’identità di Frink. Ottimo, ripeto.

1×07 – Oh, la serie ha ufficialmente ingrato. Certo, sia il coinvolgimento di Arnold che la scoperta di Joe si sono risolti in nulla di drammatico, ma tant’è. Non mi è chiaro se l’unica cosa del libro che ricordo è la storyline di Childan o se effettivamente è l’unica parte estremamente fedele: l’intero dialogo sulla storicità degli oggetti, però, era assolutamente una delle parti migliori, sia del testo originale che della serie finora. Il punto è: dove cavolo è stato Childan fino a adesso?

1×08 – Mi ripeto: ma perché i protagonisti di questa serie devono essere Joe e Juliana e non Childan? Questo nonostante la sua storyline sia una delle più isolate – insieme alla new entry dei drammi famigliari di Smith, che non hanno correlazione alcuna con le vicende narrate. Molto lacunosa la parte della Yakuza (così, all’improvviso sono interessati alle pellicole, se ne rubano una dal niente, si mettono d’accordo con tutti e non ne vediamo nessuno… boh). Bella la chiusa sul sayonara, benché il colpo di scena finale non è niente di imprevedibile (dai, è stato Tagomi, non siamo mica scemi). Si noti come si sia parlato di quel che succede in Europa e in Africa, ma ancora nessuna notizia da parte di Mussolini.

1×09 – Ah, no, non era Tagomi: era una storyline senza senso. A differenza di quella di Frank, che aveva nascosto la pistola perché sapeva che l’avrebbe usata tre puntate dopo (…). E il bello è che il resto della puntata funziona anche bene, visto che fa ordine nella complicata trama geopolitica e la rende credibile e interessante. E poi… E poi… Cos’erano quegli ultimi due minuti? Ma stiamo scherzando? Già il fatto che l’Uomo nell’Alto Castello abbia i mezzi per produrre delle pellicole (invece che testi, come nel libro originale) è uno sconvolgimento abbastanza difficile da giustificare: ma ora si mette addirittura a… fare cosa? Riprese di universi paralleli? Di futuri possibili? Non ho capito: è La svastica sul sole o Illusione di potere? Ma questa serie è un crossover di varie opere di Dick o cosa?

1×10 – Ok, calma. Innanzitutto: perché Heydrich all’improvviso schecca? E poi: perché diavolo Ed confessa? Ma ce n’era necessita? Non mi sembra proprio. Il resto della puntata scorre molto bene, funzionando apparentemente a meraviglia, poi inciampa con la delirante risoluzione del golpe: qualcuno ha capito come ha fatto Hitler a convincere Wegener a spararsi? L’ha ipnotizzato? Non mi pare gli abbia detto niente di così importante. Non parliamo del maggiore/generale/quello-che-è che riesce a trovare Smith in mezzo ai boschi e a salvarlo proprio mentre chiama il Fuhrer… L’apoteosi la si raggiunge agli ultimi minuti: dopo Juliana che non subisce un pestaggio per non si sa quale motivo, Tagomi stringe un amuleto e si catapulta in una dimensione parallela. Ma, esattamente, da quanti diversi libri di Dick è tratta, questa serie?
Ah, e comunque non s’è ancora saputo niente dell’Italia. Uhm.




Giudizio complessivo

Contrariamente a quello che può sembrare da ciò che ho scritto sopra (se lo avete letto), di questa serie ho, tutto sommato, una buona considerazione. Se dovessimo – e non è una cosa che mi piace fare – quantificare numericamente il mio gradimento, darei un voto di 7,5 su 10, con qualche momento da 8,5 e varie cadute da 4 puro.

La serie è costellata di una serie di ingenuità ed errori di scrittura che ci si può aspettare da un prodotto commerciale di una rete broadcast (che ne so, un CSI, un Desperate Housewives): scontri dagli esiti improbabili, sentimentalismi ridicoli, pretesti infondati per far avanzare la trama – il biglietto con scritto Sakura Iwazaru è un errore da dilettanti, scusatemi.
Molti squilibri di struttura, specie nella presenza dei personaggi: due puntate sullo Sceriffo che poi non viene mai più nominato, ma soprattutto Robert Childan, il cui ruolo ben più promimente nel libro è qui non solo relegato a pochi minuti, ma anche a un arco che si rivela del tutto slegato dal contesto e privo di valore narrativo.
C’è poi la terribile macchia dei due personaggi con più tempo su schermo interpretati da due veri e propri cani. Casting estremamente discutibile.
La colonna sonora banalotta e la regia priva di personalità non sono assolutamente all’altezza di Philip K. Dick. E lo dico pur non essendo un fan sfegatato dell’autore, ma semplicemente uno che ne apprezza il valore (se avete letto le mie recensioni ai suoi racconti, dovreste aver colto la mia neutralità nei suoi confronti).

I punti di forza delle serie però non mancano.
Innanzitutto, la costruzione dell’ambientazione, che rivela un lavoro immenso fra scenografie curate fin nel minimo dettaglio e rifiniture in una buona CGI.
Alcuni interpreti, come Rupert Evans con Frank Frink, Rufus Sewell con John Smith e soprattutto Brennan Brown con Robert Childan, hanno saputo superare perfettamente la sfida.
Infine, al netto delle imprecisioni e degli squilibri, la trama complessiva regge, non solo rispetto al libro, ma apparentemente rispetto anche alle integrazioni. Certo, ho già espresso la mia perplessità riguardo quella che si sta rivelando la natura delle pellicole; però ciò non toglie che, perlomeno da quanto si è visto finora, siamo sì usciti molto dai binari di The Man in the High Castle, ma siamo decisamente rimasti in quelli di Dick. Sarebbe più corretto, a questo punto, che alla fine della sigla la scritta venisse cambiata in «Based on various books of Philip K. Dick».

In conclusione: la serie merita sicuramente. In giro c’è molto, molto di peggio… Ma c’è anche di meglio. E quando una serie è attesa per anni come la megaproduzione-evento che riporta sugli schermi Dick e si rivela un prodotto che può definirsi né più né meno che semplicemente buono, un po’ ci si rimane male.
Continuerò senz’altro a seguirla, ma l’entusiasmo è dato quasi esclusivamente dall’idea dickiana di fondo, più che dal lavoro svolto successivamente. La consiglio, purché sappiate cosa aspettarvi.

Buona visione!

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