“18:23” – Racconto

Eccoci con un nuovo racconto!

Stavolta i protagonisti sono un professore, la sua allieva e una macchina che non è poi una parente così distante di qualcosa che chi ha letto Rendez-vous ha conosciuto già.
Per gli amanti delle categorizzazioni, 18:23 è un racconto che può rientrare nella cosiddetta “fantascienza hard”, ovvero quella che si concentra sull’innovazione scientifico-tecnica in se. Un genere che abitualmente mi è abbastanza estraneo, ma che ho cercato qui di affrontare senza dimenticare il lato più strettamente “umano” dei protagonisti, quello al quale – come sa chi mi ha già letto – tengo di più.

Data la lunghezza del testo – che potrebbe rendere un po’ scomoda la lettura nel formato del blog – ne ho approntato anche una versione .pdf, una .epub e una .mobi, che potete scaricare (tutte insieme, in una cartella .zip) a questo link.

Buona lettura!

18 23 - 1 - banner

18:23

Le scosse delle ultime settimane hanno allargato le crepe alle pareti, nel seminterrato del professore, e lo sfarfallio del neon disturba gli occhi della sua studentessa. Non si respira.
Il vecchio e la ragazza sono in piedi davanti all’unità di trasmissione e a quella di ricezione, racchiuse insieme, a un paio di centimetri di distanza una dall’altra, nel vuoto pneumatico dell’involucro di vetrometallo.
«Senta, professore, io l’ho ricontrollato diecimila volte. Non c’è alcuna informazione, in quel secondo. Non c’è.» Sarah gli mostra sia i rilevamenti sul terminale di controllo che quei pochi che ha stampato. «Non c’è, le dico. Sparisce dalla trasmittente e riappare nella ricevente un secondo dopo.»
Il professore prende i fogli e ne legge i dati, rialza gli occhi verso gli schermi, torna al cartaceo e poi ancora viceversa. «E quant’è, che gli hai dato?»
«Quanto mi ha detto lei, professore: 0,05 nanosecondi di ritardo assoluto.»
«E il risultato è un ritardo equivalente di…?»
È almeno la quarta volta, che glielo chiede. «0,99736452… eccetera. Poco meno di un secondo.»
Sarah si chiede se ne valeva davvero la pena, di venire ad aiutare il professore nel suo progetto. Non aveva previsto che si sarebbe trovata in questa situazione: il messaggio doveva partire in ritardo, sì, ma non sparendo nel nulla.
«Sai che facciamo?» le dice lui. «Aumentiamo il ritardo. Vediamo che succede.»
Aumentare il ritardo era quello che gli aveva suggerito lei prima, ma Sarah si trattiene a stento dal sospirare d’impazienza perché sa quanto lo infastidirebbe.
Le chiede di impostarlo a 0,5 nanosecondi. Sarah programma l’avvio sul terminale, sperando che la proporzione sia aritmetica e il messaggio – come si sono abituati a chiamare quel singolo byte – arrivi dopo poco meno di dieci secondi, possibilmente senza sparire.
Parte e scompare.
«Non c’è» gli dice lei. Gli indica gli schermi, ora che possono controllarli in tempo reale. «Non è più nella trasmittente, ma non è neanche nella ricevente.»
«Siamo sicuri che sia partito?»
«Le dico che non c’è più!» esclama, con un tono che per le orecchie del professore è un poco oltre i limiti dell’educazione.
Il byte riappare all’unità di ricezione. «9,97364523…» Sarah snocciola gli stessi decimali di prima, con la sola variazione dello spostamento della virgola. «Grazie al cielo» si lascia sfuggire.
Il professore, per un attimo, si domanda quanto aiuto possa davvero ricevere da una persona che accoglie come una benedizione divina l’aver evitato una progressione logaritmica.

***

Fanno altri tentativi, aumentando o diminuendo il ritardo e vedendo ogni volta il byte sparire per nove, dieci secondi, poi quindici, dodici, otto, diciassette.
«Fammi provare una cosa» dice il professore dopo i minuti passati a riflettere in silenzio durante quelle prove. «Dagli di nuovo un ritardo equivalente di una decina di secondi.»
Sarah imposta 0,5 nanosecondi di valore assoluto e dà l’avvio, ma rimane perplessa. «Non è partito» dice al professore. «Guardi, è ancora nell’unità di trasmissione. Che succede?»
«Questo» dice lui mentre scollega la ricevente dal terminale di controllo, togliendole l’energia ben prima di quando il byte vi sarebbe dovuto arrivare, se avesse lasciato la trasmittente.
Sarah vuole fare un altro tentativo: ricollega l’unità, imposta di nuovo un ritardo equivalente di una decina di secondi e invia. Il messaggio non parte e lei scollega subito la ricevente.
Rimangono muti e immobili; solo qualche sporadico tic del neon accompagna le loro riflessioni. Nessuno dei due si azzarda a dire ad alta voce che, forse, non avrebbero dovuto chiedersi dove finisse il byte, ma quando.
Sarah si riscuote ed imposta una nuova ripetizione, con lo stesso ritardo di prima: stavolta il messaggio parte.
«Bene» dice sollevata.
«“Bene”? Perché?»
«Perché ora la stacco.»
«No, che non la stacchi» le risponde il professore.
«Sì. Ho programmato un nuovo invio proprio per quello.»
«Ma l’informazione è partita,» le spiega con pazienza, «quindi non scollegherai l’unità.»
«Ma io voglio farlo!» quasi urla Sarah proprio mentre i secondi passano e il byte arriva a destinazione. «Però così non vale» è l’unico commento che riesce a fare, neanche fosse un gioco e lui stesse barando. «Mi ha distratta.»
Il professore apre le braccia, come a dire: E allora provacidi nuovo.
Sarah raccoglie l’invito. Stesso ritardo: il messaggio parte.
«Ecco, adesso la scollego» ribadisce Sarah, con un tono non troppo diverso da quello che il professore ha trovato eccessivo poco fa.
Ma, se è come sembra, pensa Sarah, il solo sapere se il messaggio parte o meno sarebbe di per se un’informazione. Quindi non staremmo soltanto inviando l’informazione-byte a dieci secondi da adesso (il che è già problematico), ma anche ricevendo l’informazione-se-il-byte-è-arrivato da dieci secondi da ora. Cioè, sempre se è vero, ci sarebbe un’informazione che viene inviata a dieci secondi prima, e qualsiasi premessa mai fatta per scongiurare paradossi nell’ipotesi di…
I dieci secondi sono passati, Sarah non ha scollegato niente e il byte arriva sano e salvo.
«Be’?» chiede il professore, quasi divertito dall’espressione sperduta della ragazza.
«Stavo… stavo pensando» non trova di meglio che rispondergli, arrabbiata soprattutto con se stessa.
La guarda con un misto di severità e di te-l’avevo-detto. Ora è lui a provare: invia e il byte non parte.
«Be’, io non la stacco» dice Sarah. «Basta che non la stacchi lei.»
Dopo cinque secondi, il professore allunga la mano e spegne l’unità.
«Perché diavolo l’ha fatto?» domanda allibita.
«Pensaci» le risponde lui ignorando l’indisponenza. «Pensa a cosa vuol dire quando il messaggio non parte.»«Cosa lei crede che voglia dire, cioè.»
Lui ci crede. «Vuol dire che la scollegherai. Vuol dire che l’hai scollegata. Lo sai. Pensaci, ti dico.»
Lei osserva in silenzio il parallelepipedo di vetrometallo. Al termine delle sue riflessioni, imposta un nuovo invio e il byte non parte.
Dovrebbe cogliere l’occasione: starsene ferma per più dieci secondi, con le mani in mano, senza allungare il braccio per scollegare l’unità. Non devo farlo, pensa Sarah. Ma se il byte non è partito, io dovrei scollegare l’unità. Il mio gesto dovrebbe impedire al messaggio di arrivare, il che gli impedirebbe – “gli ha impedito”, direbbe lui – di partire. Se il messaggio è rimasto nella trasmittente, dovrebbe essere perché la ricevente sarà scollegata entro il tempo stabilito; non può non essere così, che dovrebbe andare, pensa infine mentre stacca l’unità prima dei dieci secondi.
Il professore immagina ciò che dev’essere passato per la testa della sua allieva. Non le chiede nulla e si limita a provare anche lui, ma si ritrova travolto dagli stessi pensieri – che d’altronde erano i suoi – e conclude con lo stesso gesto.
Fanno altri tentativi. Non due, non cinque: decine. E, ogni volta che il byte parte, non importa quale sia la loro determinazione nello scollegare l’unità: non lo faranno. Viceversa, quando l’informazione non lascia l’unità di trasmissione, uno dei due, seppure riluttante, finisce sempre con l’allungare una mano prima che giunga il momento in cui il messaggio sarebbe dovuto arrivare.
«Potrebbe essere suggestione» prova Sarah con qualche speranza. «Magari dei meccanismi inconsci, nel nostro cervello,» (o le idee che mi ci ha messo lei, pensa), «ci fanno sentire in qualche modo obbligati ad agire o meno a seconda di quel che accade nella trasmittente.»
«È possibile» concorda il professore.
«E come facciamo ad esserne sicuri?»
«Be’, ma è ovvio, come possiamo scoprirlo» le risponde con sufficienza. Quindi va a prendere cacciaviti, fili, interruttori, attrezzi messi da parte quando ha dovuto installare il generatore d’emergenza per il blackout dell’ultimo terremoto.

***

Dopo un’oretta di lavoro, un interruttore è montato sul cavo che collega l’unità di ricezione al terminale, pronto a tagliare ogni connessione e fonte di energia. L’interruttore stesso è collegato al terminale.
Sarah intanto ha caricato sul terminale il semplice software che le ha indicato il professore: non fa altro che generare numeri casuali, con una scelta ristretta allo 0 e all’1. Il comando successivo è scollegare a meno l’unità a seconda del numero generato. Tutto qui, anche se le installazioni dell’interruttore e quella del programma hanno lasciato entrambi molto più sudati, stanchi e tesi di quanto non fossero prima.
Fanno un tentativo. Due, tre tentativi, quattro, dieci, venti. Non c’è alcuna differenza rispetto a se fossero degli esseri umani, a premere l’interruttore: se il byte non parte, il numero generato è sempre 0 e il terminale scollega l’unità; se l’informazione parte, viene generato un 1, l’unità rimane connessa e il byte riappare dopo quella decina di secondi. Provano anche a cambiare l’intervallo scelto come standard, ma ovviamente la modifica non ha alcun effetto.
«Forse» prova Sarah «è perché è un generatore software. Sono numeri casuali fino a un certo punto, visto che vengono da un algoritmo. Avremmo bisogno di un generatore hardware, non so se abbiamo la possibilità…»
«È inutile» le fa notare il professore. «A meno che non pensi che l’unità di controllo sappia interpretare l’algoritmo e regolarsi di conseguenza» aggiunge, non senza una certa ironia.
Sarah non lo pensa davvero, e accoglie l’accusa di ingenuità con un’espressione risentita.
Ma allora?, riflette il professore. Quando siamo noi, a spegnere o meno l’unità, seguiamo le regole di un comportamento umano troppo complesso da misurare, che potrebbe davvero essere comandato da una qualche reazione inconscia del nostro cervello, guidata dalla aspettative che io stesso mi sono costruito e che poi ho anche suggerito. Ma il terminale, per quanto sappia se il byte è partito o no, non ha certo la capacità di decidere la propria azione successiva. Non ha alcuna volontà da contrapporre agli eventi: né conscia né inconscia, non avendo alcuna coscienza. Il terminale si limita a far seguire una conseguenza a una causa – anzi, viceversa. E noi, invece? «Potrebbe essere pericolosa» conclude ad alta voce.
«“Pericolosa”?»
Sperava che ormai lo avesse previsto anche lei; invece è costretto a spiegarle che, se divulgassero – e non potrebbero non renderlo pubblico – quel che hanno fatto, renderebbero certo e dimostrabile che un essere umano e un computer qualsiasi hanno lo stesso margine di scelta: cioè che non ce l’hanno.
«Ammesso che sia vero,» osserva, ancora poco convinta, «mi pare comunque un’idea un po’ troppo complicata, per la maggior parte delle persone.»
«Appunto: sopravviverebbe la massa e si ammazzerebbero gli scienziati, i filosofi e tutti gli intellettuali.»
Sarah non si stupisce nemmeno, di quale scenario l’ego del professore gli abbia fatto dipingere; ma deve ammettere che le sembra realistico: nonostante l’afa del seminterrato, ha un rapido brivido.
«Proviamo una cosa» le dice il professore. «Imposta un ritardo equivalente di dieci ore.»
A stanotte. Sarah imposta il ritardo, invia il byte. Non parte.
«Be’,» commenta allora lei, «questo vuol dire che a un certo punto ci dormiremo su. È confortante.»
Lui ignora il conforto. «Adesso impostalo a ventiquattr’ore.»
Vuole sapere se la notte avrà portato consiglio e avranno deciso di riattivare l’intero sistema. A quanto pare no: col ritardo impostato al giorno dopo, l’informazione non lascia la trasmittente.
«Bene» commenta lui. «Abbiamo deciso di… abbandonare il progetto. Magari abbiamo distrutto l’unità, o l’abbiamo nascosta, o abbiamo semplicemente deciso di non accenderla mai più.»
«E quand’è, che lo decideremo, di spegnerla?» gli chiede lei. «Domattina? Stasera? Adesso?»
Non rimane che provare. Ventidue ore, venti ore, diciotto ore, sedici ore… Nessun invio va a buon fine, per il giorno dopo. Danno per scontato che non accadrà neanche di notte, ma fanno comunque dei tentativi corrispondenti alle sei del mattino, alle tre, a mezzanotte. Il byte non lascia mai la trasmittente.
Sono quasi le sei del pomeriggio, e restano da testare le ore che mancano al cambio di data. Nessuna partenza del messaggio verso le undici, nessuna verso le dieci, né le nove, né le otto, le sette, le sei e mezza…
Il byte che arriverà alle sei e venti parte, e manca meno di un quarto d’ora. Dopo qualche altro tentativo, sempre più calibrato, determinano – con un margine di sicurezza di una trentina di secondi – il momento di disattivazione definitiva dell’unità di trasmissione-ricezione.
«L’abbiamo spenta alle 18:23» dice Sarah, arrendendosi al nuovo uso dei tempi verbali.

***

L’afa non demorde, nel seminterrato, nonostante fuori il sole sia ormai vicino all’orizzonte, i raggi non più in grado di colpire le pareti esterne dell’edificio. Sarah e il professore siedono uno di fronte all’altra; sul ripiano, la scatoletta di vetrometallo riflette appena la luce incerta del neon, isolando le due unità di trasmissione e ricezione.
«Mancano circa sei minuti» nota Sarah. «Che cosa faremo?»
«Perché, cosa dobbiamo fare, scusa?»
«Decidere di spegnerla per sempre, no? L’ha detto lei.»
«Io non ho alcuna intenzione di spegnerla,» le risponde stizzito, «tantomeno per sempre.»
«E allora non facciamolo» propone con lo stesso tono.
«Però l’abbiamo fatto comunque» osserva il professore. «Il messaggio non è più arrivato, dopo le 18:23; quindi alle 18:23 l’unità è stata disattivata per sempre.»
«Io non la voglio staccare, le ho detto.»
«Nemmeno io. Però…»
Sarah si prende la libertà di sbuffare. «Professore, non ha senso. Questa è la prova definitiva che aspettavamo. Approfittiamone.»
Lui appare interrogativo.
«Siamo in due, no? Uno può controllare l’altra. Se lei prova a scollegare l’unità io la fermo. Se provo a staccarla io, mi ferma lei.»
Ridacchia incredulo. «E com’è, che dovremmo fermarci a vicenda?»
«Con la forza.» Si sorprende lei stessa, di quello che dice. «Se mi avvicino all’unità, mi dia un calcio e mi butti a terra; se ci si avvicina lei, faccio lo stesso.»
«Sei sicura?» chiede con calma.
«Sicurissima. Sono pronta a prendermi i rischi. Sia il rischio di farmi male che quello di farne a lei.»
Per la prima volta, le offre uno sguardo che sembra provare pena, quasi paterno. «È un rischio? È davvero un rischio, per te?»
«Be’, potrei sbattere la testa…»
«Non che io ti faccia male» la interrompe. «Che tu lo faccia a me. Lo consideri un rischio? Ti dispiacerebbe?»
Lei ci pensa un attimo. L’unità si scollegherà fra tre minuti e mezzo, e continuano ad arrivare i byte inviati per determinare l’ora esatta dello spegnimento.
«No, non mi farebbe per niente pena, se si facesse male» gli dice con voce monocorde, guardandolo negli occhi.
«Lo immaginavo» risponde lui, inaspettatamente sollevato. Poi la fissa negli occhi: «Sei come tutti gli altri, i tuoi colleghi: tutti opportunisti che cercano il vecchio solo per avere il nome sulla tesi, per dare un po’ di valore al vostro curriculum striminzito; mi volete pure se non mi sopportate, voi che vi credete chissà quanto meglio solo perché siete giovani. Arroganti ignoranti, ecco cosa siete. Tu, specialmente, che sei arrivata addirittura in casa mia. E ti ci ho fatta entrare io! E che ci ho guadagnato? Mi hai aiutato a realizzare una macchina che dice che non contiamo niente, ma siccome non riesci ad accettarne le conseguenze, ammetti tranquillamente che arriveresti a buttarmi a terra e rompermi l’osso del collo pur di dimostrare che invece hai ragione tu e non è vero nulla, niente di tutto ciò che abbiamo visto. E poi, che faresti, dopo, eh? Diresti che è un’invenzione tua? Ti convinceresti, se ti facesse comodo?»
Arrivano altri messaggi, uno ogni trenta secondi.
«Semmai è lei, l’opportunista che sfrutta gli studenti per i suoi progettini segreti» reagisce Sarah. «Per caso c’è qualche fallimento che le brucia? Sennò non si sarebbe messo a insegnare dopo tutta quella carriera, dato che non le piace… Perché è chiaro, che non le piace insegnare, se continua a farsi gli esperimenti in casa, no? Lo rimpiange, il passato? Cerca ancora qualche successo? Ecco, adesso c’è riuscito, e già parla della “sua” scoperta come se qua dentro non ci avessi messo piede per settimane pure io. Almeno non c’ha mai provato con me: ma forse è solo perché è una persona sola, arida, morta dentro, perché passa il tempo a compatirsi per tutti gli errori che ha commesso e perché è così preso da sé che non riesce neanche a concepirla, l’idea di condividere qualche gioia con qualcuno – fossero due minuti in un bagno o quel poco che rimane della sua vita. Non ho ragione?»
«Hai ragione» le fa mentre i byte si succedono nella ricevente. «Ma la sai, una cosa? Tu sei qui a sopportare il caldo e questo neon e il lavoro gratis solo per costruirti una carriera sulle mie spalle, giusto? Al punto che non ti faresti nemmeno tanti scrupoli a prendermi a calci, no? Be’, è quello che avrei fatto io al posto tuo. Anzi: è proprio quello che ho fatto. Verrà il giorno in cui ripenserai a questa discussione come ci ripenso io, oggi, a tutto quel che mi è successo, e non potrai far altro che continuare per la tua strada usando gli altri come sei stata usata te. Farai la mia stessa fine. Tu sei me, capisci?» conclude mentre arriva l’ultimo byte che era riuscito a partire. «Almeno su questo siamo d’accordo, eh?»
Sarah vorrebbe rispondere di no, vorrebbe rispondere di sì, vorrebbe darglielo comunque, un calcio, anche se lui non si muove, e vorrebbe prendersi a calci lei stessa. Il professore tende già il muscolo di una gamba e punta il pavimento col piede dell’altra.
Sono le 18:23, e un tuono sotterraneo sale ad allargare le crepe un’ultima volta.

 




Se il racconto vi è piaciuto, fatemelo sapere. Se non vi è piaciuto, pure.
E sono benvenuti anche commenti sulla “copertina”.

Gli altri miei racconti potete leggerli qui; vi ricordo inoltre che sono anche su Facebook e su Twitter.

Al prossimo racconto!

Annunci

3 Replies to ““18:23” – Racconto”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...