“Forbice vince carta vince pietra” di Ian McDonald (e altri racconti)

È passato un po’ dal mio compleanno, quando, passando nella libreria dell’usato, indeciso fra diversi titoli ho infine optato per il più recente: Forbice vince carta vince pietra, di Ian McDonald, che nell’edizione Urania è seguito da tre racconti dello stesso autore (il romanzo era stato pubblicato – per sbaglio o follia momentanea, suppongo – anche da Einaudi).

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La trama

Ethan Ring è in pellegrinaggio con il suo amico Mas, il creatore del supereroe dei manga Kabukiman: stanno seguendo, in bicicletta, il percorso dei vari templi lungo il Giappone. Ma il mondo non è proprio come lo conosciamo: Ethan ha un traduttore simultaneo, la Tosa Securites Incorporated sembra controllare la nazione, e soprattutto lo stesso Ethan è l’autore dei frattori, complessi simboli grafici che hanno effetti potenti ed ineludibili sulla mente – dare la pace, costringere a dire la verità, lasciarsi immergere nell’oblio.
Come Ethan li abbia creati, cosa ha passato con Mas, Luka Casipridian e i suoi compagni di studi, cosa cerca da quel pellegrinaggio e cosa troverà, lo scopriremo pagina dopo pagina.

La struttura

La narrazione si presenta estremamente originale:
– da una parte, abbiamo l’azione presente, che il narratore ci racconta in prima persona; è quasi un diario delle successive tappe del suo pellegrinaggio, un monologo interiore di cui ci rende partecipi lungo il suo cammino;
– dall’altra, lo stesso narratore si abbandona ai ricordi; il che non sarebbe niente di straordinario, se non fosse che il protagonista decide di raccontarceli in terza persona: parla di sé come di un altro, per distanziarsi da quello che era nel passato, un Ethan che non è più quello che sta parlando adesso.
Questa soluzione, di altrimenti difficile gestione, viene portata avanti da McDonald in maniera egregia, equilibrata, senza intoppo alcuno.
Sull’eccezionale stile e alla traduzione, rimando ai capitoli conclusivi di questa recensione, essendo argomento che riguarda anche i racconti.

Qualche imperfezione

Diciamo che, purtroppo, sembra esserci una certa nebulosa confusione su molte questioni vitali che appaiono mostrate come dati di fatto, ma mai doverosamente dipanate. Ad esempio, qual è il ruolo della Tosa Securities? Di chi è, e cosa realmente e fisicamente fa? È un’azienda? una mafia? un subgoverno? Non che sia necessario conoscerne i dettagli – anzi, ben venga se ci viene risparmiato qualche spiegone – ma qui non si capisce proprio con cosa abbiamo a che fare, col risultato che non si può giudicare coerentemente quel che accade. Il finale, ad esempio: che è quel robot? da dove è uscito? a cosa serve?
Altro dettaglio, apparantemente secondario, ma che mi lascia comunque altrettanto perplesso: perché questo titolo? Perché l’intero romanzo deve identificarsi con una frase detta di sfuggita verso la fine, e che poco, davvero poco a che fare con le vicende? Non che sia in grado di suggerirne uno migliore, al momento; però…


Veniamo ora ai racconti.

Angelo registratore

Sonde giungono sulla Terra e iniziano una lenta opera di xenoformazione. La giornalista protagonista è inviata in Africa, dove una festa gremita di vip si tiene in un hotel di lusso, prossimo ad essere fagocitato dal lento incedere della mutazione aliena.
Immediato il riferimento a Foresta di cristallo di Ballard, che non può non essere stato uno spunto – sia per atmosfera che per l’incedere della mutazione – alla stesura di questo buon racconto breve (non ai livelli di Ballard, ma non si può avere tutto dalla vita).

La ruota di Santa Caterina

Una locomotiva parte per il suo ultimo viaggio celebrativo. Una donna ambisce ad elevarsi spiritualmente, e trae ispirazione nel suo lavoro di terraformazione su Marte. Le due vicende sono incredibilmente congiunte.
Alle prime righe ho temuto una replica della prima parte di Pavana di Richards; fortunatamente, l’ossessione steampunk per i dettagli del funzionamento del treno è presto messa da parte, per preoccuparsi di intrecciare due archi narrativi apparentemente del tutto scollegati, ma che si ricongiungono in poche pagine sotto l’occhio del lettore. Peraltro il ricongiungimento non sarà mai esplicito, lasciando l’impressione di aver intravisto la connessione, appena accennata in un racconto, senza mai assistervi direttamente.
Si nota anche la caratterizzazione delle due parti, una narrata in prima persona e l’altra in seconda (viene quasi il dubbio che sia la stessa narratrice).

Viene l’uomo della pioggia

Nella città non piove da sette anni. Al motel Desert Rose, Kelly guarda dalla finestra i turisti di passaggio, mentre Sam offre loro il caffè, il Capo indiano Blumberg beve birra seduto in veranda, e lo scriffo Middleton mangia. Un misterioso uomo arriva con i suoi bizzarri attrezzi, apparentemente in grado di richiamare Creapioggia, la mitica città volante.
Racconto difficilmente incasellabile (il che non è un problema), ma anche difficilmente comprensibile (il che lo è): non tanto per qualche difficoltà nella trama, ma piuttosto per una distanza un po’ eccessiva dai personaggi, che forse sono fin troppi per queste quindici pagine, e che in gran parte non sembrano contribuire non solo allo svolgimento, ma nemmeno alla narrazione. È un racconto estremamente suggestivo, ma che lascia poco.


Veniamo ad alcune considerazione finali, che valgono per tutti i testi di cui sopra.

Lo stile, la lingua

Quel che colpisce immediatamente il lettore, persino in traduzione (e qualsiasi sia il tradutture), è l’uso particolare della lingua che McDonald fa.
McDonald sembra (è la prima volte che lo leggo) padroneggiare come nessun altro il punto di vista: dalla canonica terza persona di Angelo registratore, all’alternanza di prima e terza persona nel romanzo d’apertura, da una terza persona che a volte parla direttamente col lettore in Viene l’uomo della pioggia, all’incredibile altelenare fra prima e seconda persona (la stessa?) de La ruota di Santa Caterina. Per quanto sia facile inciampare da una parte nella confusione dei punti di vista, dall’altra nel fastidioso occhieggiare al lettore che la seconda persona può suggerire, McDonald ne esce sempre clamorosamente illeso, trattenendo il lettore non distratto su solidi binari linguistici, senza mai apparire eccessivo nelle sue scelte.
Questo risultato è forse raggiunto anche tramite il linguaggio, fatto di incisi brevi – concatenati, magari, ma sempre brevi –, elenchi mai troppo lunghi, descrizioni accurate ma mai prolisse; i dialoghi appaiono sufficientemente naturali benché imbevuti di questo suo stile caratteristico; il ritmo a volte decelera, ma rimane molto lontano dal confine della lentezza.
Una lezione di stile perfino in traduzione (ci sarebbe da rileggerlo in inglese).

Nota finale: la traduzione

Come detto, tutti i diversi traduttori (in ordine: Caronia, Anselmi, Rossi, Castellari) sembrano superare egregiamente l’ardua prova, restituendoci lo stile fluido, l’atmosfera particolare e la voce originale di McDonald.
Volendo trovare il pelo nell’uovo, è discutibile la scelta di lasciare in inglese alcuni termini: passi Johnny Appleseed (nonostante tutti lo conosciamo come Johnny Semedimela, se non altro per via della Disney), ma perché il treno di Santa Caterina è il “Rejoice-to-Llangonnedd”? Anche se la perplessità maggiore è nel romanzo d’apertura, dove viene citato un certo Trout Quintet… Ma d’altronde in Viene l’uomo della pioggia il motore la macchina della protagonista pulsa “in toni di settima”, quindi ormai ho il dubbio che un’opera letteraria con termini musicali tradotti correttamente non leggerò mai.

In conclusione

Al netto di qualche difettuccio, il romanzo si legge che è un piacere. Le idee contenute sono decisamente originali, così come l’insuale (ahimé) ambientazione giapponese.
Lo stile e la forma – dalla sintassi al mero uso delle parole – sono un punto di forza straordinario e di sicuro interesse, sia nel romanzo che nei racconti. Di questi, il più debole è l’ultimo, mentre Angelo registratore è promosso per il sapore ballardiano e La ruota di Santa Caterina per l’originalità e la forma sorprendente.
Pur non rimanendo folgorato come con un Chiang o una Kress, è stata una lettura che mi porterà di certo a leggere altro dello stesso autore, prima o poi, e che quindi mi sento di consigliare.

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