“Cecità”, di José Saramago

La recensione decisamente impegnativa di questa settimana è al mio primo approccio al premio Nobel José Saramago, con uno dei suoi libri più vicini alle tematiche fantascientifiche: Cecità.

Cecità-2Trama

La trama è semplice quanto spietata. Un uomo è fermo al semaforo e all’improvviso diventa cieco: non una cecità fatta di buio, ma un’immersione in un bianco lattiginoso, che gli impedisce di vedere. Non ci vuole tanto prima che ne vengano colpiti il medico che lo visita, chi era con lui nella sala d’aspetto, chi l’ha accompagnato… L’epidemia si diffonde, misure estreme vengono prese, la società collassa e l’umanità sembra seguirla nella sua caduta.

Lo stile

Come detto, è la prima volta che mi avvicino a Saramago. Non ero ignaro, però, del suo stile particolare, fatto di periodi complessi, incisi annidati, una lingua molto più vicina al parlato che allo scritto; soprattutto, colpisce l’assenza della punteggiatura per il discorso diretto, che si distingue dalla narrazione per l’improvviso arrivo della lettera maiuscola dopo una virgola: apparentemente confusionario, dopo poche righe il lettore si abitua a questa costruzione e si lascia trasportare facilmente dal fluire delle parole, senza alcun tentennamento, senza incomprensioni.
Impossibile non accostare questa voce a quella di Cormac McCarthy, di cui a suo tempo avevo letto La strada (anche in questo caso, un mostro sacro della letteratura a cui mi sono avvicinato per un libro di sapore sci-fi).
E, come ne La strada, anche in Cecità questo stile spoglio e asciutto, fluido e straniante, aiuta a dipingere un mondo in rovina: non per una non meglio precisata catastrofe come in MacCarthy, ma per il crollo della dignità umana che circonda i protagonisti, nella loro squallida, vergognosa quarantena.

I protagonisti senza nome

I protagonisti, dunque: chi sono? A dare l’ennesimo colpo al lettore, perso nei meandri dei paragrafi serpentini e di una società in disgregazione, c’è l’assenza di ogni nome: a che servono i nomi, in un mondo in cui non ci si può vedere e ci si riconosce dalla voce? Ecco allora che abbiamo il primo cieco e sua moglie, il medico e sua moglie, la donna dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda, il bambino strabico; persino un cane è “il cane delle lacrime”.
Inutile dire come Saramago riesca perfettamente a usare questo stratagemma per dipingere ancora più crudamente quel mondo, senza però allontanare il lettore dai personaggi, senza disumanizzarli – anzi, forse definendoli, invece che nonimandoli, li rende ancora più reali.

Essere ciechi – o non lo siamo forse tutti?

Lungi da me tentare un’esegesi seria ed approfondita di questo romanzo, provo a dare una mia interpretazione – o perlomeno a dire cosa mi ha lasciato.
La domanda che ci gira per la testa durante e dopo la lettura è: ma chi è davvero il cieco? Non è cieco forse chiunque non veda l’altro per l’umano che è? Ecco infatti che la cecità tira fuori da ognuno dei protagonisti il suo vero io: egoismi e altruismi, medici che si sentono inutili, prostitute che sanno amare, bambini che non cercano più la madre, donne che si ribellano e che si lasciano sottomettere.
E cosa vediamo quando non vediamo? Facile giudicare qualcuno senza badare al suo aspetto fisico: ma se non si sa neanche cosa si sta facendo?
Discorso a parte meriterebbe la fine della pudicizia e della morale in un mondo in cui nessuno può vedere cosa stai facendo – al massimo sentire, se lo fai in maniera rumorosa.
Ma questi, come detto, sono solo appunti a margine di un romanzo che andrebbe analizzato alla luce di una serie di conoscenze (ad esempio sull’autore) che non ho; e perciò mi fermo prima di dire castronerie.

Giudizio finale

L’unica nota che parrebbe debole è nella conclusione, che sembra sciogliere un po’ troppo facilmente i nodi: ma personalmente ritengo che quelle ultime pagine fossero inevitabili, e che siano state peraltro portate avanti nel migliore dei modi possibili, mescolando un ultimo afflato ottimista a una vena malinconica per un mondo che non sarà mai più lo stesso.
La lettura è, ovviamente, caldamente consigliata.

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6 Replies to ““Cecità”, di José Saramago”

  1. Cecità è forse il mio preferito dei romanzi di Saramago, anche se purtroppo non li ho letti tutti (vorrei farlo in portoghese, ma è dura, durissima). Direi che alla tua analisi manca solo l’aspetto politico, che qua secondo me è rilevante, e lo diventa ancora di più se pensiamo al seguito, Saggio sulla lucidità (e quanto era ancora più esplicativo l’originale titolo Saggio sulla cecità?), dove nelle elezioni post epidemia, tutti votano scheda bianca…

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    1. Ma sai che mi ricordo di averti sentita parlare di questo libro?
      Sì, come ho scritto, alla mia analisi mancano comunque dei pezzi, perché purtroppo non conosco l’autore quanto si dovrebbe, e quindi non mi sono azzardato ad indagare ulteriormente. “Saggio sulla lucidità” sarà comunque una delle mie letture future.

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      1. Probabile, i lusitanisti ti parlano o di Saramago o di Pessoa… Poi Cecità è uno dei miei libri preferiti in assoluto.
        Comunque quando uno è così grande, alla fine è anche bello lasciarsi andare alla prosa senza farsi troppi problemi di analisi, e prendere quello che ci da lo scrittore. Poi se sei curioso di approfondire basta chiedere 🙂

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