“Un orgasmo è un orgasmo è un orgasmo” – Racconto

Oggi un nuovo racconto, un po’ più lungo di quelli che ho pubblicato finora sul blog.

Contrariamente a quanto può sembrare dal titolo, nel testo che state per leggere non c’è nulla di scabroso: anzi, è proprio un tentativo di indagare i confini fra la percezione fisica e il sentimento puramente emotivo.
Poi, ovviamente, riferimenti  all’argomento “sesso” ce ne sono, quindi se ritenete di non farlo leggere a dei bambini di dieci anni posso anche capirvi (a meno che non siate anche voi dei vassalli dell’ideologia gender, ma questa è un’altra storia).

Se lo volete, fatemi sapere cosa ne pensate. Buona lettura.

Aggiornamento: A quanto pare, oggi 31 luglio è la giornata mondiale dell’orgasmo (anche se altre fonti sembrano indicare un’altra data). La sorte è dalla mia parte.


 

Un orgasmo è un orgasmo è un orgasmo

 

Sei te, il genio della famiglia, anche se è finita così.
Quel pizzico doveva essere l’inizio della più grande rivoluzione nel mondo delle comunicazioni dall’invenzione del telegrafo; e in parte lo è stato, se ne hanno approfittato anche i social e le app che speravi. Ma di quanto soffrivi per quelli che non avevi previsto, di clienti, io e mamma ce ne siamo resi conto solo quando hai deciso di andartene via mentre ti cercava mezzo mondo, fra università e multinazionali.
E se una persona maggiorenne non sta commettendo nessun reato, non può farla tornare a casa con la forza neanche il padre poliziotto. Credo sapessi che seguivo i tuoi spostamenti; d’altronde, tra albergo preso a nome tuo e spese pagate con la carta, non ti sei mai nascosta veramente. Tanto non sarei venuto a riportarti indietro: avevo capito che te n’eri andata al mare in pieno autunno per pensare a quel che era successo. Anche se non immaginavo che stessi cercando una soluzione e che per questo avessi bisogno di stare da sola, davvero sola. Non hai toccato un computer o un telefono o nient’altro per mesi, totalmente disconnessa per la prima volta in vita tua.

Era una cosa di cui si preoccupavano tutti, quand’eri piccola. «Eh, una volta non ci lasciavano attaccati a quei cosi tutto il giorno» ci dicevano i tuoi nonni, i nostri amici. Come se loro avessero giocato a pallone nei cortili come il secolo scorso. «Siamo quasi nel ’30» gli rispondevamo io e mamma; eri intelligente e non saresti finita come gli altri, a startene senza uno scopo e senza risultati sempre incollata a qualsiasi computer, tablet, telefono, orologio che avresti trovato. I tuoi compagni di scuola su internet ci passavano sicuramente meno tempo di te, ma lo usavano peggio: non per conoscere, non per imparare, come hai sempre fatto tu.
Certo, hai passato diciannove anni chiusa in camera davanti a uno schermo, a parlare solo in chat senza vedere quasi mai nessuno dal vivo, senza portare a casa amici, né un ragazzo o una ragazza, saltando i pasti e passando le notti in bianco. Ogni tanto ci preoccupavamo; una volta ce lo siamo detti, io e mamma, che forse avremmo preferito una figlia “normale”… Scusa. L’abbiamo capito, che non c’è niente di più normale di una figlia che riesce a dare tutte queste soddisfazioni ai genitori, ma dandole prima di tutto a se stessa. Ti ricordi? A un ricevimento il professore di scienze disse a tua madre che te e lui avreste dovuto fare a cambio di posto. Le aveva chiesto pure se avresti voluto diventare un chirurgo anche tu, ma stavi già andando da un’altra parte.

Ragazza sedicenne inventa la telepatia via internet: si rimbalzavano il titolo da una testata all’altra. E tu a spiegare che la telepatia sarebbe ben altra cosa, mentre il Feeler invia il feedback emotivo in streaming… Ma ti sei stancata quasi subito di correggerli, quindi per loro telepatia era e telepatia è rimasta.
Visto, che bravo, che sono? “Feedback emotivo in streaming”. L’ho capito persino io; e se ci riesce un poliziotto senza formazione scientifica, perché non ci arrivano questi presunti giornalisti di settore? Ma quando mai: sono gli stessi che ti hanno fotografata come un uccello raro, solo per avere un’immagine d’apertura abbastanza stravagante da compensare il contenuto misero dei loro articoli.
Come ce li hai i capelli, adesso? Viola, lilla? Te li eri appena tinti di bianco, quando ci hai fatto provare per la prima volta il prototipo e abbiamo sentito il pizzicotto sulle nostre braccia, il pizzico che ti eri data sul tuo, di braccio. Che dovevamo dirti, per l’anello che ti sei messa al naso dopo che avevi reso pubblico il tuo progetto, erano arrivate le offerte, s’erano inventati il nome, il marchio, l’immagine? Mamma, per deformazione professionale, si è preoccupata giusto dell’igiene. Come quando ci sei passata davanti così, in canottiera, senza nascondere il regalo che t’eri fatta coi primi soldi della vendita del Feeler; anche se in quel caso ci aveva ferito un po’ dover constatare che non dipendevi più da noi, per ricoprirti tutta la schiena con un drago, un grifone, quello che è.

Magari a volte esageriamo, a lasciarti sempre i tuoi spazi. Insomma, all’inizio non m’ero nemmeno accorto che ti eri rimessa al lavoro: già non entravo in camera tua quando te n’eri andata, figuriamoci adesso che sei tornata dal mare. È stato un caso, se l’altro giorno sono passato davanti alla porta mentre l’aprivi e ho visto questo cubo qua, i cavi, i Feeler connessi. «L’accumulatore risolverà il problema» mi hai spiegato.
Non voglio dirti – non adesso che è troppo tardi – che un po’ “il problema” te lo potevi aspettare. Forse è perché sono un uomo, e magari è vero che in questo noi e le donne non siamo proprio uguali, nemmeno a metà del ventunesimo secolo. Ma la verità è che quando ci siamo dati quel pizzicotto mi ero detto: «Se può portare il dolore, può portare la felicità; posso sentire una pugnalata come posso sentire un orgasmo.»
Certo, non avevo pensato che sarebbe stato usato più per quello che per far capire al figlio quanto ti manca, o alla fidanzata quanto l’ami, o tutto quello per cui l’avevi progettato. Ma il traffico sui grandi siti porno è talmente costante che per ogni persona che gode ce n’è praticamente sempre almeno un’altra che nello stesso istante, da qualche altra parte del mondo, sta facendo la stessa cosa: basta metterli in contatto per raddoppiare il piacere.
E così, quando l’hanno venduto anche a quelli là, te ne sei andata sul mare d’ottobre.

«Il problema è la ripetibilità», no? Così ci hai detto appena abbiamo aperto la porta, senza neanche darci il tempo di dirti bentornata, quando sei riapparsa a maggio.
Da sola, in quella camera d’albergo sulla scogliera (te l’ho detto, che sapevo dov’eri), sei venuta a patti con quei sentimenti che per te erano sempre stati solo chimica, biologia. A te un “mi manchi” e uno “sto venendo” sembravano uguali: una concatenazione di reazioni fra i neuroni, uno scambio di sostanze, di informazioni; era la morale, poi, a classificare. Ma adesso, tutte queste sensazioni hanno lo stesso valore per colpa tua, dicevi: perché ci arrivano allo stesso modo attraverso il Feeler, il tuo Feeler. Però il piacere, quel tipo di piacere, è qualcosa di biologico, di chimico; mentre i sentimenti no, o almeno non solo. Alla fine hai accettato quello che in fondo sappiamo tutti: un orgasmo può cambiare ogni volta di durata o intensità, ma è sempre lo stesso; invece ogni “ti amo”, ogni “ti voglio bene”, ogni “mi manchi” sono unici e irripetibili, hanno una componente inafferrabile e quindi irriproducibile – e non importa se non è nemmeno descrivibile in termini concreti, misurabili, razionali.
Non avevo mai sentito un «Vi voglio bene» uscire dalla tua bocca; e ci hai anche aggiunto: «Se ve lo ridico fra cinque minuti sarà un “vi voglio bene” diverso. Posso ripeterlo cento volte e sarà sempre nuovo.»
Ti abbiamo stretta. Mamma te l’ha detto anche lei, un’altra prima volta; io ti ho abbracciata restando zitto. Non so che m’è preso.

Quando la settimana scorsa mi hai spiegato come doveva funzionare l’accumulatore, ho avuto la conferma che sei te, il genio della famiglia.
Un sentimento irripetibile deve essere trasmesso in diretta, un’emozione sempre uguale può essere messa da parte e utilizzata e riutilizzata all’occorrenza. Un orgasmo è un orgasmo è un orgasmo, e tanto vale metterlo in batteria e premere play per riviverlo ogni volta. Ma “ti voglio bene” va detto di nuovo, va detto sempre, va ripetuto, ripetuto, ripetuto. Il piacere fisico nell’accumulatore, i sentimenti, quelli veri, nel Feeler.
Non so cos’è andato storto; sono un poliziotto, non un medico. Tua madre dice che è stato un sovraccarico di feedback, o qualcosa del genere; ma continua pure a dire che non è sicura, non è una neurologa, non lo sa. Credo stia cercando di vederti come una paziente che ha appena perso: forse è per questo che non piange. Non so quanto durerà la sua calma, e lo stesso vale per me. Dovrei fare il mio dovere e lasciare la scena com’è, ma vorrei almeno pulirti la bocca, chiuderti gli occhi, darti una posa più composta… Però no, non posso; spero capirai.
Ho solo spento l’accumulatore e connesso il mio Feeler al tuo, prima che arrivi la Scientifica o che io perda il controllo. Lo so che è inutile, che è troppo tardi, ma non importa: ci voglio provare lo stesso.
Lo senti, quanto ti voglio bene?

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