Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 3, Prima parte

Eccoci arrivati al terzo volume dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick, Le presenze invisibili.

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Come sempre: Titolo italiano [eventuale altro titolo italiano in altra edizione 1 / Titolo 2] (Titolo Originale)

Veterano di guerra  (War Veteran)

Nel futuro c’è tensione fra i terrestri e i coloni di Marte e Venere; un razzismo violento che fa subodorare un’imminente guerra. Ma per David Unger, un vecchietto malandato che frequenta il parco cittadino, quella guerra c’è già stata e dice che i terrestri l’hanno persa. Chi è? Viene dal futuro? E se sì, come deve comportarsi la Terra con le sue colonie, sapendo che perderà la guerra?
Racconto lungo che fatica un po’ ad ingranare, con una prima parte che introduce tutti i personaggi insieme senza caratterizzarli abbastanza e creando confusione, con in più una certa facilità con cui i piani di un intero pianeta vengono cambiati a seconda di ciò che dice un vecchio in un parco. Dalla metà in poi si comincia a fare un po’ più di ordine, le fazioni dei personaggi si delineano (anche se sempre con un po’ di confusione) e tutti i pezzi vanno al loro posto regalandoci un’ennesima indagine su cosa è reale, sull’inganno e sulla follia della guerra e della paura del diverso. Non un capolavoro, ma comunque godibile sino al soddisfacente finale.

Commercio temporale [Mercato prigioniero] (Captive Market)

L’anziana Edna Berthelson è una venditrice da una vita. Ultimamente, però, i suoi affari vanno anche meglio del solito: ha trovato il modo di raggiungere un futuro in cui i pochi superstiti di una Terra devastata sono ben disposti a ricoprirla di inutile denaro per avere ciò che gli occorre per sopravvivere e riparare l’astronave che li porterà in salvo su Venere.
Racconto breve che vede il tema dei viaggi nel tempo trattato in maniera originale. I personaggi sono, chi più chi meno, ben delineati, anche se lascia un po’ perplessi il ruolo apparentemente inutile del piccolo Jackie. Nel complesso, un buon racconto che riesce ad uscire dall’impasse – inevitabile quando si parla di tempo – con un’ottima trovata conclusiva e un finale pienamente efficace.

Nanny (Nanny)

Nel futuro tutto hanno una Nanny: un robot che accudisce i propri figli e fa risparmiare tempo e fatica ai genitori. Ma le Nanny delle varie case di produzione sono praticamente in guerra fra di loro.
A parte il fatto che non c’è alcuna motivazione logica alla non traduzione di Nanny in Tata, il racconto è una variazione sul tema del consumismo, già trattato molto meglio in Vendete e moltiplicatevi nel secono volume. Nanny risulta più semplicistico, prevedibile e chiaramente gonfiato all’inverosimile di informazioni inutili per aumentare il numero di parole (la famosa storia per cui Dick doveva pur pagare le bollette).

Mutazione imperfetta [Il fabbricante di cappucci] (The Hood Maker)

In un mondo in cui una generazione di telepati scansione le menti delle persone per prevenire i reati (e quindi acquisire potere), qualcuno si ribella fabbricando e distribuendo delle cuffie che schermano i poteri telepatici.
Un gioco di potere e una serie di colpi di scena caratterizzano questo riuscito racconto breve. Particolarmente sorprendente il finale, che non lascia niente al caso.

Incursione in superficie [Un’incursione in superficie] (A Surface Raid)

Un mondo futuro dove i protagonisti vivono sotto terra e ogni tanto salgono sulla superficie a caccia di hom: gli homo sapiens sopravvissuti alla guerra.
Racconto non brillante, che utilizza in maniera non trita l’idea della civiltà scappata al disastro rifugiandosi sottoterra, ma gioca troppo sull’ambiguità della natura dei sopravvissuti: volendo lasciare tutto in sospeso, finisce con l’essere confusionario. Fastidioso anche che più di un terzo del racconto sia occupato dall’inutile descrizione dettagliata e prolissa del villaggio degli homo sapiens.

Un’occhiata allo svibblo [Servizio assistenza] (Service Call)

Alla porta di Courtland suona uno sconosciuto che dice di essere lì per riparare il suo svibblo. Courtland lo manda via, ma quando si rende conto che il tecnico viene dal futuro, chiama i suoi colleghi e ne aspetta il ritorno per indagare.
Breve racconto dai toni umoristici ma che sa anche essere inquietante. La verità viene dipanata mano a mano, cavata dalla bocca del tecnico senza scadere nella spiegazione didascalica e senza nemmeno mai apparire troppo surreale. Buon racconto, quindi.

Saltare il fosso [Oltre il recinto] (The Chromium Fence)

Il mondo è diviso fra il partito dei Puristi (che vuole eliminare l’alitosi, la calvizie e gli umori corporali) e i Naturalisti che vi si oppongo. Don Walsh non riesce a decidere da che parte stare, nemmeno alla vigilia delle elezioni.
Riuscita satira politica sull’assurdità delle ideologie e della necessità di schierarsi totalmente da una parte o dall’altra, senza se e senza ma. Un racconto dal finale amaro, che probabilmente rimarrà attuale per sempre.

Yancy (The Mold of Yancy)

Secondo gli elaboratori terrestri, su Callisto ci sono i prodromi di un governo totalitario. Ispettori vanno ad indagare, ma trovano solo un personaggio televisivo molto popolare. Cosa sta succedendo?
Un racconto dall’equilibrio decisamente imperfetto, offre tuttavia importantissimi spunti su cosa è democrazia e cosa è libertà, e su come le masse possano essere influenzate al pensiero unico senza neanche rendersene conto. Da questo punto di vista, un’ottima variazione del tema della distopia – peccato appunto per lo svolgimento non troppo curato.

Autofac (Autofac)

In una Terra futura devastata dalla guerra globale, le fabbriche automatiche pensano a rifornire di beni di prima necessità gli umani sopravvisuti. Ma c’è un problema: la guerra è finita e non si riesce a comunicare alle macchine che ora possono anche restituire le fabbriche all’umanità.
Variazione originale su un tema su cui Dick si è già soffermato più volte, è condotta però in maniera un po’ confusionaria, senza nemmeno lasciare un ritratto decente dei protagonisti. L’inquietante finale sorprende il lettore, ma sembra lasciare stranamente indifferenti i personaggi.

Psi (Psi-Man)

La Terra (tanto per cambiare) è stata devastata dalla Guerra Totale. La popolazione “normale” vive nelle Comuni sotterranee, mentre nelle rovine delle città un piccolo gruppo di persone con poteri psichici offre i propri servigi a chi vuole addentrarsi in quell’ambiente ostile.
Pensavo ci fosse qualche problema di traduzione, invece si tratta proprio del paradosso temporale peggio gestito della storia della letteratura. Ho dovuto rileggere alcune pagine più e più volte per capire come Jack si muovesse nel tempo, e anche dopo aver capito, niente di ciò che accade ha un senso. L’unico lato positivo è la caratterizzazione dei personaggi, ma il racconto non ha alcun senso, dall’inizio fino al francamente inspiegabile finale. Boh.

Umano è (Human Is)

Lester, studioso di tossicologia e interessato alle antiche civiltà della Galassia, è una persona sgradevole e sua moglie non lo sopporta più. Al ritorno da un viaggio su un pianeta abbandonato, però, lui sarà cambiato.
Racconto più leggero di come il titolo faccia prevedere, non esplora il concetto di identità come Dick ha fatto altrove, ma anzi offre personaggi stereotipati che si muovono verso un finale prevedibile fin dalla prima riga. Non memorabile.

Foster, sei morto (Foster, You’re Dead)

Il piccolo Mike Foster vive in un modo futuro (ma non troppo) governato dalla paura della atomica, dove tutti hanno il proprio rifugio e rimangono aggiornati a proposito delle nuove uscite sul mercato. Tutti tranne suo padre.
Ennesima variazioni sul tema del consumismo sfrenato. Il punto di vista del bambino, con la sua invidia per i compagni, offre una prospettiva nuova e affascinante, ma il racconto risulta un po’ debole, nel volersi ammantare di una carica nostalgica che stona – come il finale sbrigativo e poco efficace.

Rapporto di minoranza (The Minority Report)

I criminali vengono arrestati prima che venga commesso il crimine, grazie alle previsioni di tre precog, soggetti dalle ridotte capacità cognitive ma in grado di vedere il futuro. Le loro profezie vengono interpretate e confrontate dalle macchine, che emettono il verdetto. Il sistema è impeccabile, almeno finché il capo dell’intera struttura non viene accusato di star per uccidere un perfetto sconosciuto.
Racconto arcinoto soprattuto per il film Minority Report che ne è stato tratto (film che non ho visto e di cui non conosco la fedeltà all’originale). L’impressione generale è che sia una storia eccessivamente condensata, che avrebbe necessitato di molte più pagine per svolgersi fluentemente. Il complotto e le dinamiche Esercito/Polizia non sono per niente chiare, riassunte in poche frasi private di un contesto storico adeguato e lasciate fin troppo alla fantasia del lettore (dov’è nata questa conflittualità? quali sono i ruoli che le due forze coprono attualmente? che cavolo significa A.C.B.O.?!?). Anche la psicologia dei personaggi è tratteggiata piuttosto supericialmente, tra un protagonista abbastanza piatto, una moglie inverosimile e personaggi che appaiono di sfuggita senza alcuna descrizione (Fleming, Page) o che cambiano idea, programmi e personalità da una pagina all’altra (Witwer). Nel complesso un racconto che funziona, ma è troppo confuso e incompleto, e poteva trarre giovamento da un durata maggiore, anche doppia – e lo dico pur non essendo un fan dei “brodi allungati”. Non dico che la fama sia immeritata, ma di certo ho letto di meglio in questo volumi (e probabilmente ne leggerò ancora).

Al servizio del padrone (To Serve the Master)

Terra postbellica. La popolazione vive nei rifugi gestiti dalle Compagnie. Nessuno parla della guerra, notoriamente combattuta fra umani e robot ribelli. Ma il portalettere Applequist trova un robot superstite che gli racconta un’altra storia…
Altra variazione di temi cari a Dick (un sistema che nasconde la verità a chi ne fa parte, la paranoia, il ruolo dei robot rispetto agli umani), il racconto funziona molto bene e ci dà un buon ritratto del solitario protagonista. Sorprende il finale amarissimo, specie in relazione ai racconti precedenti, dove i non-lieto-fine erano quantomento venati di humor nero.


Fine della prima parte del terzo volume.

Di seguito, il resto delle mie recensioni dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick:

  1. Primo volume – prima parte / seconda parte
  2. Secondo volume – prima parte / seconda parte
  3. Terzo volume – prima parte (questo post) / seconda parte
  4. Quarto volume – prima parte / seconda parte

Buona lettura!

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7 Replies to “Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 3, Prima parte”

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