Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 2, Seconda parte

Continua la mia avventura nella narrativa breve di Philip Dick, con Le presenze invisibili. Dopo la prima parte, ecco la recensione della seconda parte del secondo volume.

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Un pezzo da museo  [Il padiglione del passato] (Exhibit Piece)

In un lontano futuro, George Miller lavora all’Agenzia Storica, dove ha ricostruito l’ambiente tipico del ventesimo secolo. Così realistico che ci si perde.
Ecco di nuovo un racconto sulla fuga dala realtà, sulla costruzione di un’alternativa, un modello (come già in Piccola città) nel quale il protagonista, estraniato dal mondo che abita, decide di fuggire. Benché la ricerca di un finale a sorpresa risulti un po’ semplicistica, è bel reso lo straniamento e la perdità di identità di Miller.

Squadra riparazioni (Adjustment Team)

Un misterioso impegato tenta di far arrivare Eddie Fletcher in anticipo al lavoro, con la collaborazione del cane di quest’ultimo. Ma qualcosa va storto, e Eddie, nel posto sbagliato al momento sbagliato, si ritrova a vivere un’esperienza sconvolgente.
Uno dei primi esempi di quell’idea di “realtà al di sotto della realtà” che sarà il leitmotiv del Dick maturo. La sconvolgente visione è resa con straordinaria chiarezza e con uno stile che riflette perfettamente il paesaggio brullo di fronte al quale si trova il protagonista. Seppur con qualche ingenuità e leggerezza, il racconto si giova anche dell’alone di mistero che rimane in sospeso, senza rivelare troppo più del necessario, e mantenendo una sottile ironia che non scade mai nel ridicolo. Molto buono.

Rivolta contro la Terra (Shell Game)

Un gruppo di uomini, su Betelgeuse II, si organizza per difendersi contro gli attacchi. Di chi? Alieni o terrestri? E chi sono i protagonisti, scampati al naufragio di un’astronave?
Racconto estremamente confusionario, esplora la realtà, la follia e l’ossessione anticipando il trattamento di queste tematiche di molti decenni. Peccato che sia scritto in maniera quasi incomprensibile, rendendo sostanzialmente impossibile distinguere un personaggio dall’altro (tanto che ho sperato fino all’ultimo che fossero tutti allucinazioni di un uomo solo, per giustificare la cosa). Finale privo di senso e adattamento del titolo che non ha alcuna inerenza con il contenuto. Peccato.

Souvenir (Souvenir)

Rogers è in missione per trovare il pianeta di Williamson, il primo pianeta toccato dal primo astronauta ad essere uscito dal Sistema Solare. Ci troverà i suoi eredi, organizzati in un società avulsa dal resto della Galassia.
Racconto dalle tematiche sociali, dove all’organizzazione di stampo feudale di pianeta di Williamson, si contrappongono le direttive del Centro di Collegamento galattico, che pretende che tutte le civilità siano allo stesso livello, al fine di debellare la guerra – cosa che peraltro gli riesce. Un po’ debole il finale; quasi senza senso, in realtà.

Il fattore letale [Gli imprudenti] (Meddler)

Il Dip è una macchina che serve a scavare nell’antichità e portarne oggetti e foto. Benché illegale, ne viene sviluppato uno che scava nel futuro… e ne riporta foto di devastazione. Perché? Cosa è successo? Tanto vale inventare una vera e propria macchina del tempo e mandare qualcuno ad indagare.
Racconto che offre ottime immagini (e farfalle), ma non sorprende. Magari nel ’54 poteva essere originale, ma ora come ora mi sembra difficile non capire come finirà con larghissimo anticipo – anche perché Rumore di tuono di Bradbury, diverso ma con evidenti analogie, è di due anni prima.

Un mondo di geni [Il mondo dei mutanti] (A World of Talent)

Come si deduce dal titolo, siamo in un mondo dove la Terra ha colonizzato altri pianeti, sui quali si sviluppano mutanti dalla facoltà psichiche: Precog, Telepati, Resurrettori, Animatori… Le tensioni con i terrestri e con i non mutanti peggiorano di giorno in giorno, mentre Curt cerca di capire a quale classe il suo taciturno figlioletto possa appartenere.
Racconto lungo che vede la prima apparizione di quei Precog che raggiungeranno la fama con il racconto da cui verrà tratto il film Minority Report. Un inizio eccezionale ci cala immediatamente in questo futuro abitato da umani dotati di poteri straordinari, un futuro dipinto con eccezionale cura, senza fastidiosi spiegoni e con un occhio di riguardo all’accurata definizione del carattere dei personaggi, tutti molto interessanti. Peccato che da metà in poi si faccia molto confusionario, con la frettolosa dipartita di alcuni personaggi e una rivelazione finale che manca totalmente di pathos e non porta da nessuna parte – men che meno a una conclusione. Ribadisco: peccato.

Progenie (Progeny)

Ed Doyle torna di corsa da Proxima perché sua moglie ha partorito. Dovrà riabituarsi agli usi e costumi della Terra, che prevedono che i genitori non abbiano alcun contatto con i figli fino ai diciott’anni, mentre questi vengono allevati dai robot.
Idea probabilmente sorprendente per il ’54, è condotta ottimamente seguendo il punto di vista del protagonista un po’ spaesato, che ci permette di farci spiegare mano a mano la situazione e di identificarci con lui e nelle sue perplessità. Peccato non abbia assolutamente capito il finale – se qualcuno mi vuole dare una mano faccia pure, ma continuerò a ritenerlo troppo oscuro anche dopo l’eventuale comprensione.

L’ultimo dei capi (The Last of the Masters)

Terra futura. Al governo c’è il robot Bors, ma il Governo esiste solo in una vallata fra le montagne: il resto del mondo si bea della rivolta anarchica avvenuta due secoli prima. Ma la Lega Anarchica indaga su questa sacca di “resistenza”.
Di nuovo il tema del mondo regolato dai robot, ma stavolta finalmente in un racconto impeccabile da capo a fondo. Le due storie di Bors e del gruppo della Lega scorrono parallele fino a incrociarsi, mentre le informazioni sul contesto vengono fornite mano a mano e questo mondo si crea letteralmente pagina dopo pagina sotto i nostri occhi. Non mancano riflessioni nient’affatto scontate sul potere, l’anarchia, il volere del popolo (temi quantomai di attualità anche dopo sessant’anni): riflessioni che non portano ad una concusione univoca, ma lasciano al lettore lo spazio per pensare, farsi un’idea sul tema, forse schierarsi. Straordinario racconto.

Sulla monotona Terra [Sulla nera Terra / Su questo cupo mondo] (Upon the Dull Earth)

Silvia ha un dono: richiamare a se gli angeli. Ma non sono come ce li aspettiamo: sono esseri di un’altra dimensione, attirati dal sangue. Che succede, se fraintendono le sue intenzioni?
Straordinario e straniante racconto breve, che da solo offre un’interessante e complessa mitologia divina all’interno di una vicenda sempre ricca di avvenimenti, che trascina il lettore senza fermarsi mai, ma non per questo apparendo troppo frenetica o frettolosa. Chiude il cerchio un finale inevitabile ma non per questo meno sorprendente e soffocante. Davvero ottimo.

La cosa-padre (The Father-Thing)

Il piccolo Charles ha visto suo padre parlare con un uomo identico a lui. E ora sa che quello che siede al tavolo insieme alla madre non è davvero suo padre: come si salverà?
Breve avventura dal punto di vista dei bambini, questo racconto strizza l’occhio all’horror e sembra farlo anche ai lettori più giovani, ma ben adulta è l’agghiacciante trama, ben costruita fra misteri, rivelazioni e momenti di azioni. Lascia perplessi giusto l’inserimento un po’ casuale di altri bambini nella vicenda, ma per il resto è un’ottima storia ben costruita dall’inizio alla fine.

Paradiso alieno [Strano Eden] (Strange Eden)

Johnson e Brent atterrano su un pianeta mai visitato. Animali pacifici vivono in armonia, e l’arrogante Brent scopre presto che il pianeta non è disabitato.
La tematica degli alieni così evoluti da essere dèi è qui condotta in maniera un po’ grossolana; se ci aggiungiamo i personaggi dalla psicologia tagliata con l’accetta (e nemmeno tanto coerente) e un finale scontato, questo racconto non ne esce proprio bene.

L’astronave rubata [L’astronave nemica] (Prize Ship)

L’umanità si è espansa per tutto il sistema solare e su Proxima, verso le cui colonie invia rifornimenti dalle basi di Ganimede, fino a quando proprio quest’ultimo si ribella. A un passo dalla resa, viene trovata una misteriosa nave ganimedana e quattro terrestri provano a capirne i segreti.
Il racconto, pur minato dell’evidente bisogno di Dick di aumentare il conteggio delle parole per pagarsi le bollette, sorprende per il continuo sembrare prevedibile per poi rovesciare costantemente le aspettative. Merita di sopportare l’assurdità e le frasi inutilmente ripetute per arrivare alle rivelazioni finali.

Il mondo di Jon (Jon’s World)

La Terra del futuro si deve ancora riprendere dalla guerra che l’ha devastata decenni prima: una guerra che è sfuggita di mano quando gli Artigli, robot progettati per aiutare nel conflitto Nazioni Unite-URSS, si sono ribellati all’umanità. Ryan, il cui figlio Jon ha visioni di un mondo idilliaco, parte verso il passato con Kastner per impossessarsi dei progetti degli Artigli e poter sviluppare di nuovo quella tecnologia, utile per ricostruire la Terra. Ma qualcosa va storto.
Racconto lungo sui paradossi temporali che non offre niente di originale (sempre per “colpa” di Bradbury), anzi si perde spesso in ripetizioni e digressioni abbastanza inutili. Finale molto debole, sia perché ampiamente anticipato, sia perché molto poco conclusivo. Interessante lo spunto mistico, che però aveva avuto già esempi migliori precedentemente e ne avrà ancora molti in seguito, e che qui è solo accennato.

Anche questo volume è concluso da alcune Note ai racconti dello stesso Dick, da cui apprendiamo che John Campbell non era d’accordo con l’idea che i mutanti (come in Non saremo noi) potessero essere pericolosi; che non era soddisfatto – e non lo furono i lettori all’epoca – del finale di Vendete e moltiplicatevi, salvo ammettere che con un finale più ottimista sarebbe stato accusato di aver scritto un finale troppo ottimista; che dietro Il fattore letale ci sono delle citazioni di Eraclito sull’apparenza e l’essenza, ma che il racconto in sé, per stessa ammissione dell’autore, non è un granché; che ne L’ultimo dei capi la “morale” finale è volutamente lasciata sospesa, e Dick mette a capo del mondo un robot e non un androide perché, forse, è più facile fidarsi di un robot in quanto «non cerca di ingannare sulla sua natura».

Qui si conclude il secondo volume di quest’integrale.

Di seguito, il resto delle mie recensioni dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick:

  1. Primo volume – prima parte / seconda parte
  2. Secondo volume – prima parte / seconda parte (questo post)
  3. Terzo volume – prima parte / seconda parte
  4. Quarto volume – prima parte / seconda parte

Buona lettura!

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8 Replies to “Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 2, Seconda parte”

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