Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 1, Seconda parte

Continuo con la recensione del primo volume di Le presenze invisibili, l’integrale della narrativa breve di Philip Dick. Dopo la prima, qui di seguito la seconda e ultima parte del primo dei quattro volumi.

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Come sempre, al titolo in italiano segue fra parentesi quadre un eventuale altro titolo di altra edizioni, e fra parentesi tonde il titolo originale. Come nella prima parte, anche questi racconto sono tutti del 1953.

Previdenza [I labirinti della memoria] (Paycheck)

Uno strano impiego, quello che ha accettato Jennings: lavorare per due anni per la Rethrick Construction per poi farsi cancellare la memoria. E quando rinviene, scopre di aver deciso di rinunciare allo stipendio per “lasciarsi in eredità” sette oggetti apparentemente casuali, ma che si rivelano più importanti di quanto possa sembrare.
Un racconto lungo che in linea di principio sarebbe anche originale e con un buon ritmo, ma che pecca di alcuni buchi di trama (trova Kelly allo Stabilimento e Kelly non sa dov’è lo Stabilimento?), paradossi temporali trattati in maniera superficiale e una certa generale confusione che rende un po’ difficile capire cosa sta succedendo, quando e dove. Peccato.

Colonia [Le presenze invisibili] (Colony)

Viene scoperto un pianeta così bello che i primi esploratori si mettono d’impegno a cercare una possibile minaccia. La trovano quando i loro stessi oggetti si ribellano e tentano di uccidere tutto l’equipaggio.
Buon racconto, in cui Dick gestisce bene gli eventi e tutti i colpi di scena, riuscendo a trasmettere bene l’angoscia dei protagonisti. Ottimo il finale, forse venato di un certo humor nero. Chissà se Avram Davidson l’aveva letto, prima di scrivere Se tutte le ostriche nei mari… (o La bicicletta da corsa rossa).

Pirati cosmici [I bracconieri dello spazio] (The Cosmic Poachers)

Umani in perlustrazione nel sistema di Sirio scoprono una nave degli Adharani, alieni insettoidi, che se ne va in giro su ogni pianeta. Le leggi in materia di estrazione sono severe, e quel sistema è “territorio” terrestre. Le scorribande di quella nave vanno interrotte e bisogna immediatamente requisire ciò che gli alieni stanno raccogliendo.
Bel raccono breve sul cambio di prospettiva e sul non dare mai niente per scontato. Si coglie un certo sarcasmo finale, quando la smania umana di possedere genera il pericoloso fraintendimento.

Un uomo a rischio [Vittima designata / Sacrificabile] (Expendable)

Un uomo riesce a sentire i discorsi degli insetti. Il che sarebbe già di per se abbastanza strano, se non ci si aggiungesse pure che da milioni di anni è in atto una guerra fra formiche e ragni, e il protagonista ci è finito in mezzo.
Uno dei pochi racconti di Dick che avevo già letto (nel Millemondi Creature dello spazio profondo); benché non memorabile, sa mescolare sapientemente il surreale con l’inquietante.

L’Uomo Variabile (The Variable Man)

Anno 2136. La Terra è in guerra con il decadente impero del Centauro. Mentre nei laboratori sepolti sotto gli Urali Peter Sherikov lavora ad Icaro, l’arma definitiva, il Commissiario Reinhart si affida come sempre alle macchine SRB, che offrono statistiche sulle probabilità di vincere: la Terra è data in svantaggio ma in costante lieve recupero. Ma il repentino ritiro di una bolla temporale in esplorazione nel 1913 causa l’accidentale trasporto, nel ventiduesimo secolo, dell’aggiustatutto Thomas Cole. E le macchine SRB impazziscono di fronte all’Uomo Variabile.
Un romanzetto molto poco dickiano, nel senso che non vi si trovano affatto le tematiche che ci aspetteremmo da Dick e, a dirla tutta, se non ci fosse la sua firma alla fine, lo si potrebbe tranquillamente attribuire a qualcun altro. È infatti prevalentemente un’avventura militare, dove abbiamo giusto una fugace allusione alla Guerra Fredda nei rapporti fra Reinhart e Sherikov, ma per il resto si concentra molto sulla guerra in corso col Centauro, senza offrire spunti particolari. È comunque una vicenda dal ritmo serrato, costruita ottimamente, a cui manca magari un po’ di approfondimento psicologico (soprattutto di Cole), ma che nel complesso si lascia leggere con estrema facilità.

L’infaticabile ranocchio (The Indefatigable Frog)

Un professore di fisica e uno di logica litigano a proposito del paradosso di Zenone sulla rana e il pozzo, analogo a quello di Achille e la tartaruga. Il preside li autorizza a costruire una macchina per dimostrare chi ha ragione.
Di per se quasi infantile, nella sua surrealtà e nella poca profondità con cui è trattato il tema, il racconto si riscatta nel finale, dove capiamo che il tema portante non è la logica, ma, come si doveva dedurre dal titolo, l’ostinazione ossessiva.

Il sobborgo dimenticato [Il pendolare] (The Commuter)

Un uomo chiede di acquistare biglietti per Macon Heights; quando gli dicono che la fermata non esiste, questi scompare. Il direttore della compagnia che gestisce le linee ferroviarie decide di svelare il mistero.
Riecco il Dick che conosciamo, quello che si chiede cosa è reale e cosa no. L’idea di base è lasciata sul vago, rinunciando a spiegazioni che probabilmente sarebbero risultate ingenue e ne avrebbero snaturato l’atmosfera, che si fa via via più inquietante verso lo straniante finale.

In giardino (Out in the Garden)

Robert Nye è preoccupato perché sua moglie se ne sta sempre in giardino con Sir Francis, un’anatra; il fatto che un suo amico in visita citi il mito di Leda e il cigno mentre la signora Nye annuncia la propria gravidanza, non migliora l’umore del marito.
Racconto che rinuncia a qualsivoglia tentativo di apparire realistico. Dick porta avanti bene le incertezze del protagonista, ma il finale è un po’ scontato.

Il re degli elfi (The King of the Elves)

Un umile proprietario di una pompa di benzina si ritrova ad ospitare, in una serata di temporale, un gruppo di Elfi con il loro Re morente; al trapasso, egli indica proprio l’uomo come suo successore, per vincere la secolare battaglia contro gli Orchi.
Credo che la trama sia più che sufficiente a dedurre il mio giudizio nei confronti di questo brano. Per carità, ha un buon ritmo e si legge con piacere, ma è sempre una battaglia fra Elfi e Orchi nel Colorado. Suvvia.

Il mondo in una bolla (The Trouble with Bubbles)

Nel futuro, il passatempo di tutta l’umanità è munirsi delle “bolle”, strumenti in grado di creare delle riproduzioni in miniatura di mondi da far evolvere, e porre in competizione in folli Concorsi.
Racconto che offre un paio di spunti filosofici sull’esplorazione spaziale, ma procede lentamente con dei personaggi abbastanza piatti. Si riscatta però nel doppio colpo di scena finale, soprattutto l’inquietante secondo.

Il grande C [La grande C] (The Great C)

Un mondo chiaramente post-apocalitto, dove il protagonista, come tutti i suoi predecessori, viene mandato dalla tribù a porre le tre domande al Grande C. Riuscirà a tornare?
Dick riesce ottimamente a dipingere un’atmosfera marcia, decadente, con un’umanità ormai sull’orlo dell’estinzione. Stupefacente l’incontro col Grande C e le tre domande. Delude soltanto l’evitabile spiegone finale.

Tony e i coleotteri (Tony and the Beetles)

Il piccolo Tony vive con i genitori su una colonia terrestre, su un pianeta abitato da una razza di alieni insettoidi con i quali gli umani sono in guerra su altri sistemi. Quando la guerra volgerà in favore dei “coleotteri”, la convivenza sul pianeta diventerà difficile.
Bellissimo racconto sull’odio insensato della guerra e soprattutto sul razzismo che genera. Particolarmente efficace rendere protagonista di ciò un bambino (e i bambini alieni), così da farci capire che anche nei più innocenti si può instillare la diffidenza e la violenza.

Un certo tipo di vita (Some Kinds of Life)

Joan vive col marito Bob e il figlio Tommy su una Terra futura perennemente in guerra con ogni pianeta del Sistema Solare per l’approvvigionamento di materie prime. La ricerca incessante di queste porterà a un’escalation inarrestabile.
Altro ottimo racconto, in cui con un certo humor nero Dick inventa una serie di materiali apparentemente indispensabili per la vita umana, ma per i quali in realtà, agli occhi del lettore, non vale certo la pena di farci una guerra. Finale forse un po’ macchinoso, ma che chiude con il giusto sarcasmo malinconico questo bellisimo brano.

Il pianeta impossibile [Il pianeta Terra] (The Impossible Planet)

Una signora di più di trecento anni vuole comprare un biglietto per la Terra. Ma la Terra, il mitico pianeta da cui proverrebbe tutta la razza umana, è soltanto un pianeta leggendario…
Altro splendido racconto, che vede da una parte un’ottima caratterizzazione del capitano combattuto nel truffare un’anziana, dall’altra un’angosciante descrizione del pianeta morente scelto a caso per soddisfare la donna. Il finale non è proprio sorprendente, ma si spera fino all’ultimo.

Pianeta alieno [Pianeta di transito] (Planet of Transients)

Un uomo si aggira fra le rovine di un mondo futuro, devastato – tanto per cambiare – dalle radiazioni. Alla ricerca di suoi simili, incontrerà molti mutanti.
Racconto che, fino alla fine, non stupisce e non prende più di tanto, limitandosi a inventare curiose nuove specie pseudoumane. Sarebbe dimenticabile, se la morale finale non fosse sorprendentemente molto più profonda del trito “abbiamo distrutto il pianeta, siamo malvagi ecc.” Nel complesso, quindi, un brano discreto.

L’impiccato (The Hanging Stranger)

Ed Loyce, tornando al suo negozio, vede un uomo impiccato al palo della luce: quello che lo sconvolge, però, è il fatto che nessuno sembri dare importanza alla cosa. Per capire cosa sta succedendo, Ed farà una scoperta terribile.
Altro racconto in cui la paranoia e la percezione della realtà sono i temi dominanti. Benché abbastanza prevedibile, è comunque buono l’inquietante finale.

Progetto: Terra (Project: Earth)

Dei bambini spiano il vecchi osignor Billings mentre, come al solito, lavora al suo misterioso libro Progetto B: Terra. Quando Tommy si intrufolerà nella casa, capiremo meglio quello che sta succedendo.
Ahimé torniamo un po’ all’ingenuità degli esordi, anche se condita con un vago riferimento biblico. Finale che manca del tutto di mordente. Peccato.

La barca (The Builder)

Un reduce dalla guerra sta costruendo una barca in giardino, aiutato sporadicamente dal figlio. E non sa perché lo fa, con gran dispiacere della moglie e divertimento dei vicini.
Un racconto che non sembra voler andare a parare da nessuna parte, per poi salvarsi con il colpo di scena all’ultima riga. Forse, ecco, l’unico difetto è che per arrivare là ci metta un po’ troppo.

Note ai racconti

Concludono il volume alcune note finali sui racconti, in certi casi scritte dallo stesso Dick, da cui apprendo con perplessità quanto il suo racconto preferito fosse Ruug, che come spiegato nella recensione precedente non mi sembrava per niente riuscito. Spende anche delle ottime parole per Previdenza, altro racconto che non mi è sembrato affatto fra i migliori – per usare un eufemismo.
Probabilmente io e Dick abbiamo dei gusti diversi.


Qui si conclude la seconda e ultima parte del primo volume dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick, un volume che contiene molti primi esperimenti di valore assai dubbio, ma ha saputo concedere degli assaggi della possibilità di leggere qualcosa di meglio, molto meglio, nei prossimi volumi.

Di seguito, il resto delle mie recensioni dell’integrale della narrativa breve di Philip Dick:

  1. Primo volume – prima parte / seconda parte (questo post)
  2. Secondo volume – prima parte / seconda parte
  3. Terzo volume – prima parte / seconda parte
  4. Quarto volume – prima parte / seconda parte

Buona lettura!

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7 Replies to “Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 1, Seconda parte”

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