Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 1, Prima parte

Dopo l’immane impresa della lettura e recensione dell’integrale dei racconti di Ballard (in sei parti: 1, 2, 3, 4, 5, 6), inizio una nuova missione: la lettura integrale della narrativa breve di Philip Dick, edita a suo tempo con il titolo Le presenze invisibili.

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La scelta di avventurarmi in quest’impresa è dovuta da una parte a una mia difficoltà, insorta nelle ultime settimane, a leggere opere di più di 150 pagine consecutive; dall’altra, al fatto che la mia conoscenza di Dick è chiaramente troppo superficiale rispetto a quanto egli merita – cinque o sei romanzi e un paio di racconti.

Si inizia, dunque, con la prima metà del primo volume.

Il volume si apre con un’introduzione di Vittorio Curtoni, traduttore di quasi tutti i racconti del poderoso integrale. Ruolo principale di questo cappello iniziale è di invitarci a riflettere sull’evoluzione della scrittura dickiana, da un’iniziale semplicità (ci mette in guardia sull’“ingenuità” dei primi racconti) a una maturità e un controllo che si possono notare già solo alla fine del primo volume.

A quest’introduzione segue una prefazione a firma dello stesso di Dick, nel quale discute brevemente l’annoso problema di cosa sia fantascienza e cosa no. Pur ammettendo la difficoltà, in certi casi, di poter separare fantascienza da fantastico, Dick ci indica una possibile definizione di fantascienza in quella letteratura che contiene un’idea «intellettualmente stimolante per il lettore», un’idea che «deve invadere la sua mente e risvegliarla alla possibilità di qualcosa che sino ad allora il lettore non aveva mai pensato»; Dick afferma di sposare apertamente la tesi del professor Willis McNelly per il quale «il vero protagonista di un racconto o romanzo di sf è un’idea, e non una persona.»
Queste quattro pagine introduttive di Dick meriterebbero da sole un post a parte; ma siccome per me i tempi non sono maturi per fare una dissertazione su cosa sia fantascienza e cosa no, e visto che vorrei concentrarmi sui racconti, proseguiamo.

E ora, i racconti. Fra parentesi tonde e in corsivo, il titolo originale; fra parentesi quadre, quando presente, uno o più titoli alternativi con i quali il racconto è stato pubblicato in italiano.

Stabilità (Stability)

Il primo racconto è ambientato in un mondo dove da secoli è stato deciso che l’umanità non può andare oltre un certo grado di progresso, e per scongiurare qualsiasi squilibrio il concetto di Stabilità è diventato un dogma ineluttabile: è il sistema dei Controllori a verificare che non si depositino invenzioni  “pericolose”. Inutile dire che è proprio ciò che succede.
Curtoni avvisa, nell’introduzione, dell’estrema ingenuità di questo racconto. Io non l’ho trovato così pessimo, nonostante sia ben conscio che Dick è capace di ben altro. Diciamo che è una buona idea, che in mano a un Dick più maturo poteva dare vita, con una diversa gestione del materiale, a un racconto memorabile.

Ora tocca al wub (Beyond Lies the Wub)

Siamo su Marte, dove una nave di ritorno sulla Terra fa scorta di animali da mangiare durante il viaggio. Fra questi, il grasso e pacifico wub, dal sapore notoriamente ottimo. Peccato che si metta a comunicare telepaticamente col capitano e l’equipaggio, parlando per lo più di filosofia.
Anche questo indicato da Curtoni come ancora immaturo, l’ho trovato in realtà divertente e grottesco, e con un finale molto ben riuscito.
Comincio a sospettare che Curtoni parlasse con il senno di poi, e io mi stia accontentando delle briciole, come si suol dire.

Il cannone (The Gun)

Una spedizione raggiunge un pianeta devastato da una guerra atomica che non ha lasciato sopravvissuti. Dovranno vedersela con un sistema automatico di difesa.
Racconto un po’ confusionario (sono alieni che vengono sulla Terra? Ma allora perché sono così “umani”?) e a tratti, questo sì, parecchio ingenuo, anche nel cercare la metafora del drago a guardia del tesoro. Il finale però sorprende piacevolmente.

Il teschio (The Skull)

Uno stato dispotico fa scarcerare un assassino per commissionargli l’omicidio nel passato di un personaggio che con un suo discorso pacifista ha dato vita a un movimento religioso che ha terminato tutte le guerre.
Finalmente un racconto davvero ingenuo. Già la premessa è risibile; ma il colpo di grazia arriva col finale, che si capisce praticamente già alla seconda pagina: è tanto evidente, che ho sperato fino all’ultimo che fosse una falsa pista e ci sarebbe stato un colpo di scena… E invece no. Imbarazzante.

 Minibattaglia (The Little Movement)

Un soldatino ricaricabile è parte di una misteriosa missione volta a conquistare la razza umana; missione che prevede il coinvolgimento del bambino che lo ha acquistato.
Dalla trama si deduce che il racconto non è esattamente memorabile, ma ha l’indiscutibile pregio di anticipare Toy Story di una cinquantina d’anni (o forse è Toy Story che deve qualcosa a questo racconto?). Buon finale a sorpresa, comunque.

I difensori della Terra [I difensori] (The Defenders)

Tutta l’umanità vive nel sottosuolo, mentre sulla superficie imperversa la guerra atomica (fra USA e URSS, ovviamente) portata avanti dai robot. Ma la verità potrebbe essere diversa.
Racconto non molto originale, prevedibile in ogni sua parte, senza particolari colpi di scena e con un finale frettoloso nel suo voler essere immediatamente pacificatore. Assolutamente irreale che l’intera umanità quasi si dimentichi della superficie dopo soli otto (!) anni di guerra. Decisamente non riuscito.

La mente dell’astronave (Mr. Spaceship)

L’incontro con la specie che abita il sistema di Proxima Centauri non è stato dei più rosei, ed è iniziata una guerra senza motivazioni. Per superare le difese aliene, l’invenzione è quella del titolo: installare un cervello umano in una nave spaziale e lasciargliela guidare. Ovviamente tutto dipende dal proprietario del cervello.
Anche qui, come nel racconto precedente, l’essere umano sembra non poter rinunciare all’istinto della guerra, e mentre ne I difensori della Terra a cambiare le cose ci provano i robot, qui ci prova un professore universitario divenuto astronave. La soluzione finale è un po’ ingenuotta, però, per essere stata escogitata da un accademico…

I pifferai [Musici nei boschi] (Piper in the Woods)

Da una colonia su un asteroide, un giovane caporale torna asserendo di essere una pianta, e con ciò smettendo quindi di lavorare per passare le sue giornata a prendere il sole. Il dottor Harris si recherà sul posto per indagare.
Benché scientificamente discutibile (un asteroide con gravità terrestre perché ha “un nucleo densissimo”, che riesce ad ospitare atmosfera e vegetazione, nonché alieni che sembrano umani), il racconto ha il pregio di soffermarsi sul concetto di lavoro, sul ruolo del singolo nel sistema, sulla società vista come insieme di ingranaggi dove l’astensione del singolo può provocare il crollo generale. Molto buono l’inquietante finale.

Ruug (Ruug)

Non sono sicuro di averlo capito. C’è un cane che vede queste presenze, i Ruug, ma non è chiaro se siano alieni interessati ai rifiuti umani o effettivamente semplici netturbini. Suppongo Dick volesse giocare proprio su quest’ambiguità, ma non mi pare che il gioco gli sia riuscito.

Il mondo che lei voleva (The World She Wanted)

Larry viene sorpreso, seduto al bar, da una ragazza, Alison, che gli dice senza troppi giri di parole che quel mondo è il suo mondo (suo di lei, intendo) e lei può farne ciò che vuole; tipo scegliere lui come uomo della sua vita.
Benché semplificato e con un finale molto surreale, questo racconto ha almeno il pregio di offrire spunti filosofici sul concetto di realtà in cui non possiamo non scorgere tematiche che Dick saprà affrontare molto meglio in futuro.

Invasione oculare (The Eyes Have It)

Brevissimo divertissment su alcuni modi dire (più che altro frasi fatte da scrittore poco accorto) interpretati da un lettore come indizi di un’invasione aliena. Un paio di pagine da non prendere sul serio; ma magari ripensateci, la prossima volta che “posate gli occhi” su qualcuno… Peraltro deve essere stato particolarmente divertente da tradurre.

Cavie (The Infinites)

Un asteroide con acqua e atmosfera respirabile non può non ospitare la vita: perché X-43 invece è completamente disabitato? I tre occupanti dell’astronave che lo sta esploranado capiscono troppo tardi che qualosa non va, e vengono travolti da un’onda di energia dagli effetti stupefacenti.
La qualità comincia ad alzarsi. La scrittura magari non è sempre raffinata, ma regala momenti come il monologo di Blake in cui rapidamente fa ipotesi sul comportamento di Eller e cambia il suo piano di conseguenza. Anche l’idea di base è ottima, e conduce a un finale forse un po’ frettoloso, ma efficace.

La macchina salvamusica [Conservazione della specie] (The Preserving Machine)

Cosa rimarrà della civiltà, quando sarà decaduta? Poco, e di certo non la musica, la più effimera delle arti. Doc Labyrinth progetta quindi una macchina che trasforma le partiture in creature adatte a sopravvivere.
Benché volutamente libero da qualsiasi parvenza di credibilità, questo racconto ci da un primo scorcio del rapporto fra Dick e la musica. Mi sfuggono le associazioni mentali che deve aver fatto fra autore e creatura uscita dalla macchina (perché Mozart è un uccello e Beethoven uno scarabeo?), ma ci si lascia trascinare facilmente dall’atmosfera malinconica e sognante di questo breve racconto. Mi chiedo se quelle creature/partiture corrotte non siano una velata critica alla musica del Novecento.

La signora dei biscotti (The Cookie Lady)

Una ragazzo passa i suoi pomeriggi con una vecchia signora che gli prepara dei biscotti. Quando lui le legge i suoi libri, lei si sente ringiovanire… letteralmente.
Raccontino dal sapore vagamente bradburiano, nel quale Dick riesce a trasmettere tutta la tristezza di una donna sola, che non desidera altro che un po’ di giovinezza, portandoci dritti al desolato finale.

Impostore (Impostor)

Spence Ohlman viene tratto in arresto: è accusato di essere una spia degli alieni di Alpha Centauri. Ma non una spia qualunque: bensì un robot che non sa neanche di esserlo. Come può Spence dimostrare di essere Spence? E a chi lo deve dimostrare: agli altri o a se stesso?
Ecco finalmente il Dick che conosciamo: chi siamo? cosa ci definisce? noi siamo i nostri ricordi o no? Il racconto gioca ottimamente le sue carte, facendoci costantemente cambiare opinione sulla vera identità di Spence, fino all’ultimo. Impossibile non vedere in Impostore un’ombra di quel che sarà Ma gli androidi sognano percore elettriche?. Ottimo.

Qui si conclude la prima parte del primo volume di questa sterminata antologia.
Di seguito, le parti successive:

  1. Primo volume – prima parte (questo post) / seconda parte
  2. Secondo volume – prima parte / seconda parte
  3. Terzo volume – prima parte / seconda parte
  4. Quarto volume – prima parte / seconda parte

Buona lettura!

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8 Replies to “Philip K. Dick: “Le presenze invisibili” (integrale della narrativa breve) – Vol. 1, Prima parte”

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