“Il racconto dei racconti”, di Matteo Garrone

Il racconto dei racconti, praticamente, è come il Decamerone, ma con un profondo senso di disagio.

No, ok, facciamo una recensione un po’ più seria.

posterTrama

Come probabilmente saprete, Il racconto dei racconti si basa su tre delle 50 fiabe de Lo cunto de li cunti, raccolta di Gambattista Basile della prima metà del Seicento.
Nel racconto La regina, la protagonista vuole così ardentemente un erede al trono che è disposta a seguire i consigli di un negromante e mangiarsi il cuore di un drago d’acqua. L’erede non sarà come sperava.
Ne La pulce, un re è ossessionato da un piccolo insetto, che alleva fino a dimensioni incredibili. A pagarne le conseguenze sarà la figlia.
Ne Le due vecchie, infine, un’anziana viene corteggiata da un ignaro sovrano rapito dalla sua voce, ma un incantesimo a lei propizio susciterà l’invidia della sorella.

La forma

Contrariamente a quanto è scritto più o meno ovunque (compresa Wikipedia), il film non è a episodi. I protagonisti delle tre narrazioni si incontrano solo fugacemente e non hanno alcun ruolo uno nella vicenda degli altri, ma vediamo lo svolgersi delle tre vicende parallelamente, alternando la visuale fra i tre regni.
Il risultato non è affatto confusionario e le tre trame separate si distinguono e si seguono con facilità. E con questo sottolineamo già il primo pregio della pellicola.

Cosa colpisce, ovvero: del colore

Piuttosto che parlare della regia (mediamente buona, lasciando a bocca aperta in alcune scene), preferisco concentrarmi sull’uso straordinario del colore. È evidente un’attenzione verso colori ben definiti, spesso primari, e sul contrasto fra essi: ricorrente è la macchia di colore, l’elemento omogeneo che spicca sopra un’altra omogeneità.

Un gioco, questo dei contrasti fra colori, che diventa ancora più interessante perché sa quando e come interrompersi, offrendo grandi scene dalla tinta omogenea, dove personaggi e sfondo si mescolano senza confondersi, diventando un tutt’uno, una cosa parte dell’altra.

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Dell’ossessione

Tema principale dei tre racconti che forma il film è l’ossessione.
La Regina è disposta a fare qualsiasi cosa pur di vedere esauditi i propri desideri: vuole un figlio, e accetta di sottoporsi ad un raccapricciante rituale; il figlio si ribella, e lei mette in gioco se stessa pur di mantenere il controllo. È, questa, la storia dai più evidenti sottotesti psicologico/edipici, chiaramente esplicati dalla sua conclusione.
Il re nano è ossessionato dalla sua pulce e dimentica sua figlia (non è un caso che trasferisca il nomignolo d’infanzia di quest’ultima all’animale); ma non dimentica i suoi doveri di re, e quindi si impone di trovare all’erede un marito, e si impone di rispettare la parola data anche quando il torneo avrà un verdetto terribile per la povera Viola. Un re quasi burocratico quando si parla di doveri e tradizioni che riguardano il suo ruolo pubblico, ma fallimentare nel suo ruolo umano: quello di padre.
Diversa infine l’ossessione nella vicenda delle sorelle: mentre una si limita ad approfittare di ciò che la fortuna le ha dato, l’altra ne diventa gelosa, invidiosa, ma senza mai e poi mai odiarla, senza venire meno all’amore familiare per quella donna con cui ha condiviso la sua vita. Tutta l’invidia non è rivolta alla sorella come persona, ma al concetto stesso di giovinezza: tant’è che l’invidiosa non se la prenderà mai con l’apparente oggetto della sua invidia (la sorella), ma con quello reale: se stessa e la sua esteriorità.

Location

Non ho alcuna intenzione di fare un elenco dei luoghi del film, dato che di articoli al riguardo è pieno il web. Quello che mi premeva sottolineare è come in Italia ci siano luoghi che, anche se con la complicità di qualche effetto di contrasto in post-produzione, non hanno davvero nulla da invidiare alla Nuova Zelanda de Il signore degli anelli o all’e Hawaii di Lost. Mi riferisco infatti non tanto e non solo ai castelli e ai borghi medievali, quanto agli scorci naturali: la gola in cui scorre il fiume del drago marino (la foto sopra), il dirupo in cui vive l’orco, la foresta dove avviene la magia del ringiovanimento.

Il profondo senso di disagio, ovvero: fare un fantasy (o una fiaba) dopo Game of Thrones

Il racconto dei racconti, per quanto mi riguarda, non è un fantasy, ma una fiaba. Però l’ambientazione, fra l’atmosfera medievale, i draghi, gli orchi e le magie, occhieggia e molto al genere. E nel 2015, quando in un contesto del genere si vogliono raccontare storie torbide, sui più oscuri sentimenti che abitano l’animo umano, e con qualche inevitabile concessione alla violenza e al grottesco, è inevitabile doversi porre in qualche modo in rapporto a Game of Thrones. Garrone non è ignaro di quattro anni di serie HBO, e in più di un’occasione sembra, se non proprio citarla, quantomento averne tratto qualcosa, averne saputo estrapolare la capacità di mostrare la crudezza che sa unire l’irreale al tremendamente reale.
Ma va oltre: mentre ne Il racconto dei racconti il sesso non è molto presente (ma mai castigato), la violenza si mostra sia in azione che puramente “visiva”, psicologica, e proprio in questa veste si presenta con una naturalità che la fa percepire tutt’altro che forzata, bensì perfettamente integrata e necessaria alla narrazione. Gli va a braccetto un “sense of wonder” dell’orrido, quasi un grottesco horror che non disgusta, ma impietosisce (il cuore del drago, la pelle delle vecchie).

Sugli attori

Mi dolgo di non poter fare un commento particolarmente ragionato sugli attori, avendo visto il film al cinema doppiato. Purtroppo mi è davvero impossibile giudicare appieno qualsiasi capacità di recitazione, se la voce è di un altro.
Non che i doppiatori non fossero all’altezza (anzi!), ma quando la voce è di uno e il volto è di un altro, che si può dire?

Nota a margine: colonna sonora e i titoli di coda

La colonna sonora di Desplat è funzionale, e offre alcuni ottimi momenti. Non riesce, però (forse non vuole?), a creare un vero tema portante, un leitmotiv riconoscibile, fosse anche solo una particella, un motivo. In alcune scene, poi, la scelta del ritmo a discapito della melodia o viceversa mi è sembrata a volte poco efficace.
Infine, per quanto so quanto sia una cosa minore a cui nessuno in genere fa caso: i titoli di coda erano davvero molto belli. Funzionerebbero benissimo come sigla per una serie – visto e considerato che già in questo film c’era abbastanza materiale per fare almeno tre film diversi…

Giudizio finale

Il film è assolutamente promosso. E lo dico io che odio profondamente il fantasy (anche se, come detto, qui si tratta più che altro di fiaba), sono tendenzialmente sfiduciato verso le produzione italiane e in genere rifuggo da qualsiasi cosa entri nei primi quindici posti per gli incassi nei cinema – figuriamoci i primissimi.

Dunque, se vi capita, come è successo a me, che qualcuno vi chieda di accompagnarlo al cinema a vedere Il racconto dei racconti: dite di sì.

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