“Per Elisa” – Racconto

Oggi vi regalo un brevissimo racconto scritto nelle settimane scorse; visti gli intenti “politici”, ho ritenuto opportuno pubblicarlo qui sul blog e renderlo fruibile liberamente a tutti.
Per motivi che divengono evidenti al momento della lettura, dedico Per Elisa a chiunque lotti per il diritto del malato a scegliere una fine dignitosa per la propria vita, come i promotori della campagna Eutanasia Legale.
Ne approfitto per ricordarvi anche – dato che nel racconto si accenna pure a questa tematica – che domani è la Giornata mondiale contro l’omofobia.
Sì, insomma, si parla un po’ di tutto, tranne che di Beethoven.

Buona lettura.


 

  Per Elisa

 

28 maggio 1996

Eccola! Mi incanto alla finestra, ma la tenda mi cade addosso. Prendo una sedia per salire a riagganciare la stecca. Continuo a guardarla, là fuori, cercando di non farmi vedere. La ciabatta scivola sull’orlo, cado all’indietro: sbatto la testa sull’angolo della scrivania.
Nero.

1° giugno 1996

Mi risveglio in un letto d’ospedale, e sono tutti intorno a me. Mamma mi spiega quello che già so: vedo, sento, capisco, ma non ho alcun controllo del mio corpo. Devo rimanere attaccato a una macchina per respirare, e ho dei tubi che mi infilano il cibo direttamente nello stomaco. Qualcos’altro entra e esce… fili, condotti, aghi. Mamma mi dice tutto questo stringendomi la mano – o almeno credo, ché il tatto non ce l’ho e la testa non la posso girare. Mi pare di sentire papà piangere, un po’ fuori dal campo visivo. C’è Luca, dall’altro lato del letto. Ogni tanto si alza, forse va da Serena, forse da Federica.
Non posso dire niente, non posso muovermi, non posso fare nulla. Non posso.

6 o 7 giugno 1996

Luca mi porta Serena. Nostra sorella mi guarda e mi chiede perché sto dormendo con gli occhi aperti. Non posso risponderle. Lei ha dieci anni, io sedici, Luca ventuno, ed era già una fatica capirci prima che cadessi. Lei gli chiede se non mi sveglierò più; lui le dice che non lo sa.
Io invece lo so. Lo so perché quando escono loro entra il dottor Gregori, e glielo leggo in faccia, che non mi muoverò più.

Fine giugno 1996

Mamma e papà sono praticamente sempre qui, mentre Luca ogni tanto resta a casa con Serena. Passa Roberta. Rimane con me due minuti senza dire nulla. Si guarda intorno e io mi annoio terribilmente. Poi se ne va. Ci eravamo detti «ti amo» nemmeno dieci giorni prima dell’incidente; chissà se è ancora vero, per lei.

1998

Sono ancora in questo letto. Avevo ragione, l’avevo capito bene, Gregori: non mi muoverò più. Intanto ho imparato a comunicare sbattendo le palpebre. Ancora non ho un buon controllo, ma sto migliorando. Per adesso so dire e no, ma mi hanno detto che stabiliremo una specie di codice. Non credo di avere niente di interessante da dire, ma d’altronde non è mica per farmi passare il tempo, che ci si stanno impegnando. Lo so cosa vogliono chiedermi, ora che sono maggiorenne. So che ho fatto diciott’anni solo perché mi hanno portato i regali, altrimenti non me ne sarei accorto, che è passato tutto questo tempo.
Roberta non è più tornata, da quella volta. Non mi manca poi così tanto; o almeno non quanto mi manchi Elisa, nonostante sia tutta colpa sua. Mi sa che non ci si ama mai davvero, a sedici anni.

Estate 1999

Luca e Federica sono in viaggio di nozze. Intanto qui Gregori e gli altri mi chiedono se sono felice. Rispondo di no, ma non perché sia triste: è che sono annoiato. Mi fanno altre domande del genere: mi chiedono se sono soddisfatto, se vorrei essere da un’altra parte, se avevo progetti, se mi piace stare qui… Ci girano intorno, ma alla fine mi chiedono se voglio staccare la spina. Dico di sì, anche se non è vero. Non voglio morire, ma invece gli dico proprio che voglio morire. Di certo non mi metterò a spiegare i motivi del mio sacrificio a colpi di palpebre. Sopporterò la noia.

2001, più o meno

Sono passati un paio di attivisti di una qualche associazione che si occupa di casi come il mio, se non ho capito male. Non posso comunicare molto, oltre ai sì e ai no; d’altronde non credo siano interessati ai tre battiti lunghi per quando mi fa male qualcosa o ai cinque brevi per quando il dolore passa o a qualsiasi altro codice ci siamo inventati finora.
Mamma è molto dimagrita. Luca dice che il papa (non ho capito se è sempre lo stesso) ha parlato di me, anche se abbastanza indirettamente. Dice, questo papa, che disprezzo il dono di Dio. Quale, avermi fatto cadere dalla sedia? Che poi, all’inizio, per un po’ c’ho pure creduto, che tutto questo fosse un specie di punizione – oppure che, se fosse successo qualcosa a Elisa, sarebbe stata una punizione per lei. Ma ho così tanto tempo per pensare che ho finito per non poter più credere a certe cose. Tanto di quel tempo che non so neanche quanto ne è passato davvero.

Autunno 2004

Ho capito in che anno e mese eravamo quando Serena ha fatto diciotto anni. Qualche settimana dopo si è presentata qui con una certa Angela. Poi è arrivato Luca, ha urlato, ha portato fuori entrambe. Vorrei chiedere a mamma e papà cosa ne pensano, ora che lei sembra aver ripreso forma, ma è una domanda troppo complicata da articolare con le palpebre e non so nemmeno se mi interessa davvero la risposta. So cosa ne penso io, intanto: vorrei prenderlo a calci, mio fratello.

2006, o 2007

Sono venuti un paio di politici, gente che non è proprio nel Governo ma può fare qualcosa, dicono. Con l’aiuto del dottor Gregori abbiamo comunicato, per quanto possibile. Mi hanno chiesto – guarda un po’ – se sono felice. Ho detto di no perché so che era quello che si aspettavano. Mi hanno fatto anche tutte le altre domande, le stesse, le solite. Quando mi hanno chiesto se volevo staccare la spina, ho detto di nuovo di sì anche se non è vero.

22 ottobre 2009

Mamma era dimagrita ancora, stavolta più velocemente, e poi ieri è morta. Aveva avuto un tumore, l’aveva superato, era tornato più forte, e non me l’avevano mai detto. Fortunati loro, che non posso alzarmi per prenderli a calci tutti quanti. Almeno le ghiandole lacrimali mi funzionano ancora. Faccio tre battiti lunghi con le palpebre e poi neanche li guardo più. Non è per questo, che ho voluto rimanere vivo.

Settembre 2012

Luca è qui con Federica, e lei aspetta un bambino. Pensavano di dargli il mio nome, ma avrebbe avuto anche lo stesso cognome e così ci hanno ripensato. Serena ormai da un po’ è con Vanessa. Peccato, Angela aveva i capelli di Elisa. L’importante però è che ora sono tutti insieme, intorno al letto. Devono aver fatto pace, e anche io li ho perdonati per il fatto di mamma. Papà non c’è: non è che sta male e non me lo fanno sapere? Non vorrei averli perdonati troppo presto.
In televisione dicono che il Parlamento ha finalmente discusso il mio caso, ma no, la legge che stavano per fare è stata bocciata. Non mi lasceranno andare, e io sono qui che mi annoio e perdo di nuovo il senso del tempo. C’è qualche immagine di repertorio del dottor Gregori e poi un video del papa che non sto nemmeno a sentire. A quanto pare nel frattempo è cambiato.

Da qualche parte, nel 2015

Ora ho una macchina nuova che legge il movimento dei miei occhi verso lo schermo e mi aiuta a formulare le frasi, anche se più o meno finisco sempre col dire solo o sì o no, e se mi fa male qualcosa faccio tre battiti lunghi e quando mi passa cinque corti. Papà sembra sciupato, ma mi dice che si è ripreso. Evidentemente è stato pure peggio. Serena e Vanessa mi dicono che la loro questione si sta facendo più seria, in Parlamento. Secondo loro, se approvano una cosa allora approvano anche l’altra, come una reazione a catena. Le vedo ottimiste, e mi fa stare bene. Mi fa stare bene che ci sia papà con loro, e che ci sia anche Luca. Che siano tutti così felici. C’è una bella aria. Per una volta, quasi quasi non mi annoio.
Poi mi rendo conto che mi parlano per coprire quello che viene da fuori. Sento l’alleluja entrare dalle finestre, poi ogni tanto un brusio che dovrebbe essere una preghiera (Dio solo sa quale, è proprio il caso di dirlo). Loro fingono che non ci sia niente, e io non mi sogno nemmeno di provare a chiedere. Tanto lo so, cosa stanno facendo là sotto, fuori dall’ospedale: me li immagino, con le loro candele accese, i rosari intrecciati, gli striscioni che danno dell’assassino a Gregori. Pregate, pregate, che io intanto non so nemmeno in che mese siamo.

2020-’21-’22

Serena sì è sposata con Vanessa, ché ora possono. E Vanessa è incinta: possono anche quello. Così saranno loro a chiamare il figlio Ludovico, visto che prenderà l’altro cognome. Mia madre non ha fatto in tempo a vederli, questi quasi due nipoti. Sono passati più di dieci anni da quando è morta, dieci anni che io ho passato qui da quando lei non c’è più, più altri tredici dall’incidente. Circa, credo, boh.
Intanto papà si è ripreso. Aveva provato due volte di ammazzarsi, me l’ha detto lui. Mi ha chiesto scusa perché voleva rinunciare alla sua vita arrivato alla terza età, mentre io sono bloccato qui e non posso uscirne. Non riesco a dargli tutti i torti; nel senso che ha ragione a chiedermi scusa, anche se non è vero che voglio morire come dico.
Poi mi chiede se mi ricordo quella del palazzo di fronte. Mi chiede se mi ricordo Elisa perché le hanno diagnosticato una malattia che lui non sa pronunciare e fra qualche anno anche lei sarà nelle mie condizioni – se non trovano una cura, almeno. Una volta, prima di avere tutto questo tempo per pensare, avrei detto che è una punizione divina. Una volta.
Contrariamente alle aspettative, la televisione è ancora in due dimensioni; parlano di me al telegiornale.

16 luglio 2023

È passata a trovarmi Roberta. Mi ha detto che si è sposata, ha divorziato, si è risposata, ha ridivorziato; alla fine mi ha chiesto scusa per non essere più tornata dopo quella volta trent’anni fa. Poi mi ha salutato e se n’è andata. È passata perché il Governo ha deciso che si può staccare la spina. A me, a chiunque lo voglia.
Vengono i miei nipoti, mi fanno ciao ciao con le manine. Poi Federica e Vanessa li portano via e io rimango con Luca, Serena e papà, che fa un po’ di fatica a muoversi. Ci sono anche un paio di medici e altre persone: avvocati, giudici, notai, che ne so. Me lo chiedono di nuovo, se voglio spegnere la macchina. Un’ultima volta, ancora, un’ultima formalità. Dico di sì, ancora: ma stavolta lo penso davvero.
Se ne vanno tutti e restiamo noi quattro e il dottor Gregori. Lo sento muoversi dietro di me, preme qualche pulsante. Mi pare che fuori ci sia ancora qualcuno che recita i salmi, o quel che sono; ma non mi interessa, non mi interessa più niente di loro. Faccio i miei cinque battiti di palpebre, cinque veloci. È tutto finito: ho vinto io – abbiamo vinto noi, Elisa.
Fino a ieri non era vero, che volevo morire, ma dire che lo volessi era la cosa giusta da fare: ho mentito per trent’anni perché l’incidente almeno fosse servito a qualcosa, perché io fossi servito a qualcosa. Non avrei mai voluto morire prima di arrivare a vedere il momento in cui mi avrebbero lasciato libero (ci avrebbero lasciati liberi, tutti) di scegliere se farlo o no. E con me ora può sceglierlo anche l’ultima persona che ho visto prima di cadere, mentre come al solito con le tende aperte si spogliava nella sua camera davanti alla mia finestra. E non è stata colpa sua, non è stata colpa mia; è andata come andata, e alla fine ci abbiamo guadagnato tutti.
Ora posso andare, perché non ho più niente da fare.
Prego, Elisa, non c’è di che.




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3 Replies to ““Per Elisa” – Racconto”

  1. Davvero angosciante questo genere di racconto… non poter vivere la propria come dovrebbe essere.. cioè libero e non imprigionato dentro il tuo stesso corpo. Dico solo che una vita così non è degna di essere vissuta. ci sono troppo ipocrisie dietro all’eutanasia, la prima fra tutte è l’idea che “dio vede e provvede” …provvede a cosa? a renderti la vita impossibile? da questo genere di cose che accadono nel mondo mi rendo conto che il dio tanto amato dai fedeli non esiste, è una pura invenzione nata per scacciare la paura della morte. ma ricordiamoci che per chi la cui vita è ormai inutile (persone in coma irreversibile, paralitici, malati di cancro o di sclerosi..) la morte è l’unica strada percorribile. bisogna dare dignità alla vita, ma è importante anche dare dignità nella morte, non dimentichiamocelo mai. non è tendendo attaccati a una macchina persone ormai non piu umane che si dà valore alla vita.

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