Le serie del mese – Febbraio 2015

Benritrovati all’appuntamento con me che parlo di quel che ho visto invece di fare qualcosa di costruttivo per la società.
Come per il mese precedente, ecco il resoconto di febbraio.

Archer

Archer ritrova la verve (ammesso che l’avesse mai persa) delle prime stagioni e ci regala puntate come sempre esilaranti e irriverenti. La fantascienza è un po’ più presente del solito, col ritorno del cyborg Barry in un grande episodio dal finale stupendo, e una puntata ambientata nell’Area 51, con somma gioia del Dr. Krieger e di Pam.

Banshee

BansheeBanshee, miei cari lettori. Potrei non dire altro. Dirò invece che il modo in cui questa serie sostanzialmente migliori di puntata in puntata da qualsiasi punto di vista (dalla scrittura alla regia) lascia a bocca spalancata ogni settimana. Dunque, ripeto la mia profezia: se Banshee arriva alla quinta stagione, farà il botto come Breaking Bad.
Poi non accadrà e io farò una figura barbina, ma almeno dovrei essere riuscito ad attirare la vostra attenzione e fatto prendere in seria considerazione l’ipotesi di recuperarla.
House of Cards

È ricominciata la serie migliore attualmente in onda: House of Cards, che peraltro è al quarto posto delle mie serie preferite di sempre (potete provare a indovinare le prime tre, ma non c’è niente in palio).
Per quei poveri reietti che non la conoscessero e trovano fin troppo banale cliccare sul link a Wikipedia che mi sono prodigato di aggiungere, riassumo: House of Cards è il remake di una miniserie inglese del ’90 basata su un libro di Michael Dobbs, consigliere di Margaret Tatcher e capo del Partito Conservatore. Trasportata in un’ambientazione americana, vede il protagonista Frank Underwood partire da capogruppo della maggioranza del Partito Democratico per una insaziabile scalata verso il potere.
Cosa ha fatto entrare da subito questa serie nella storia, consegnandole Emmy e Golden Globe? Una cosa semplice quanto difficilmente raggiungibile: la qualità generale. Dalla regia (il pilot di David Fincher, la 2×09 di un’inaspettatamente ottima Jodie Foster) alla recitazione (un Kevin Spacey praticamente inarrivabile, spalleggiato da straordinaria Robin Wright e circondati da un cast sempre all’altezza), dalla scrittura (impeccabile, realistica, trascinante) finanche alle musiche (nessuno si rende conto di come una colonna sonora all’altezza possa dare a una serie eccezionale la spinta in più per trascinarla nell’Olimpo).
E il vero miracolo della serie è il personaggio di Frank Underwood: un uomo che cerca il potere per il potere, che è disposto alle azioni più vili pur di raggiungerlo e per il quale in teoria non dovremmo simpatizzare… eppure eccoci qua, per il terzo anno, a tifare per lui. O forse no.
La serie è prodotta da Netflix, il sito di streaming, che ha rilasciato l’intera terza stagione il giorno 27. Se vi state chiedendo se c’è gente che si è vista tutte le tredici puntate di fila appena uscite: sì, questa gente c’è. Beati loro.
(Nota a margine: è più che evidente, comunque, che al di là dell’originale britannico un certo qualcosa House of Cards lo deve anche alla sfortunata Boss, che consiglio sempre di recuperare con buona pace del finale non finale.)

Fortitude

Di che parla Fortitude? Spero che vi accontentate della risposta «Boh», perché mi è un po’ difficile elaborarne altre.
Siamo alle Svalbard: ce l’avete presente il nulla fra la Norvegia e il Polo Nord? Ecco, no, non c’è il nulla: lì ci sono delle isole, giuro. Su queste isole, a quanto pare, vive un gruppo di persone che ha più segreti di quanti ne circolassero a suo tempo a Wisteria Lane. Omicidi, orsi impazziti, speculazione edilizia, scambisti, mammuth, malattie… È un drama? un thriller? un horror? potrebbe avere una sotto trama sci-fi? Non si sa, si sa, si deduce, non si capisce. È qualcosa di confuso ma molto promettente, un racconto corale dalle molteplici sfaccettature, dai ritmi lenti ma coinvolgenti.
L’autore, Simon Donald, è lo stesso di Low Winter Sun, uno dei prodotto che più si è avvicinato a The Wire negli ultimi anni, ma che non ha avuto il successo sperato ed è stato cassato da AMC dopo una sola stagione. (Cioè, in realtà Donald è l’autore della miniserie omonima inglese da cui la sfortunata serie venne tratta, ma siamo lì.)
Sì, insomma, guardatevi Fortitude, ma siate pronti a non capire bene di cosa sta parlando e siate molto, molto aperti alle commistioni di generi…

Looking

looking_xlg

Looking continua ad essere Looking. Dom sembra essere un po’ meno presente, ma quando c’è si fa sentire: non solo per il suo personaggio (finalmente vediamo qualcuno che realisticamente fatica ad aprirsi un’attività, non come in quelle serie dove uno si sveglia la mattina e apre un centro benessere), ma anche per quello di Lynn, per il quale Scott Bakula ci lascia una grande interpretazione (molto aiutato dalla scrittura) di un uomo segnato per sempre dalla morte del compagno di una vita. Mentre Agustin sembra più o meno cambiato, Patrick perde totalmente il senno durante una festa che organizza con dallowayana maniacalità.
Nel complesso, la stagione procede senza scossoni, continuando sul solco dell’estremo, estremo realismo al limite del voyeurismo che la caratterizza fin dal pilot.

Modern Family

Modern Family continua senza particolari scossoni. Buona la classica puntata di San Valentino col gioco di ruolo fra Phil e Claire, ma per il resto, per questo mese, nessun episodio particolarmente memorabile. Comunque, dopo sei anni ancora non accusa stanchezza.

Psychoville

Psychoville

Sì, ho recuperato Psychoville in due settimane, ed è già nella mia Top 20.
Di che parla? Bene, reggetevi forte: c’è un nano con poteri telecinetici, un clown senza una mano, una donna che alleva un bambolotto come se fosse un bambino vero, un collezionista cieco e una madre col figlio ossessionati dai serial killer. Ciò che accomuna questo disomogeneo consesso di umanità varia è il fatto che tutti ricevono una lettera nel classico stile “so cosa hai fatto”. Chi la manda? Perché?
Scritta da Reece Shearsmith e Steve Pemberton (che da soli interpretano metà personaggi fra i principali e i secondari), la serie ha un’atmosfera unica fatta di humor nero, non-sense e una sequela di colpi di scena e plot-twist fra i più spiazzanti della storia della tv. Basti dire che la verità che viene svelata nell’ultima puntata è qualcosa distante anni luce da quel che possiamo sospettare nel pilot – anche per gli sconvolgimenti del cast nella seconda stagione, dove peraltro viene introdotto il mitico Cantante Silenzioso, una delle figure più inquietanti della storia della tv.
La serie purtroppo è formata da soli 14 episodi: 7 nella prima stagione (primo ed ultimo collettivi, gli altri ognuno concentrato maggiormente su un personaggio), uno speciale di Halloween (che preannuncia molto della seconda stagione), e altri 6 nella seconda stagione. Tranquilli, però: pur lasciandosi un paio di chiari spunti per un’ipotetica terza stagione, il finale è perfettamente conclusivo e nessun cliffanhger vi lascerà col fiato sospeso per l’eternità.
Ora è d’obbligo (se ne avrò tempo, ovviamente) recuperare la serie successiva degli stessi autori: Inside No .9.

The Fosters

Anche The Fosters continua a fare The Fosters. Cioè a mescolare imbarazzanti quanto inverosimili trovate da teen drama di bassa lega con idee brillanti sia dal punto di vista narrativo che, soprattutto, da quello sociologico/politico/etico. Praticamente tutto il mondo è in fervente attesa di scoprire se gli autori avranno veramente il coraggio di farci vedere due tredicenni che affrontano la propria omosessualità (peraltro uno dei due dimostra si è no 8 anni), mentre emerge all’improvviso la sottotrama della ribellione ai test in favore di un insegnamento più fluido (pare che hanno l’Invalsi pure in America, praticamente). In tutto questo dobbiamo sorbirci padri biologici che spuntano dal nulla e pianisti in crisi d’identità che non sanno se riprendere Bach e Debussy o andare in tour con una band che gli One Direction in confonto sono i Queen.
Però, dai: ne vale la pena.


Qui finisce il mio resconto di febbraio.
La notizia è che da marzo queste recensioni diventeranno settimanali, ovviamente compatibilmente con i miei impegni (un post sulla settimana appena passata potrebbe uscire subito il lunedì come invece il giovedì).
Nel frattempo: buona visione.

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5 Replies to “Le serie del mese – Febbraio 2015”

  1. Prima o poi dovrò decidermi ad affrontare House of Card – e dire che ci avevo provato, tempo fa, ma le prime scene con lui che…quella col cane, insomma, ecco, per una questione di sensibilità personale sono rimasta traumatizzata (odiando all’istante il personaggio), per cui l’avevo lasciata lì.
    Looking invece mi piace più adesso, con questa seconda serie (Dom è il personaggio che mi sta piacendo di più, per adesso).
    Anche Psychoville dovrei recuperarla, la prima puntata mi aveva intrigato ma forse non abbastanza in quel periodo – alla fine non si può vedere tutto.
    Fortitude invece l’ho abbandonata con coscienza, nonostante l’ambientazione interessante non mi hanno preso i personaggi, e neanche la storia.
    Spero che riuscirai a postare settimanalmente sulle serie tv, è un tema che mi piace molto.

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    1. In effetti l’opening di House of Cards è un po’ forte, ma è necessaria per inquadrare da subito il personaggio. Vale la pena superare il trauma per continuare la visione.
      Fortitude purtroppo si ostina a non volerci far capire cos’è, e questo premia solo gli ostinati come me, andando a discapito di chi giustamente vorrebbe capire fin da subito che cosa sta guardando.
      Spero anche io di poter continuare con regolarità, e mi fa piacere che c’è gente che lo spera con me. 🙂

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