“The man in the high castle” – Il pilot

Era inevitabile che io recensissi la prima serie evento in campo sci-fi per quest’anno: The man in the high castle di Amazon, tratta dall’omonimo libro di Philip K. Dick, meglio noto in Italia col titolo La svastica sul sole.
Premetto sin sa subito che il libro l’ho letto due se non tre anni fa, ne ricordo poco e non l’avevo neanche compreso bene. Quindi spiegherò perché questo pilot non mi ha entusiasmato per niente a prescindere da quanto sia fedele al libro (anche perché di recensioni che si lamentano delle differenze col libro ne è già pieno il web).
Pronti? Via.

MIHC
Prima di tutto: di che stiamo parlando

L’idea di base è a suo modo molto semplice: gli Stati Uniti hanno perso la Seconda Guerra Mondiale, e il loro territorio è stato spartito fra Germania (lato orientale) e Giappone (lato occidentale), due imperi apparentemente stretti alleati ma dal rapporto piuttosto complicato, anche per via dell’anzianità di Hitler che fa presagire lotte per il potere.
Non manca, ovviamente, un movimento di Resistenza che si oppone a questo duplice regime. L’arma più potente in mano ai ribelli è The grasshopper lies heavy (La cavalletta non si alzerà più), un film in cui viene mostrato un mondo in cui gli Stati Uniti hanno vinto la Guerra.
In questo scenario, si intrecciano personaggi di ogni estrazione sociale, ordine e grado (dai giovani più o meno ignari coinvolti nella Resistenza, fino alle alte cariche governative).

Le cose belle

Cominciamo a elencare ciò che mi è piaciuto di questo pilot, così posso dirne peste e corna a cuor leggero.
La sigla è meravigliosa. Una canzone malinconica bilingue – tedesco/inglese – sullo sfondo di un mappamondo con l’America divisa, simboli nazisti, aquile, svastiche, “soli levanti”. Introduce egregiamente a ciò che si vedrà.
L’atmosfera, appunto. La caratterizzazione di questo mondo parallelo passa soprattuto dalle ambientazioni stranianti: New York invasa da svastiche e immagine del Führer; le tipiche ripide strade di San Francisco col tram che corre fra insegne giapponesi; telegiornali che mostrano un inedito Hitler ultrasettantenne.
Decisamente non sono un amante delle scritte in sovraimpressione che indicano data e luogo (per lo stesso motivo per cui odio gli spiegoni), ma la realizzazione grafica di queste le fa diventare quasi un elemento imprescindibile dell’ambientazione. Spero solo che non ne abusino.
Infine, ottima anche se quasi inevitabile l’idea di far diventare La cavalletta non si alzerà più un film, quando nell’opera di Dick era un libro. Certo, che un ribelle scriva un libro è credibilissimo; che abbia soldi e mezzi per girare un film di fantascienza distopico con tanto di scena di massa, però, è quasi ridicolo.
Purtroppo i lati positivi finiscono qui.

Gli attori

Nessuno spicca per capacità particolari, almeno in questo pilot. Il che non sarebbe poi un dramma, se non fosse che Joe e Juliana, due fra i personaggi più importanti, sono gli attori peggiori. Soprattutto Alexa Davalos (Juliana) risulta totalmente inadeguata ad apparire di fronte a una telecamera. C’è da dire che la sceneggiatura non l’ha aiutata molto: se il dialogo sulla morte di tua sorella sembra scritto da un tredicenne, non è che puoi fare miracoli. Approfondiamo un attimo la cosa.

La sceneggiatura, la scrittura, i dialoghi e tutto il resto

Il pilot risulta davvero poco curato.
Come già accennato, alcuni dialoghi e alcune intere scene sono imbarazzanti. Prima fra tutte, la morte di Trudy e la surreale reazione di Juliana (probabilmente incentivata dalla totale incapacità dell’attrice, come detto). Non mancano persone che discutono della Resistenza in pieno pubblico senza abbassare la voce e guardandosi intorno con fare sospettoso e furtivo.
Nemmeno i ritmi tengono: sono riusciti a far sembrare noiosa la parte i cui Juliana scopre il video de La cavalletta.
Alcune scene sono lì solo per fare minutaggio: Joe che si fa sorpassare da un’auto della polizia, o che buca una ruota (?!).
Non riesco neanche a commentare le mappe con i percorsi di Joe e Juliana, che credevo relegate ormai al trash anni ’80.
La cosa che fa più rabbia è che questi momenti degni del peggior American Horror Story sono incastonati fra scene che invece funzionano bene se non benissimo: i primi dieci minuti, la tortura di Don, i giapponesi che si lamentano che all’ambasciata i mobili non sono disposti secondo il Feng Shui…
Forse è ora di smettere di far scrivere le sceneggiature da dieci persone diverse, eh?

La regia

“Mediocre” è una parola che non rende l’idea. La regia è, semplicemente, corretta ma vuota: si inquadra la persona che parla, ogni tanto si fa un campo lungo per far vedere le svastiche, ogni tanto si fa qualche carrellata se c’è qualcosa di grande da far vedere (un autobus, un aereo). Per il resto è di una banalità disarmante.
Uno dei capolavori di Philip Dick forse meritava qualcuno con un minimo di personalità.

La colonna sonora

La sigla mi ha fatto ben sperare: purtroppo è seguita un’ora di temini con gli archi e martellamenti degni di un film di Steven Seagal.
Quando per dieci secondi si è sentita la Quinta di Bruckner ho ringraziato tutte le divinità di cui ricordavo il nome.

Conclusione, prima che esagero

Allora, intendiamoci: sarò pure un pignolissimo fastidioso criticone, ma il pilot non è male. Si lascia guardare, mette delle solide basi per una buona serie ed è meglio di certi altri prodotti di grande successo (non fatemi fare nomi, dai). Gli darei la sufficienza, o almeno un sei e mezzo.
Rimane un prodotto molto, molto al di sotto della spettative. Nei giorni scorsi c’era qualcuno che si era azzardato a definirlo “l’House of Cards di Amazon”, ma, con tutto il rispetto, il pilot di The man in the high castle non vale cinque minuti del capolavoro di Netflix.
Con queste premesse, qualora proseguissero con la produzione, la serie potrebbe comunque essere un buon lavoro, ma i Golden Globe che gli ha portato Transparent Amazon non li vedrà neanche da lontano.
Peccato, dunque: occasione sprecata per creare un capolavoro, dato che delle basi solide, solidissime Dick le aveva fornite, suo malgrado.

Provaci ancora, Amazon.

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