James G. Ballard: Tutti i racconti, vol.3 (prima parte)

Inizia qui la mia recensione del terzo ed ultimo volume dei racconti di Ballard (ricordandovi che ho recensito il primo – qui e qui – e il secondo – qui e qui.)

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Ecco dunque il mio commento ai primi 18 dei 37 racconti di questo volume.

  • Terra di morte. Non amo la letteratura militare (che è un eufemismo per dire che mi ripugna). Qui Ballard dipinge uno scenario di guerra del Vietnam globale, all’ombra di un particolare monumento funebre. Niente di memorabile.
  • Un tempo e un luogo per morire. Degno compagno del racconto precedente, stavolta abbiamo due stremati protagonisti che difendono, soli, la loro città contro l’avanzata di una temibile massa di invasori che urlano slogan. Anche di questo non ho afferrato molto il senso.
  • Addio al vento. E rieccoci a Vermillion Sands. L’Arte protagonista di questo racconto è la Moda, con vestiti vivi che si adeguano alle emozioni di chi li indossa e di chi li circonda. Si ripete lo schema tipico dei racconti di Vermillion Sands: uomo incontra donna nevrotica con passato violento alle spalle e collaboratori meschini; lei commissiona opera al protagonista; opera si ribella. Il racconto in sé non sarebbe nemmeno male, ma comincio a chiedermi perché Ballard si sia sentito in dover di riscrivere dieci volte la stessa storia.
  • Il più grande show televisivo della storia. Come già rilevato nei volumi precedenti, Ballard si conferma un po’ impacciato quando tocca l’argomento religioso, dandocene una non scontata, ma poco matura prova.
  • Sogni di volo. Si riuniscono qui tanti temi ballardiani: l’atollo con le piste di atterraggio, la sabbia e il cemento, l’astronauta che fallisce la sua missione, gli aerei, la terapia psichiatrica. Un riuscito mash-up di La spiaggia terminale e Prigione di sabbia / L’astronauta morto.
  • Il disastro aereo. Un giornalista si trova per caso vicino al luogo del più grande disastro aereo della storia, apparentemente in Messico. Cercando la carcassa del velivolo, incrocia sulla sua strada villaggi di poverissimi contadini vestiti di stracci. Una narrazione coinvolgente, che però conduce a un finale di cui non ho compreso il significato (chiaramente simbolico).
  • Volo radente. Perché Gould volta col suo aereo a spargere vernice fluorescente sulle montagne? In queste poche pagine Ballard traccia un mondo in declino, un’umanità sull’orlo dell’estinzione, mutilata da nascite deformi. Finalmente torniamo all’alta qualità, dopo alcuni racconti meno riusciti. Peccato il grossolano errore di traduzione: le “xilophone’s keys” di una metafora diventano “chiavi di uno xilofono” invece di “barre” (per un diplomato in Conservatorio come me è una coltellata alla schiena).
  • Vita e morte di Dio. E, sempre a proposito di qualità, ecco che Ballard ci sorprende: come già detto prima e per gli altri volumi, quando tocca l’argomento religioso non produce brani memorabili (Gli angeli del satellite, Il Leonardo scomparso); ma qui, pur affrontando un tema arduo come la dimostrazione scientifica dell’esistenza di un dio, ecco che con una vena genuinamente surreale abbraccia un sarcasmo decisamente apprezzabile.
  • Appunti verso un collasso mentale. Eccoci al primo capolavoro del volume. Di nuovo affrontiamo la tematica della malattia mentale, nello stile criptico de La mostra delle atrocità (che infatti avrà una sezione con lo stesso titolo). Ma la grandezza del capolavoro è nella forma: un titolo, un riassunto e poi soltanto delle note su ogni parola del riassunto, note nelle quali è sviluppata la trama di un omicidio. (Qui la traduzione fa il possibile, ma l’ordine delle note non può in alcun modo essere lo stesso delle parole, una volta tradotte dall’inglese all’italiano.)
  • Lo zoom di sessanta minuti. È effettivamente il racconto di uno zoom di sessanta minuti: il cinema sperimentale incontra il voyeurismo, con un finale sorprendente.
  • Il sorriso. Altro capolavoro, se non altro perché, nel 1976, Ballard quasi anticipa tematiche che la letteratura toccherà una ventina di anni dopo, con un uomo che si innamora di un simulacro di donna, a metà fra feticismo e necrofilia (non potevo non pensare ad Äkta människor, anche se non si tratta di un androide).
  • La città definitiva. Romanzo breve, gradito intruso in questa raccolta di racconti. Un mondo idilliaco, un’umanità ridotta di numero e votata all’azzeramento dell’impatto ambientale. Nella Laguna, le rovine della città sull’isola esercitano un’attrazione irresistibile per il giovane Halloway, che vi vola per ridare vita alla caotica società passata (cioè, la nostra attuale). Abbondano i temi ballardiani: aeroplani, macchine, il mare e il cemento, le piante e l’oramai canonico anziano architetto vestito di bianco (Il mondo sommerso, Il condominio).
  • Tempo morto. Il più autobiografico dei racconti di Ballard, che da bambino, durante la Seconda Guerra Mondiale, finì nel campo di prigionia di Lunghua. Qui descrive la fine della guerra, il suo ritorno alla civiltà, dalla morte alla vita (e dà alla morte la vita, se mi permettete il gioco linguistico che potreste capire solo dopo aver letto il racconto).
  • L’indice. E rieccolo il Ballard sperimentale che ci (mi) piace. Come già in Appunti verso un collasso mentale, a noi non è concesso di leggere direttamente il racconto: mentre prima si trattava di note, qui abbiamo soltanto l’indice di una biografia perduta, quella del misterioso Henry Rhodes Hamilton. Da Cocteau a Grata Garbo, da Churchill all’immancabile Kennedy, dalle ville di Bruno Walter e Yehudi Menuhin all’Harry’s Bar di Venezia, (non) si rivela la vita di quest’uomo. Ma chi era davvero? Ma era davvero?
  • Terapia intensiva. Un mondo dove si interagisce tramite gli schermi televisivi, e l’incontro fisico è tabù. Una puntata di Black Mirror (lo conoscete, vero?) ante-litteram,  e dello stesso eccezionale livello qualitativo della serie.
  • Teatro di guerra. Descritto come la sceneggiatura di un documentario, questo riuscitissimo racconto offre un’Inghilterra alle prese con una guerra civile spalleggiata dagli americani, in una un’esplicita quanto amara allegoria della guerra del Vietnam.
  • Una splendida vacanza. Un breve diario di un’esperienza surreale: cittadini inglesi vengono trattenuto a tempo indeterminato nelle loro vacanze alle Canarie. Perché? In poche pagine si dipana il sorprendente mistero.
  • Un pomeriggio a Utah Beach. Ecco un altro racconto che da solo riassume molte delle tematiche ballardiane: la guerra, il paesaggio mare+sabbia+cemento, l’estraniazione e la confusione mentale, la gelosia e il triangolo sentimentale. Si può facilmente passare sopra a una certa prevedibilità.

Questo è quanto, per ora. Appuntamento ai prossimi giorni, con la seconda parte del terzo volume, l’ultima di questo mio tour de force.

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