“Jenny. Il mio diario”

Mi prendo una pausa da Ballard per recensire una piccola ignota perla pescata in un cesto di libri a un euro.

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“Cosa diavolo è?” vi starete chiedendo.

Trama

Jenny è una donna semplice, un po’ frivola, non particolarmente acculturata – anche se qualche libro l’ha letto. Si divide fra il marito Gerard e l’amante Anthony. Rimane perplessa quando il primo decide di acquistare un rifugio antiatomico, lei che di quel che sta accadendo in Medio Oriente non ci sta capendo nulla. Poi però la guerra inizia, le bombe arrivano e il suo mondo cessa di esistere, se non nelle pagine del suo diario.

Sull’autore

Il diario di Jenny viene pubblicato come opera di autore anonimo. Dietro questa casalinga coinvolta suo malgrado nella Terza Guerra Mondiale si nasconde Yorick Blumenfeld, futurologo e autore di saggi sull’evoluzione politica, economica e sociologica.
Nell’84, dopo aver vissuto sulla propria pelle il terrore nucleare della Guerra Fredda insieme a comunità di obiettori di coscienza in Nuova Zelanda, s’inventa quel racconto che lo porterà ad una fama (intensa quanto breve) tale da essere tradotto in più di 30 lingue.

I punti di forza

Una lode va data alla forza dell’esperimento: dare voce alla casalinga qualunque, farle vivere un’esperienza atroce e farla riportare con semplicità, freddezza, distacco.
Proprio la freddezza e il distacco possono apparire a volte eccessivi, ma nella descrizione di certi eventi (alcune morti, il comportamento dei figli, il bombardamento stesso) contribuiscono a dare quel senso di isolamento e disperazione ricercato dall’autore.
Altro effetto straniante lo danno i saltuari disegnini: vortici, tentacoli, lapidi, figure geometriche appena scarabocchiate.
Formalmente mi è sembrato ineccepibile, col suo prima, durante e dopo la clausura forzata; sezioni delimitate dalla differente titolazioni dei paragrafi / pagine del diario.
Ho molto apprezzato che tematiche e concetti che avrebbero facilmente fatto precipitare il racconto nella più becera banalità, siano stati trattati o solo di sfuggita, o per lontane perifrasi, mai sfacciati e scontati (penso all’idea della caduta di moralità nel bunker, a quello della carica distruttiva umana e soprattutto all’idea della lotta per la sopravvivenza, tutte cose che in mano ad autori con altre priorità avrebbero generato il solito polpettone pretenzioso e didascalico, soprattutto nel finale).

I punti deboli

L’unico grande difetto è che a volte la personalità di Jenny “scricchiola”, divenendo in alcuni punti poco coerente. Il linguaggio semplicissimo si incrina in un paio di metafore un po’ troppo ardite e letterarie; la frivolezza e leggerezza di Jenny, che rimpiange lo shopping e gli amanti, si scontra con le citazioni di Thoreau e il chiedersi che fine farà la memoria di Beethoven e Mozart. Insomma, il personaggio appare vivo, magari anche realistico, ma davvero molto, troppo eclettico.
L’altro difetto è la brevità, non intesa come eccessiva velocità nella narrazione, quanto con quel desiderio che rimane, alla fine della lettura, di aver voluto approfondire certi aspetti lasciati forse troppo in disparte – ma sono comunque pochi.
Infine, nonostante, come ripeto, formalmente sia ineccepibile, si ha comunque l’impressione che le singole pagine del diario sia poco coese, che i vari aspetti della vita durante il bombardamento siano come dei flash giustapposti, senza andare a costituire un quadro generale, un vero affresco, un pensiero unico. Ciò lo rende estremamente credibile come diario, ma molto meno come opera di letteratura.

Conclusioni

Leggere il diario di Jenny non è certo tempo perso (né denaro, se l’avete trovato a un euro come me). Si ha però, al termine, quest’impressione di aver avuto fra le mani un’idea brillante non sviluppata al massimo delle sue potenzialità; non certo un capolavoro, ma qualcosa che avrebbe potuto esserlo con un miglior controllo dei singoli elementi, un maggior senso dell’insieme, un più chiaro obiettivo narrativo e letterario da parte dell’autore. Peccato per l’occasione persa, ma rimane un buon esempio almeno dei campi della diaristica e del post-apocalittico / post-atomico.
Insomma, non è un libro da cercare disperatamente, ma se ve lo trovate davanti non c’è nessun motivo per essere titubanti.

In un rifugio atomico la morale è una barzelletta dadaista.

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