James G. Ballard: Tutti i racconti, vol.1 (prima parte)

È giunta l’ora di tornare al mio primo vero amore: James Graham Ballard.
Ho iniziato dunque l’ardua impresa: la lettura (rilettura, in qualche caso) dell’integrale dei racconti, editi da Fanucci.
Iniziamo col volume 1, con i racconti scritti fra il 1956 e il ’62.

cover
Introduzione

Nella purtroppo breve Introduzione, JGB esprime concisamente il suo rapporto con la forma del racconto, anche in relazione al romanzo. Lo preferisce per la sua “immediatezza”, per la “capacità di concentrarsi intensamente su un unico argomento”; definisce inoltre il romanzo “sopravvalutata moneta”, mentre il racconto come “coniato in metallo prezioso”.
Ma lascio a Lui la parola per un interessante spunto:

Quando iniziai a scrivere, cinquant’anni fa, la forma del racconto godeva d’immensa popolarità presso i lettori, e alcuni giornali presentavano tutti i giorni una nuova storia. Credo purtroppo che di questi tempi la gente abbia perso il gusto di leggere racconti, forse in reazione alle pletoriche e prolisse narrazioni delle serie televisive.

Ballard dunque pone in parallelo la narrazione lunga della forma romanzo con la narrazione a lungo termine delle serie tv. Considerando la serialità televisiva come un prodotto di intrattenimento, ne consegue un “impoverimento” del romanzo; mentre il racconto, per sottintesa analogia associato al film, può conservare lo status di creazione artistica genuina (e valida). Che non abbia una gran considerazione dei telefilm, lo deduco dal non certo positivo “pletoriche e prolisse”.
Ovviamente ciò ha validità se considerato nel contesto degli anni ’60, ’70, ’80; in relazione all’attuale periodo d’oro delle serie televisive, che da quindici anni ormai hanno dimostrato di poter essere all’altezza della produzione cinematografica (Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad, The Sopranos, House of Cards…), mi chiedo: Ballard penserebbe la stessa cosa? E, se la sua ipotesi fosse stata valida nel contesto televisivo di quegli anni (come francamente pare anche a me), perché al giorno d’oggi, nonostante le serie di cui sopra, la condizione del racconto nei confronti del romanzo è addirittura peggiorata, di fatto giungendo alla sparizione delle antologie dalle librerie e all’isolamento della forma breve quasi esclusivamente alla fantascienza (vedasi questa e altre sparute raccolte)?
Domande a cui non so rispondere.

Una doverosa premessa: Vermillion Sands

Alcuni dei racconti di JGB sono ambientati nello stesso universo: quello di una località immaginaria chiamata Vermillion Sands, un luogo di villeggiatura per quelli che sembrano artisti un po’ bohemienne e dal tenore di vita medio alto, ma nel contesto di un mondo che si lascia scivolare in una lenta decadenza.
La caratteristica peculiare di questi racconti è quella di essere sempre incentrati su un particolare campo artistico: la musica, la scultura, l’architettura, la poesia ecc.
Sulla natura di Vermillion Sands, lascio la parola all’Autore:

In una lettera recente mi è stato fatto notare che i computer versificatori di Vermilion Sands funzionano a valvole. E come mai tutta quella gente raffinata che vive nel futuro non possiede microelaboratori e cercapersone?
Ho potuto solo rispondere che il ciclo di Vermilion Sands non è affatto ambientato nel futuro, bensì in una sorta d’immaginario presente… una definizione che si attaglia alle storie di questo libro e a quasi ogni altra cosa che ho scritto.

I racconti

Ma veniamo dunque alla recensione, che per oggi riguarda la prima parte del volume (14 racconti sul totale di 28).

  • Prima Belladonna. Ecco già il primo racconto di Vermillion Sands. Qui è protagonista la musica, specificamente il canto, con una donna dalla pelle dorata e un’orchidea da accordare. L’atmosfera ha un che di esotico, suadente.
  • Girotondo. Un’increspatura dello spazio tempo, causata da un’anomalia solare, dà origine a questo racconto straniante ma leggero, quasi un divertissement.
  • Città di concentramento. Una città opprimente e, soprattutto, senza confini. Un viaggio verso l’esterno diventa una parabola del viaggio oltre i limiti del conosciuto e del conoscibile.
  • Il sorriso di Venere. Torniamo a Vermillion Sands. Al centro del racconto c’è stavolta una statua canora che sfugge al controllo del suo possessore. Viene quindi affrontato, per la prima ma non ultima volta, il tema dell’Opera d’Arte “ribelle” (per vendetta, in questo caso specifico).
  • Cubicolo 69. Gli effetti della privazione del sonno su tre soggetti di un esperimento portano a conseguenze imprevedibili. Si può anche recepire come familiare la sensazione straniante di certe descrizioni oniriche.
  • Amplificazione. Si tratta di una semplice storia di tradimenti, ma veicolata da un’ossessione tecnologica, riflesso dell’ossessione sentimentale.
  • Terre di attesa. Impossibile non cogliere il riferimento a La sentinella di Clarke, il racconto da cui vennero tratte molte idee per 2001: Odissea nello spazio. La stesura del racconto di Ballard si colloca temporalmente fra questi due, quasi facendo da ponte, con la sua misteriosa costruzione, fra la piramide clarkiana e il monolito nero.
  • Ora: Zero. Tema non nuovo, quello dell’uomo che scopre di poter causare la morte di qualcuno semplicemente scrivendola. Abbiamo qui un vero Uomo Qualunque, che, ubriaco del suo potere, si fa trascinare in una serie di omicidi senza considerarne le conseguenze. Stupefacente, quanto inquietante, è la conclusione.
  • Lo spazzasuoni. Racconto lungo. Siamo in un mondo in cui la musica per come la conosciamo adesso non esiste più: si ascolta ora, in maniera inconscia, una musica ultrasonica, che rimane però intrisa nelle stanze dove viene suonata; motivo per cui viene istituita una figura di “pulitore”, lo spazzasuoni del titolo. Un soprano devastata dalla fine della sua carriera e dalle droghe, tenterà un ultimo concerto di musica “vera”. Racconto decadente, desolato; forse critico nei confronti della musica (e dell’Arte intera) contemporanea?
  • Aberrazione. Un’ingarbugliata quanto destabilizzante storia di allucinazioni, spettri e doppi, con un finale in spasmodico crescendo.
  • Cronopoli. Un mondo senza più orologi, e un uomo ossessionato dalle lancette. Perché è vietato possedere strumenti di misurazione del tempo? Perché il protagonista è in prigione? I misteri verranno svelati viaggiando nella storia di una società rigidamente quanto ossessivamente regolata, spettro di un possibile futuro frenetico dove forse ci stiamo già avviando.
  • Le voci del tempo. Riecheggiano i temi di Terre di attesa: il senso dell’Universo, il tempo cosmico, il segnale/simbolo (lì i monoliti, qui il mandala). Da un breve stralcio di questo racconti, trassi, nella mia precedente vita di compositore (di cui ho parlato), ispirazione per un brano.
  • L’ultimo mondo del signor Goddard. Ecco di nuovo, come in Ora: Zero, un Uomo Qualunque che trova un incredibile modo per controllare il mondo che lo circonda. L’ascesa da nullità a dio lo trascina (anche lui) in una spirale di decadenza, verso il triste finale.
  • Studio 5, Le Stelle. Vermillion Sands. Stavolta il tema è la poesia, ormai affidata alla compilazione automatica dei computer. Ma una solitaria poetessa, nello stupore generale, compone ancora da sé. Il contenitore riflette il contenuto: lo stile è poetico quato la poesia di cui si parla. Ma, di nuovo, è una critica all’Arte contemporanea?

Qui la seconda parte.

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