Il paradosso dell’astronauta

Volevo dire una cosa, invece ne dirò un’altra.
Ma prima dico quello che non volevo dire.

Sarebbe questo: che non mi sembra che abbiate capito quale valore abbia davvero l’esporazione spaziale – o anche solo l’astronomia.
Ma lo dico non per il gusto perverso di andare sempre controcorrente (che ce l’ho), o perché penso di avere maggiori conoscenze scientifiche degli altri (e ce le ho, ma è per via dell’ignoranza della massa, non per merito mio), e nemmeno perché invidio Samantha Cristoforetti, che è riuscita a fare l’astronauta come desiderano tutti da bambini (io no).

È che all’improvviso vi guardate la diretta, vi indignate che non venga trasmessa in tv e poi comunque i telegiornali, anche solo alla fine, ma un servizio ce lo mettono (e considerato come parlano abitualmente di scienza, forse è meglio il silenzio); non fate che parlarne – anche se, magari, più su Facebook che nella vita reale. E perché? Perché è italiana. Cioè, perché è nata nella stesso lembo di Terra (pianeta Terra) dove siete anche voi.
E ora: passi il patriottismo quando si parla di sport, passi quando si parla di cibo, passi quando si parla di dove andare in vacanza; ma qui stiamo parlando di una persona che ha lasciato la Terra, ne è esterna, la vede dall’alto e dal di fuori. Categorizzarla a seconda del settore del pianeta in cui è nata e cresciuta è, nel contesto della missione, una vergognosa, mastodontica contraddizione in termini.
Samantha Cristoforetti è una cittadina della Terra; posso capire che il concetto vi sfugga finché sulla Terra ci si rimane, ma forse, una volta abbandonata l’atmosfera, il dubbio vi sarebbe dovuto sorgere.
E invece.

Ma questo, appunto, era ciò di cui volevo parlare e di cui non ho parlato. Perché, tutto sommato, se i tg italiani si sono concentrati più sull’esito di un partita di calcio che su quello di una missione spaziale (indipendentemente dalla nazionalità dei partecipanti), è giusto e doveroso indignarsi.

Ciò di cui invece parlerò, dunque, è questo.

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Foto presa dal gruppo UAAR di Facebook.

E cioè che, dentro la Stazione Spaziale Internazionale, una stramaledettissima stazione spaziale, vi siano appese non una, non due, non tre, non quattro, ma nove immagini sacre (più un crocifisso).

Ecco, semplicemente: se là fuori arriva qualcuno, una qualche civiltà che si è fatta anni luce curvando lo spazio-tempo solo per parlarci, per conoscerci, magari per aiutarci… come glielo spieghiamo?

Per il resto, buon viaggio a lei e a tutti i terrestri in trasferta.

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13 Replies to “Il paradosso dell’astronauta”

  1. Non sono d’accordo su ciò che non avresti voluto dire.
    Se esistesse una federazione galattica e Samantha avesse partecipato a una missione come rappresentante del nostro pianeta, per lo stesso principio di ragionamento Samantha non dovrebbe nemmeno appartenere alla Terra ma essere una cittadina della Via Lattea. Oppure non dovrebbe nemmeno essere considerata una rappresentate della specie umana.
    Tendiamo sempre più spesso a fare dei “mischioni” per evitare le appartenenze, rese scomode solo a causa di quegli individui che le usano per rivendicare delle superiorità. La natura stessa ci insegna invece che la diversificazione è il brodo dell’evoluzione.
    Gli uomini sono diversi dalle donne, ma non come la pensa Erdogan, piuttosto come la pensano i ricercatori che studiano farmaci specifici per gli organismi femminili che hanno diverse concentrazioni ormonali.
    I denigratori delle appartenenze e delle identità sociali, per esempio, non hanno nulla in contrario quando una generalizzazione è positiva come può esserlo “italiani popolo generoso”, ma si scaldano subito quando si fa riferimento a “italiani mafiosi”.
    Le appartenenze e le identità sono importanti quando sono supportate da un’intelligenza civile e civica.

    Per quanto riguarda le immaginette, non mi hanno impressionato più di tanto.

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    1. Non ho alcuna difficoltà ad amettere che non hai tutti i torti, specie trasportando il problema al livello dell’ipotetica Federazione Galattica.
      Rimane il fatto che l’indignazione per il quasi silenzio dei media sulla missione sia montata solo ed esclusivamente perché l’astronauta era italiana. Fosse stata una missione anche più importante, ma composta da francesi, vorrei proprio vedere se adesso avevo la bacheca di Facebook invasa da amici che si riscoprono amanti dell’esplorazione spaziale.
      In fin dei conti abbiamo avuto un assaggio di questo atteggiamento già con Rosetta, dove di mezzo c’era più di un ricercatore italiano; se sulla cometa ci fossero andati gli americani o i cinesi, se ne sarebbe parlato così tanto? A parte per il TG4, intendo (ma lì se avessero taciuto sarebbe stato meglio, come sappiamo).

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      1. Ho capito il tuo sottotesto e lo appoggio.
        Ma all’essere umano serviranno migliaia di anni per svincolarsi dalle appartenenze, perché ci hanno accompagnato nell’evoluzione della specie. Capita anche negli attentati bomba, se ci pensi.
        Muoiono decine di egiziani per l’esplosione in un mercato: trafiletto.
        Muoiono decine di tedeschi per l’esplosione in un mercato: agenda setting.
        La territorialità suscita ancora interesse. Una vicenda è tanto più interessante quanto ci è vicina in chilometri e cultura. Se vuoi, fa anche parte dell’istinto di sopravvivenza oltre che di appartenenza.

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        1. Ed hai perfettamente ragione (e mancava l’esempio dell’Ebola, a cui non è importato niente a nessuno finché non si è avuto timore che arrivasse “qui”).
          Ma non ho mai pensato di riuscire a cambiare la forma mentis dell’animale umano con un post del blog, figuriamoci. 🙂 Volevo solo sottolineare come la territorialità diventi paradossale quando si parla di esplorazione spaziale.

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          1. Invece le azioni dei singoli sono importanti. Tutto ciò che abbiamo e conosciamo, in regime di democrazia, è la sommatoria di tante singole scelte che diventano collettive quando, essendo simili, si sommano e diventano consuetudine. Ovviamente può valere sia in positivo sia in negativo.
            Quindi, sì, puoi cambiare la forma mentis dell’essere umano se qualcun altro insieme a te lo fa, e qualcun altro ancora, e ancora, e ancora. Certi diritti femminili (a fatica) si sono conquistati proprio perché alcune scelte singole si sono moltiplicate.
            Dobbiamo riuscire a capire l’importanza e la responsabilità del singolo individuo senza trasformarla in una guerra in difesa del cortiletto di casa. È difficile, difficilissimo. È necessario che la cultura media del pianeta si alzi, e per cultura non intendo vita e morte del Manzoni, ma la capacità di capire quanto sia importante capire. 🙂

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  2. Anch’io ho strabuzzato gli occhi quando ho visto l’altare ortodosso con le icone della Panagia al centro, il Pantokrator a sinistra, ecc. Ma lo stupore è durato una frazione di secondo. Gli astronauti russi, prima che astronauti sono russi, e le icone fanno parte della loro identità. E poi, vai a sapere dove finisce la religione e inizia la scaramanzia (detto tra parentesi, il pensare alle condizioni di vita lassù mi terrorizza)…cioè…avranno pensato: ad ogni buon conto, noi le appendiamo…hai visto mai 🙂

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    1. Sì, che fossero dei russi e non di Cristoforetti l’avevo capito, se non altro per motivazioni strettamente artistico-filologiche…
      Adesso se mi metto a parlare pure dei russi non finisco più. 😉

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