“Quando le radici”, di Lino Aldani

Oggi recensisco (più o meno) “Quando le radici”, di Lino Aldani.

Trama

Roma, anni ’90: la città ha una decina di milioni di abitanti e si stende per tutto il Lazio (Milano arriva fino alla Svizzera). L’ambiente megametropolitano opprime il protagonista, Arno Varin, impiegato in un vuoto lavoro di controllo di schede di dubbia utilità. Disgustato da tutto, fugge nel suo paese natale, Pieve Lunga, sulle rive del Po: uno degli ultimi stralci di campagna moribonda, di quei paesini abitati da ostinati vecchietti, che vengono progressivamente rasi al suolo per fare spazio alle coltivazioni e alle superstrade.

Su cosa è fantascienza e su cosa non lo è, ovvero: un discorso che sarebbe molto lungo ma rimanderò ad altri tempi

Come si deduce leggendo la trama, l’elemento fantascientifico di questo romanzo è limitato (sottolineo: limitato) all’ambientazione futuristica rispetto alla data di pubblicazione e a ciò che ne consegue: sovrappopolazione, macchine col pilota automatico, videotelefoni, droghe legalizzate ecc.
A parte ciò, non è niente di più e niente di meno che la storia di un uomo che fugge dalla città per rifugiarsi in campagna: a scriverlo adesso, lo si potrebbe ambientare a Tokyo con un giapponese che, di fronte ai distributori automatici di mutandine usate, si rifugia in un’isoletta dell’arcipelago. E la storia sarebbe la stessa, con le stesse vicende, gli stessi messaggi, la stessa filosofia. Ma non solo: anche a scriverlo allora, in pieno boom economico, sarebbe stata fin troppo logica una fuga dalla caotica Roma alla pace di Pieve Lunga, anche rimanendo nei nostri anni ’70.
Dunque: come si decide se una storia è di fantascienza o no? Il solo fatto di essere ambientata a venti, trenta anni nel futuro rispetto alla pubblicazione, è di per sé sufficiente, anche se l’ambientazione sarebbe del tutto ininfluente per la trama? Ripeto: del tutto ininfluente. E non sto parlando semplicemente di come catalogarlo negli scaffali delle librerie o sulle pagine di Wikipedia: questo è un’Urania, perdio.
Magari un giorno approfondirò la questione; per il momento, mi limito ad esprimere le mie perplessità.

Sul progresso, ovvero: di come sembri che il libro non mi è piaciuto

Al di là delle considerazioni politiche, dei rimpianti socialisti e della “Rivoluzione” che non c’è mai stata ma continua ad essere sognata, cosa voleva dire Aldani?
Quello che mi sembra trasparire dal libro è un’idea chiara: il rifiuto dell’assoggettamento dell’uomo alla nuova società dei consumi – all’epoca neonata, oggi in pieno splendore. E fin qui, direi, tutti d’accordo.
Poi però fa uno passo, anzi svariati, oltre: e alla compulsività, all’oppressione del sistema industriale, si vanno a contrapporre la campagna, le vecchie tradizioni, la Natura (in un’accezione tutta da discutere). Un eccesso, dal mio punto di vista, questo totale rifiuto di ogni modernità, quasi riproposizione del mito del Buon Selvaggio che poi è alla base di certi moderni deliri “ecologisti” o supposti tali. Certo, erano gli anni Sessanta/Settante, si leggeva Walden e il boom economico spaventava, e a buon ragione. Magari fossi nato a quell’epoca sarei stato pure d’accordo. È indubbio, però, che sembri quasi di sentir parlare di decrescita felice, e la cosa, personalmente, mi ha spaventato non poco.
Ribadisco, a scanso di equivoci, che si tratta di opinioni personali che, approfittando di questo libro, mi sono sentito libero di esprimere.

Sullo stile, ovvero: del perché mi è piaciuto

Tornando a noi, il fatto è che, detto in parole povere, poverissime: il libro è bello.
Si legge davvero benissimo. Lo stile letterario riflette, soprattutto nei dialoghi, il parlato comune, pur senza abbandonarsi a sterili dialettismi. Formalmente ineccepibile, non annoia mai pur offrendo ben pochi spunti di azione.
La costruzione dei personaggi è eccellente, non solo per il protagonista, ma anche per ogni singolo personaggio secondario: dalle donne di cui si invaghisce e che si invaghiscono di lui, agli amici/conoscenti, fino a quel pugno di abitanti del paese, persone di mezza o terza età che sarebbe stato fino troppo facile liquidare in un’omogenea folla di sfondo, ma che invece assumono ognuno e ognuna un tratto caratteristico.

La postfazione

A titolo puramente informativo, segnalo che al termine del romanzo, nell’edizione Urania Collezione in mio possesso (quella la cui copertina avete visto qui sopra), troviamo una postfazione di Giuseppe Lippi dal titolo Radici lontane. In questo breve testo, Lippi riassume la vita e l’opera di Aldani, la sua evoluzione e il suo pensiero, riportando anche stralci di interviste che paiono confermare le impressioni circa il messaggio del libro, di cui parlavo sopra.
Riporto, però, una citazione che mi è piaciuta molto. Questa postfazione inizia col ricordo commosso dei funerali di Aldani, scomparso il 31 gennaio del 2009 (l’edizione Urania è di settembre). È qui che Lippi parla delle orazioni durante la cerimonia, e di come perfino per lui appaia “strano” che durante un funerale, in un discorso commemorativo, si parli di fantascienza. Però, aggiunge, non si poteva ricordare Aldani senza parlare di fantascienza, perché «per un uomo che scrive, vita e creazione sono una cosa sola».

Giudizio finale

Il romanzo, per me, è assolutamente consigliato; purché si sappia cosa si sta per leggerle, e non ci si costruiscano mentalmente aspettative che non potranno essere soddisfatte: sappiate che avrete in mano un ottimo libro, con alla base dei forti ideali che potrete condividere o meno, ma che non è quello che potrebbe sembrare dal nome della musa dell’astronomia in copertina.

Preghiamo anche per quella manica di farabutti che governano l’Italia, per i ministri ladri del passato e del presente; per il nostro amato presidente, comunista imborghesito e rincoglionito, per i preti sbruffoni, per i sindacalisti traditori, per gli economisti scimuniti che hanno industrializzato l’agricoltura, per gli industriali che hanno assassinato l’artigianato, per i costruttori di autostrade pronti a piombare come falchi anche su quest’angolo di mondo dove le nostre radici sono profonde e inestirpabili.

(Sermone di Luigi, il Sacrista.)

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