“La strada”, di Cormac McCarthy – “The Road”, di John Hillcoat

Oggi (mini-)recensione doppia: il libro La strada, di Cormac McCarthy, e il suo addattamento cinematografico The Road, di John Hillcoat.

Trama (di entrambi, ovviamente)

Un uomo e suo figlio si aggirano per un mondo reduce da un’apocalisse imprecisata: cenere, alberi secchi, animali scomparsi e umani rarissimi e nemmeno più molto umani. Tutto qua.

Ora, andiamo a vedere il libro e il film nel dettaglio.

Il libro

Lo stile

Questo è stato l’aspetto più faticoso da digerire. Io tengo molto al contenuto di un libro e soprattutto alla sua struttura formale, ma in genere passo tranquillamente sopra qualsiasi scelta linguistica, purché sensata. McCarthy ha uno stile asciuttissimo caratterizzato da frasi davvero brevi, frequentissimi punti fermi, a volte senza un verbo, come semplici liste di parole; dialoghi senza virgolette o altri segni. Il tutto organizzato in un lungo fiume di brevi paragrafi separati da una riga di spazio. Di fatto: un blocco unico di frasi spezzate.
Più avvezzo ad altri ritmi, come ho detto ho faticato molto ad abituarmi; anzi, non nascondo che intorno a pagina 40 stavo pensando seriamente di lasciar perdere. Ma ho voluto tener duro, e ne è decisamente valsa la pena. Diciamo che ho riscoperto il valore del punto fermo.
Un plauso va agli eroici sforzi della traduttrice Martina Testa.

L’ambiente (e il rapporto con lo stile)

Ne ho sentito parlare come di un libro angoscioso, uno dei più angosciosi mai scritti. Non sono d’accordo: quello che ho provato leggendolo è più una sensazione di freddo. Sia inteso come freddo climatico, per la descrizione vivida e reiterata del paesaggio invernale, della foschia, delle nuvole, del manto di cenere e neve sporca, degli alberi morti e delle città in rovina; sia un freddo inteso come distacco, con l’asettica aridità delle descrizioni dei più efferati atti di cannibalismo, della vita di stenti, delle promesse di suicidio in caso di necessità. Il gelo sterile dell’ambiente fisico è quendi magistralmente riflesso nella freddezza dello stile.

I personaggi

Buona la caratterizzazione dei personaggi, nei limiti in cui c’è ancora un carattere da delineare: in questo mondo decaduto, non ci sono desideri, non ci sono aspettative, non ci sono obiettivi se non quello di sopravvivere. La grande differenza quindi è solo fra i “cattivi” (leggasi cannibali e ladri) e i “buoni” (tutti gli altri). All’interno dei due gruppi si accennano appena le figure del padre e del figlio, e di tutti gli altri – pochi – personaggi che incontrano lunga la strada del titolo. Particolarmente vivida, per essere un flashback, è poi la psicologia della madre/moglie dei protagonisti.

Giudizio finale

Pur non mettendolo nel mio pantheon di libri imperdibili (con tutto il rispetto per il Pulitzer che ha vinto), La strada vale tutto il tempo che si spende a leggerlo, e anche di più. Come ho già detto, ho faticato un po’ all’inizio per entrare in sintonia con la scrittura di McCarthy: se avete dei problemi anche voi, magari provate a fare lo sforzo di assimilare quello stile per poter immergervi pienamente in quel mondo devastato.

 

Il film

Sulla fedeltà al libro

A parte un paio di scene il cui ordine cronologico è stato invertito, il film ricalca quasi esattamente il libro. Tutti i (non molti, in verità) dialoghi sono presi parola per parola dal testo di McCarthy, sia per quanto riguarda la vicenda post-apocalittica che per gli sporadici flashback sulla moglie.
Proprio qui c’è la prima grande differenza: iniziare con il flashback più lontano possibile, con l’inizio dell’imprecisata fine del mondo, per poi andare al padre che si sveglia testando il battito cardiaco del figlio (l’inizio vero del libro). Una scelta che non so se giudicare né positivamente né negativamente, ma che costituisce una differenza che andava comunque rilevata.
Altre lievi differenze riguardano qualche taglio (gli ustionati colpiti dai fulmini), qualche variazione (nell’ultimo campo di cannibali visitato, e la caduta degli alberi) e l’aggiunta francamente incomprensibile del ritrovamento di un coleottero vivo nella città abbandonata.

Fotografia

Più che parlare della regia, in un film del genere è il caso di concentrarsi sulla fotografia, firmata da Javier Aguirresarobe (che successivamente venderà l’anima al demonio firmando ben due capitoli della saga di Twilight).
Il grigio domina incontrastato questo mondo ricoperto di cenere e foschia che oscura perennemente il sole, un mondo fatto di alberi morti che cadono da soli, tralicci piegati dal calore degli incendi, neve sporca.

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L’unico difetto che vi si può riscontrare è una certa incostanza, venendo a volte meno, in alcuni punti e senza acun motivo, tutta l’atmosfera di grigia desolazione che caratterizza la pellicola – e che riflette alla perfezione quel che traspare dal libro.

Gli attori

Ottima prova, ovviamente, per Viggo Mortensen. Stupisce anche il piccolo Kodi Smit-McPhee.
Tutti gli altri fanno brevissime comparse, tra le quali le più rilevanti sono quelle di Robert Duvall (in verità un po’ troppo truccato per apprezzarlo), di Michael K. Williams (l’Omar di The wire, per la cronaca) e di Charlize Theron.
Semplicemente imbarazzante, sui poster ufficiali, il nome di Guy Pearce, che accumula circa 120 secondi di non memorabile presenza sulla pellicola.

La fame

L’unico vero grande difetto del film? I protagonisti non sono abbastanza magri. Giuro. Il bambino, delle cui costole McCarthy ci dà ampie e ripetute descrizioni, appare in certe inquadrature addirittura florido; il padre ha decisamente troppa massa muscolare, per un uomo che mangia rifiuti da anni ed è devastato da una malattia polmonare.
Lo so, sembra un dettaglio da poco, ma per chi ha letto il libro credo che trovarsi dei personaggi in quelle condizioni di salute possa essere quasi fastidioso; visto soprattutto che la soluzione era semplicemente togliere le proteine a Mortensen.

Giudizio finale

Per essere un film di più di 100 minuti, basato quasi esclusivamente su due soli personaggi abbandonati in un ambiente desolato, riesce sorprendentemente a scorrere senza pesare sulla pazienza dello spettatore. Detto in parole povere: non annoia, davvero.
Ovvio che se cercate un film di sopravvivenza pregno di scene d’azione, a questo punto dovreste aver capito che The Road non fa al caso vostro (e non dovreste nemmeno perdere troppo tempo sul mio blog, per inciso).

Se lo desiderate, dunque: buona lettura e buona visione.

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7 Replies to ““La strada”, di Cormac McCarthy – “The Road”, di John Hillcoat”

  1. Ciao, Stefano! Condivido la recensione (non ho visto il film ma mi piace l’annotazione sugli attori troppo magri..); anch’io non l’ho considerato tanto “un pugno nello stomaco” (che comunque non sarebbe un particolare merito), sarà che trent’anni fa si leggeva tanto dopo-bomba.. due sole osservazioni:
    1) lo stile non è così strano: secondo me segue da vicino la lezione dell’Hemingway dei 49 racconti; forse non è uno stile molto attuale, ma è davvero incisivo, soprattutto in originale.
    2) la figura del padre non mi sembra così appena accennato: c’è un discorso di valori, magari non esplicito, ma profondo.

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    1. Purtroppo la mia conoscenza di Hemingway è limitata a “Il vecchio e il mare” (che si è risolto con un “Embè?” da parte mia e la totale mancanza di voglia di tornare sull’autore), quindi non posso fare confronti. Però è un muro di testo diviso in paragrafetti di trenta linee, con frasi brevi e discorsi diretti senza virgolette: a me è sembrato un o stile particolare, e come detto ci ho messo almeno una quarantina di pagine per entrare in sintonia con quel ritmo.
      Il problema, semmai, è che anche dopo essere entrato nel “mood” ho continuato a non percepire grande partecipazione emotiva nei confronti dei personaggi. Come ho detto, alla fine della lettura (così come della visione del film, e forse di più) il personaggio che in me è rimasto più vivo è la moglie/madre. Molto probabile che io non abbia colto aspetti più profondi – mi capita spesso.

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