Un’antologia di fantascienza italiana: Interplanet 1 (prima parte)

Sto leggendo questa pregevole, corposa antologia di fantascienza di autori italiani (con una netta prevalenza del Veneto, mi pare di capire dai cognomi).

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Data alle stampe nel 1962 dalla storica Casa Editrice La Tribuna di Piacenza, è stata da me recuperata lo scorso weekend in un mercatino dell’usato in quel di Marghera per 0,50€, in condizioni (come vedete dalla foto) non perfette ma comunque buone.
In prima pagina, c’è anche una dedica di uno degli autori, Sandro Sandrelli.
Dato che il libro supera le 300 pagine, e si tratta di racconti del tutto indipendenti fra di loro, espongo intanto i miei pensieri sulla prima metà, così non mi date per morto nel frattempo.

Della brevissima Presentazione, a cura di Giovanni Calendoli, riporto una bellissima citazione:

La letteratura di fantascienza, come dice del resto lo stesso nome, è essenzialmente fantastica, sebbene sia nata nell’alveo di un processo di ricerche scientifiche. È una letteratura di evasione. Ma una nota fondamentale distingue in maniera inconfondibile la letteratura di fantascienza dagli altri generi anche molto più illustri della letteratura di evasione. Questi comportano sempre un senso più o meno acuto di rinuncia, di pessimismo, di abdicazione. (Si evade dal mondo, perché se ne è stanchi e delusi e lo si vuole abbandonare). La letteratura di fantascienza offre al contrario un’evasione positiva, perché conduce appunto da questo mondo ad altri mondi che, pur essendo concepiti dallo scrittore fantasticamente, sono possibili nella realtà.

Veniamo ora alla prima metà dei racconti.

Circolo chiuso, di Gustavo Gasparini. Una classica storia di paradossi temporali. Forse un po’ prevedibile, ma la mancanza di effetto sorpresa è lenita dalla brevità, oltre che dallo stile piacevole e dalla scrittura scorrevole.

Il pianeta del silenzio, di Piero Prosperi. Brevissima, allucinata e allucinante disavventura di un naufrago spaziale. Quattro pagine eccezionali, all’altezza dei più grandi capolavori della narrativa breve mondiale.

Biennale 6000, di Giulio Raiola. La partecipazione di alieni saurodi provenienti da Sirio alla Biennale di Venezia del 6012, offre all’autore l’opportunità di dipingere una spassosa quanto pungente satira sulla critica d’arte (quella del 6012, quella degli anni ’60 e l’attuale – credo le problematiche siano identiche). Ho avuto l’impressione che in alcuni punti Raiola non parlasse in generale, ma si stesse riferendo a qualche ben preciso personaggio reale; purtroppo la mia conoscenza del mondo della critica d’arte d’ambiente veneziano degli anni ’60 non è particolarmente approfondita, per usare un eufemismo. Comunque ben riuscito.

Avventura su Venere, di Cesare Falessi. Il titolo mi faceva temere ben di peggio. Invece, una vicenda iniziata nel segno di un pruriginoso maschilismo ha una piacevole svolta comica nel finale a sorpresa.

Il Grande Ragnar, di L. J. Mauritius. Troviamo atmosfere affini a quelle de La decima vittima, in un mondo però in cui a farla da padrone è il pervasivo ed ineluttabile sistema delle Assicurazioni, che regolano la vita e la morte su un pianeta sovrappopolato all’inverosimile (venti miliardi, cosa che neanche Brunner aveva osato immaginare). Uno stile originalissimo e non parco di sperimentalismi, per un fantastico racconto che costituisce un riuscitissimo esempio di New Wave italiana.

Screziato di giallo, di Sandro Sandrelli. Un primo appuntamento di un ragazzo che inciampa in un’invasione aliena. Breve, dallo stile raffinato, ma senza arte né parte: confido nel fatto che Sandrelli sappia compensare nei racconti successivi di questa antologia (il trittico Sinfonia robotica lascia ben sperare), anche perché come detto il libro è da lui autografato, e la sua firma mi darebbe maggiori soddisfazioni se potessi apprezzarlo al meglio.

Hanno rubato la luna, di Ivo Prandin. Direi che possiamo intepretare questo racconto come una denuncia della follia della guerra. Non memorabile, ma godibile nel suo finale a sorpresa.

Una rossa autentica, di N. L. Janda. C’è una strizzata d’occhio all’horror, in questa ricerca di una donna subito amata e altrettanto subito perduta. Poteva passare inosservato, ma è notevole il colpo di scena relegato all’ultima riga, nel solco di un Brown o di un Clarke.

Mosche, di Gustavo Gasparini. Dopo i precedenti racconti buoni, ma magari non propriamente ottimi, torniamo all’alta qualità con questa straniante storia di due uomini, separati da un oceano, che si ritrovano improvvisamente a condividere le coscienze. Il difficile compito di rendere propriamente lo “sdoppiamento/unificazione” delle personalità, è qui svolto da Gasparini in maniera a dir poco egregia; d’altronde, non era poi così dissimile la situazione del protagonista del primo racconto, Circolo Chiuso. È evidente come Gasparini abbia un certo gusto per lo straniamento e l’alienazione della personalità, e che sa ben gestire questi materiali.

Il sogno del RRATH, di Pino Puggioni. Un breve ritratto di un robot solitario che funge da pretesto per un esercizio poetico di certo non fallito.

Premio di scultura, di G. L. Staffilano. Dopo Biennale 6000 di Raiola, torna qui la satira sull’Arte, in un folle mondo dove si scolpiscono direttamente gli esseri viventi. Paradossalmente divertente.

Qui la seconda parte della recensione.

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