Quando Dio non salva la Regina: Pavana, di Keith Roberts

Recensisco oggi Pavana, di Keith Roberts. Avviso che sarò crudele.

Questa l’edizione in mio posesso:La copertina, di Ray Feibush, non ha alcuna attinenza col contenuto, a differenza di questa meraviglia in edizione americana o inglese che sia.
Ma andiamo a vederlo, questo contenuto.

Trama

Come lo stesso Roberts ci informa nel breve prologo, quello in cui entriamo, sfogliando le pagine di questo romanzo, è un mondo in cui nel 1588 Elisabetta I viene uccisa, e la sua morte sconvolge il popolo al punto da gettarlo in uno stato di guerra civile. Filippo II ne approfitta e lancia all’attacco la sua Invincibile Armata (che nella nostra realtà tanto invincibile non fu), grazie alla cui vittoria vengono stroncate sul nascere tutte le dottrine protestanti, estendendo il dominio della Chiesa Cattolica Romana su tutto il mondo conosciuto.
La conseguenza è che, negli anni in cui sono ambientate le vicende che leggiamo (cioè dal 1968 ai tardi anni ’80) il progresso si è fermato più o meno al livello del Sei/Settecento: la società è ancora governata con un sistema simil-feudale e i signori vivono nei loro castelli, mentre bolle papali vietano l’uso del petrolio e della corrente elettrica.

Struttura e trama

Il libro è formato da cinque racconti, pubblicati dapprima autonomamente nel ’66, poi riuniti nel ’68. Dal punto di vista narrativo sono assolutamente indipendenti uno dall’altro, ma i protagonisti sono legati da vincoli di parentela che vengono via via svelati durante la lettura, realizzando di fatto una breve epopea familiare.
Dopo il Prologo in cui come detto viene illustrato il background della vicenda, veniamo dunque ai singoli racconti.
Lady Margaret. Proibito, come detto, il petrolio per bolla papale, il mezzo di trasporto più efficace è il motore a vapore: locomotive slegate dai binari (praticamente degli autotreni nel verso senso della parola) si snodano quindi per le strade e le brughiere d’Inghilterra, donando al romanzo una chiara venatura steampunk. Forse il meno riuscito di tutti e cinque i racconti, è un po’ prolisso nel descrivere ossessivamente ogni dettaglio del funzionamento della locomotiva, perdendosi per strada la possibilità di realizzare un ritratto vivido del solitario protagonista, il giovane Jesse Strange: questi non fa altro che un viaggio da un punto all’altro, limitando l’azione (peraltro parecchio rocambolesca) alle ultime pagine. Inizio non dei migliori, quindi.
Il segnalatore. Cominciamo a fare sul serio con il secondo racconto, dove vengono introdotte delle figure vitali di questo mondo alternativo: i Segnalatori. Proibita da Sua Santità l’elettricità, si sono sviluppate vie alternative per le comunicazioni. Le notizie vengono dunque rimbalzate da una parte all’altra dell’Europa grazie a un complicato quanto misterioso (perché mantenuto tale dalla Corporazione dei Segnalatori) codice di movimenti dei bracci di alcuni “semafori” o torri di segnalazione sparsi in ogni dove, a portata di vista l’uno dell’altro. Sono eccezionalmente ben rappresentati nella copertina già linkata sopra. Il racconto si apre in media res per poi riassumere gli eventi con un lungo e interessante flashback. Il finale vira un po’ sul fantasy, con accenni sincretici alla mitologia norrena.
Fratello John. Il tema religioso ritorna più vivo che mai, ora che conosciamo Fratello John, addetto alla lucidatura delle pietre per il torchio litografico del convento degli Adelmiani. Invitato a ritrarre le torture dell’Inquisizione (la “Commissione per l’Assistenza Spirituale”) impazzirà dando origine a un moto popolare di ribellione contro l’autorità di Roma e le sue efferatezze, anelando a un cristianesimo più umile e caritatevole. Anche questo racconto si perde nel finale, francamente incomprensibile.
Lords e Ladies. Il racconto col quale si uniscono i fili dei racconti precedenti, trovando la seconda generazione della famiglia Strange conosciuta in Lady Margaret. L’intero racconto è un sogno/allucinazione/flashback di una ragazza di nome Margaret che assiste al rito di esorcismo verso lo zio (scopriremo poi chi sono questi due personaggi). Al di là di alcune situazioni poco logiche di cui è protagonista, la vicenda personale scorre piacevolmente lungo le pagine; anche qui, nel finale criptico e un po’ confusionario, tornano gli Antichi Dèi.
Il baluardo di Corfe. Qui Roberts sfrutta di nuovo l’espediente narrativo del flashback, ma riuscendoci decisamente peggio: dopo l’inizio sfolgorante, torna indietro offrendoci uno spaccato della vita di milady Eleanor (altra parentela da scoprire passo dopo passo), ma in maniera un poco confusa, e senza nemmeno darci molti riferimenti temporali fino a quando non sorpassa il punto iniziale e prosegue con la narrazione. Inutile dire che, nel brusco e frettoloso finale, la narrazione perde ogni filo logico (Eleanor che è contro il Papa, il Papa contro il Re, il Re con Eleanor, il Re col Papa, il Re contro il Papa, il Re contro Eleanor… incomprensibile).
Conclude il libro un Epilogo narrativamente efficace (strano, visto l’andazzo precedente) ma dal punto di vista ideologico francamente imbarazzante – ma questo aspetto lo analizzo nel prossimo paragrafo, che chi non vuole anticipazioni sulle ultime tre pagine può saltare.

L’immagine della Chiesa Cattolica

Ora, sia chiaro, la libertà di opinione e di religione sono per me intoccabili. Però, se per tutto il libro la Chiesa è dipinta come l’oscura forza che frena il progresso e annienta lo spirito umano, e poi alla fine si dice che l’ha fatto perché sapeva (cito quasi testualmente) che permettendo l’elettricità si sarebbe arrivati “all’atomo”, dovrebbe essere ben comprensibile la mia delusione: un’improvviso cambio di rotta tanto clericale da far sembrare Un cantico per Leibowitz la Bibbia satanica, abbinato a una massiccia dose di malsano terrorismo anti-nucleare, e con una relativa spiegazione del simbolo delle fate che rasenta il ridicolo, ecco, sono quelle cose che ti destabilizzano e ti portano a chiedere che cosa diavolo hai letto finora.

Giudizio finale

Ripeto: dal punto di vista ideologico, il libro è quasi offensivo.
Dato che so mantenere un punto di vista equilibrato, dico che, dal punto di vista strettamente letterario, è un libro sorretto da un’ottima narrazione, solo a tratti un po’ troppo incagliata nelle descrizioni, ma che tende a perdersi nelle risoluzioni: è come se Roberts avesse avuto cinque ottime idee, senza avere la più pallida idea di come portarle a conclusione. Strano, visto come invece ha realizzato egregiamente i collegamenti fra un racconto e l’altro, e lo stesso Epilogo.
Non un capolavoro, dunque, ma comunque un buon libro che non lascia affatto la sensazione di aver sprecato tempo a leggerlo.

(Il simbolo delle Fate, che divide un racconto dall’altro.)

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