Se il cielo brucia: nove racconti di Ellison e due parole di Bester

Recensisco oggi questa raccolta di racconti del mostro sacro Harlan Ellison, pubblicata nel 1978 come volume 231 della collana Galassia.

Il libro si apre con una Prefazione a firma di Roger Zelazny, che ci vuole giustamente avvisare che Ellison è un genio, ma lo fa in una maniera tale che, in tutta franchezza, mi viene il sospetto che mentre scriveva fosse totalmente strafatto. Con tutto il rispetto, eh.

A questo delirio, segue un’Introduzione dello stesso Ellison, il quale, dopo averci ricordato varie volte del suo Talento (scritto maiuscolo, giuro), ci offre qualcosa che, a quanto mi risulta, nessun autore ha mai osato fare in un’introduzione: una raccolta di incipit, idee, frammenti mai divenuti racconti completi. Abbiamo così un’interessante serie di rapidi flash, narrazioni, spunti teorici e frammenti di pensieri che non possono far altro che spingerci a chiedere: cosa ne sarebbe potuto nascere? Cosa ci siamo persi?

Ma veniamo ai racconti.

Il cielo brucia. Il brano che dà il titolo alla raccolta è straordinario: un racconto che offre un’atmosfera di ineluttabilità, descrive un’angoscia e una totale rassegnazione di fronte alla grandezza dell’Universo come è davvero difficile trovarne nella narrativa. L’immagine iniziale della pioggia di oggetti infuocati che ricopre tutto il mondo rimane quasi scolpita nella retina del lettore.

Mio fratello Paulie. Racconto di grande tensione, che forse pecca un po’ di prevedibilità nel finale, pur riuscendo egregiamente a mantenere sulle spine per tutta la lettura.

Il tempo dell’Occhio. Difficile classificarlo come Fantascienza. L’ambiente ospedaliero e la setta lo spingono prepotentemente nel genere Horror, per quanto trattasi, in soldoni, di una rapida storia d’amore. Un po’ confuso, in verità.

Stazione di soccorso. Un uomo intrappolato da un robot impazzito, ne sfugge con un colpo d’ingegno improvviso: se lo si leggesse senza conoscere l’autore, lo si scambierebbe facilmente per Asimov, se non fosse per la già citata capacità di Ellison di dipingere in maniera particolarmente cruda e viva le situazioni di più angosciante pericolo.

Battaglia senza bandiere. Abbandoniamo la Fantascienza del tutto, per andare a seguire un’evasione in una prigione, che funge da tela dove dipingere una riuscita anche se pessimistica allegoria del razzismo.

Il mondo di Walkaway. Mi duole dirlo, ma trattasi di grande idea sfruttata un po’ male. Un genio dal carattere decisamente solitario inventa un robot autocosciente che viene mandato in esplorazione per tutto l’Universo, ma, per vendicarsi contro il Sistema e il potere costituito, fa una piccola modifica, che rivelerà tutto il suo devastante potere al ritorno del robot sulla Terra. È qui che però Ellison mi pare faccia un passo falso: nelle ultime tre pagine (su un totale di undici) non fa altro che ripetere lo stesso concetto, ritornando ossessivamente sulle stesse due frasi e senza mai, e dico mai, aggiungere nulla di nuovo, una nuova informazione, un nuovo punto di vista – a parte nell’ultima riga, dove, forse anche a causa della traduzione, non mi è molto chiaro cosa intendesse. Peccato, perché con uno squilibrio del genere sembra davvero che non l’abbia nemmeno riletto, e non è certo da Ellison.

“Noi piangiamo per tutti”. In un mondo futuro in cui la gente si sfida abitualmente a duello in mezzo alla strada (un’idea di omicidio socialmente accettabile che ricorda molto La decima vittima), è tradizione richiedere, per i funerali dei proprio cari, le prestazioni del Lamentatori, figure analoghe alle prefiche, ma riuniti in sindacato e con tariffari stabiliti per legge; su questo sfondo si dipana la breve storia di un uxoricidio. Ottimo racconto, pur con una fallacia logica sorprendente per l’autore: i Lamentatori misurano il grado effettivo di dolore di chi ne richiede i servigi, e aumentano le tariffe proporzionalmente allo sforzo che devono fare se questo dolore rilevato non è di grande intensità; eppure, se un Lamentatore non esprime grande dolore durante un funerale, se ne deduce che chi l’ha richiesto non stava soffrendo sinceramente. Non so, due concetti che si contraddicono così vistosamente in un racconto di dieci pagine…

La voce nel giardino. Brevissima allegoria pseudobiblica, che testimonia ancora una volta la propensione e l’abilità di Ellison nel tracciare lo sbocciare di una storia d’amore in davvero poche, pochissime righe.

Soldato. Ottimo racconto che denuncia l’insensatezza della guerra e propugna, con una certa ingenuità spero voluta, un disarmo globale e istantaneo. Peccato perda l’occasione (che pure sembrava preparata) di un finale amaramente aperto sul paradosso che, se il soldato proveniente dalla Guerra del futuro non si dissolve nel nulla, forse il disarmo attuale non è servito a niente… Ma vabbè. La cosa davvero grave è che il racconto è macchiato dalla raccapricciante pecca di un eventualmente che è facile identificare come una traduzione a dir poco dozzinale di eventually (non c’è bisogno di leggere l’originale: la frase ha senso solo sostituendolo con alla fine).
Da questo racconto è tratta la 2×01 di The Outer Limits, di cui trovate recensione e sottotitoli qui (sempre di Ellison è poi la 2×05, “Demon with a Glass Hand”, che trovate invece qua).

Dopo i racconti, un editoriale oscuro riguardo a diatribe e questioni di cui a quarant’anni di distanza si è persa la memoria.

Più interessante, invece, un breve testo di Alfred Bester (autore che conosco ancora molto poco), dal titolo Come lavora uno scrittore di fantascienza, trascrizione di un suo intervento al Sci-Fi Symposium di Rio de Janeiro del ’69. Del perché sia interessante dovrebbe essere ben evidente dal titolo, ma occorre precisare – e lo stesso Bester lo fa più volte – che ciò che lui ci dice (il resoconto della genesi de L’uomo disintegrato) vale non solo per la fantascienza, ma per tutta la letteratura in generale:

[…]perché, in fondo, noi tutti siamo scrittori professionisti e abbiamo un solo scopo, quello di raccontare una storia per intrattenere, stringere alla gola, fare restare di sasso. E quando abbiamo finito con i lettori, vogliamo farli restare senza fiato.
[…]Sto semplicemente dicendo che quanto noi scrittori professionisti stiamo cercando di fare è esteriorizzarci, estraendo tutto da noi stessi.
[…]Ma eccomi qui, non intento a descrivervi cosa significhi scrivere fantascienza, ma semplicemente scrivere.

Poi aggiunge, in verità un po’ infantilmente, che il romanzo mainstream si limita a descrivere la realtà, mentre la fantascienza “stimola la fantasia”, sia dei giovani, sia di chi da adulto riesce a mantenere giovane anche la mente. E infine chiude:

Poiché la fantascienza è stimolante per la mente e il suo scopo è quello di afferrare le persone, scuoterle e farle pensare, ciò implica che lo stesso autore di fantascienza deve essere stato in grado di pensare, di avere esperienze, e che deve aver avuto qualcosa da dire nel suo libro. In altre parole, io credo, la fantascienza è l’esame supremo per la carriera di uno scrittore. Non esiste nessuna altra forma (nessuna altra forma d’arte) che possa mettere alla prova un’artista come la fantascienza…

 E qui non posso non pensare a Doris Lessing

Concludendo: non darò un voto numerico, ma posso dire che, pur non annoverando questo volume fra i capolavori, ne è valsa comunque la pena. Il racconto migliore è quello che dà il titolo alla raccolta, ma a pari merito con la sequela di incipit nell’Introduzione. L’intervento di Bester riscalda molto l’altrimento tiepido giudizio complessivo.

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3 Replies to “Se il cielo brucia: nove racconti di Ellison e due parole di Bester”

  1. Un grande scrittore sa rendere interessanti persino le banalità, chi non sa accattivarsi il lettore con il fascino della narrazione, invece, poco importa se ha scritto un’opera originale.

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