Tutti a Zanzibar, di John Brunner

Finalmente torno in me e recensisco un libro di fantascienza.

Trama

Romanzo dalla struttura complessa (che spiegherò dopo), la narrazione principale segue essenzialmente due personaggi: Norman House, alto dirigente della sterminata multinazionale GT Technologies, e Donald Hogan, suo coinquilino dalla vita apparentemente così tranquilla da sembrare noiosa, ma che nasconde un ingaggio pluriennale come spia.
Questi operano in un mondo futuro (rispetto agli anni in cui il libro è stato scritto, ma praticamente ai giorni nostri) dagli assetti geopolitici diversi da come li conosciamo: mentre Stati Uniti e Cina sembrano più o meno gli stessi (a parte l’aver annesso Porto Rico agli USA), e l’Europa è unita in una specie di confederazione senza grandi sconvolgimenti, la politica interna dell’Africa ha generato la Dohmalia, la RUNG (la confederazione Nigeria-Ghana) e, fra di esse, la piccola Beninia; nel sudest asiatico, invece, la fa da padrone il grande arcipelago dello Yatakang (presumibilmente l’attuale Indonesia).
Proprio Beninia e Yatakang saranno al centro degli eventi: in Beninia, la GT, spinta dalla particolare situazione socioeconomica del luogo e dall’interesse verso un progetto di estrazione di materie prime a largo della sua costa, vuole dare vita ad un piano di aiuti e di costruzione potenzialmente in grado di portare quel minuscolo staterello a livelli di sviluppo economico e tecnologico impensabili; in Yatakang, dove covano da sempre moti insurrezionali delle singole isole, il dittatore Solukarta annuncia l’avvio di un programma che permetterà a tutta la popolazione di poter avere figli “migliorati” dall’ingegneria genetica, di fatto implicando la creazione di superumani.
Proprio l’ossessione per la perfezione genetica della prole è uno dei tratti dominanti di questo mondo: negli Stati Uniti è vietato fare figli se si è portatori di particolari tare, alcune effettivamente più o meno invalidanti (l’anemia falciforme, la fenilchetonuria), altre decisamente meno (il daltonismo, il nuovo “divieto” che viene introdotto a inizio romanzo).
L’attenzione eugenetica non è dovuta a una follia improvvisa dell’umanità, ma al problema della sovrappopolazione (di cui parlerò più sotto, fra i temi trattati).

 Struttura

Prima di avventurarci nei contenuti, vediamo un attimo come sono organizzati.
La narrazione è scandita, come qualsiasi libro, dai consueti paragrafi, ma essi sono divisi secondo quattro categorie:

  • Sequenza: la narrazione principale, che segue quindi le vicende di Norman e Donald.
  • Primi piani: l’attenzione si focalizza sulla vita dei personaggi minori, che ritroveremo mano a mano nello sfondo della narrazione principale.
  • Contesto: stralci di studi scientifici, interviste, articoli di giornali, servizi giornalistici, lettere private… Tutti elementi spesso scollegati dagli eventi, ma che servono a dare appunto il giusto contesto alla narrazione, a fornire un’immagine sempre più dettagliata e reale del mondo in cui si svolge la vicenda.
  • Ultimissime: similmente al Contesto, si tratta di frammenti slegati che aiutano a costruire l’universo di Tutti a Zanzibar, ma a differenza dell’altra categoria sono caratterizzati dall’incredibile brevità e totale libertà di accostamento, quasi fossero frasi riunite per sbaglio facendo zapping in tv o alla radio.

Le categorie dei paragrafi si susseguono liberamente, senza alcuno schema (a parte evitare che due paragrafi della stessa categoria si presentino consecutivamente).
Incredibilmente, da tutta questa complessità non ne nasce confusione, ma un libro straordinariamente chiaro, lucido ed equilibratissimo in tutte le sue parti. Se si escludono una manciata di pagine fra i Primi piani, nelle quali vengono presentati personaggi e situazioni che per qualche strano motivo non sembrano riflettersi sulla vicenda principale (Eric Ellerman rimane davvero fuori “orbita”), praticamente ogni riga, ogni frammento di pubblicità, di poesia, di canzone, ogni discussione colta per sbaglio agli angoli di una strada, contribuisce a formare un tutt’uno omogeneo e unitario, solido e nient’affatto confusionario.

I Temi

S’è detto spesso che il tema principale di Tutti a Zanzibar sia la sovrappopolazione. Credo che, invece, ciò che Brunner stesse tentando di dirci non è che siamo troppi, che dovremmo figliare di meno o possibilmente estinguerci: il vero problema (e si palesa soprattutto nel finale) è la tendenza degli umani a distruggersi a vicenda, ad odiarsi, a voler mantere il controllo l’uno sull’altro o sul proprio territorio, insomma a farsi perennemente la guerra tra vicini di casa come fra nazioni e continenti interi.
Più che la sovrappopolazione, quindi, direi che il tema principale di questo romanzo siano le conseguenze della sovrappopolazione, in relazione al fatto che la specie umana ha questa naturale inclinazione alla violenza fra i suoi simili.
Come già accennato, si parla molto di eugenetica, ma in realtà non se ne discute davvero: i piani per la prevenzione delle malattie genetiche sembrano comunemente accettati dalla popolazione, e, se una persona si trova impossibilitata dalla legge a procreare per via di qualche particolare difetto, o sfida la legge, o va a far figli all’estero. Nessuno, nel libro, si sogna di dire che le leggi al riguardo siano sbagliate; tanto che sarei pure restio ad inserire l’eugenetica fra i temi trattati, dato che più che trattarla viene assunta come dato di fatto.
Un classico della fantascienza è lo stordimento della popolazione tramite droghe, diffuso e appoggiato dallo stesso Stato, che preferisce di gran lunga un popolo strafatto di calmanti che uno di assassini professionisti o, peggio ancora, di rivoluzionari. Suona familiare?

I personaggi

Semplicemente ottima la costruzione dei personaggi: cosa scontata per quanto riguarda Norman e Donald, prendendosi praticamente mezzo libro, ma davvero sorprendente se si guarda ai personaggi secondari e ai Primi Piani, con uomini e donne di cui vediamo la vita per quattro o cinque pagine, che sono più che sufficienti per renderli vivi e vegeti nella nostra mente e nel mondo di Tutti a Zanzibar. Anzi, a dirla tutta, alla fine quello che rimane più impresso è il Chad Mulligan delle continue ricerche sociologiche spalmate nel Contesto di tutto il libro, con le sue folgoranti definizioni dal fittizio libro Lessico della delinquescenza (una via di mezzo fra il Dizionario filosofico di Voltaire e Il buon senso di d’Holbach, ma con addirittura meno peli sulla lingua).
Oltre a portare nel cuore, ovviamente, gli amorevoli Shinka della Beninia.

Critiche

Come si intuisce, sono ben poche.
Ho già accennato al personaggio presentato nei Primi Piani, che non mi sembra collegarsi in alcun modo col resto; ma può anche darsi che sia a me, che è sfuggito qualcosa.
L’unica vera critica che si può fare non è tanto all’indirizzo di Brunner, quanto al tempo in cui ha vissuto: purtroppo il libro (come, a dire il vero, il 90% dei libri di fantascienza che ho letto) è intriso di un certo maschilismo che, sfondato il ventunesimo secolo, ci appare quantomeno fastidioso. Tutte le posizioni importanti, a parte la Vecchia GT (la fondatrice della GT Technologies), una virago capo della polizia in Yatakang e una giornalista, sono occupate solo da uomini. La funzione delle donne sembra essere solo quella di intrattenere gli uomini, saltando da uno all’altro facendosi tranquillamente chiamare “sfinfie” (shiggy in originale); e, cosa ancor più preoccupante, è esattamente quello il ruolo accettabile e addirittura atteso, dalla società, per una donna.
Ovviamente ci sono anche degli uomini che si pongono nella medesima maniera, ma fortunatamente per lui e per me, Brunner non si sofferma troppo sull’omosessualità, se non per vaghi accenni. Il che è strano, perché per essere un libro che vuole parlare di sovrappopolazione…
Fatto sta che, maschilismo o no, non gliene si può fare più di tanto una colpa a Brunner, essendo il romanzo pubblicato nel 1968, quindi all’alba (ma neanche, all’aurora) di quei movimenti di idee che avrebbero potuto dare una diversa impostazione ad alcuni aspetti dell’opera, e comunque scritto prima che venissero alla luce La mano sinistra delle tenebre di LeGuin e Female Man di Russ.
E poi, se sono sopravvissuto a Heinlein e Ellison…

Perché leggerlo

Perché non è un libro su quanto siamo troppi e su quanto (non) dovremmo riprodurci: è un libro su quei difetti umani che fanno sì che, se siamo troppi, finiremo con l’ammazzarci a vicenda.
Perché in quasi 700 pagine (più o meno, dipende dall’edizione) è inevitabile entrare in sintonia con ognuno degli innumerevoli personaggi che affollano quel mondo così simile al nostro: dai protagonisti al sociologo alcolizzato, dai fratelli parigini al ragazzo che tenta di evitare il servizio di leva, dal dr. Sugaiguntung fino a Shalmaneser, il grande elaboratore centrale che, sfiorata l’autocoscienza, stenta a credere che la Beninia possa esistere.
Perché non si può non meravigliarsi di come un libro formalmente così complicato, offra in realtà una lettura scorrevole, mai artificiosa o criptica, sempre lucida e, quando serve, divertente.
Perché la rivelazione finale, in tutta la sua assurda comicità, racchiude in sé praticamente tutto il libro.

C’è l’unico problema che il libro non è più in vendita nei canali consueti. Quindi, o ve lo prendete su Ebay, o attendete pazientemente che spunti fuori su una bancarella o un libreria/mercatino dell’usato.
E, quando ci sarete riusciti: buona lettura.

Cribbio, che immaginazione che ho!
(Bennie Noakes, ripetutamente durante il libro, sempre sotto l’effetto di droghe.)

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