Un ermafrodita alla corte di Teodorico il Grande: Predatore, di Gary Jennings

Non è che voglio accusare di plagio George R. R. Martin, ma Predatore di Gary Jennings è il libro senza il quale vorrei proprio vedere se adesso stavate tutti a guardare Game of Thrones.

Ebbene, sì: incredibile a dirsi, la mia prima recensione letteraria è su un romanzo storico, genere da me mai affrontato prima (se si escludono le parti nell’Antica Roma in Il Maestro e Margherita e in VALIS, ma non credo contino) e sul quale poco probabilmente tornerò in futuro – pur a fronte dell’estrema soddisfazione provata, l’argomento mi stimola un po’ poco, e ho una reputazione da difendere e svariati romanzi e racconti di fantascienza da leggere.

Ciò detto, veniamo al libro, con la copertina dell’edizione in mio possesso (sufficientemente fuori catalogo da risultare impossibile trovare una foto decente, e a me non va di farla).

 

Trama

Un trama dettagliata c’è sulla relativa voce di Wikipedia, ma ovviamente la riassumo qui.
“Leggete queste rune!”, ci chiede fin dall’inizio il narratore: è Thorn, che nasce e passa l’infanzia nella Cerchia di Balsamo, una splendida vallata nell’odierna Francia sud-orientale. Abbandonato in tenera età, avvolto da un panno contrassegnato unicamente dalla lettera runica Thorn, viene così battezzato e allevato nel convento di San Damiano Martire, dove, alla seconda pagina del libro, il dodicenne protagonista viene brutalmente sodomizzato dal laido frate Pietro. Con questo traumatico evento scopriamo, insieme al gusto di Jennings per le scene di sesso e violenza buttate lì quando meno te le aspetti, che il buon Thorn non ha solo il pisellino, ma anche la patatina. Viene quindi spostato dal convento maschile a quello femminile, dove non tarderà a finire fra le braccia e le gambe della novizia Deidamia.
E queste sono le prime sei pagine, eh. Su ottocento.
Be’, detto così potrebbe sembrare una specie di Cinquanta sfumature di Impero Romano d’Occidente, ma fortunatamente il libro è molto di più.
Thorn viaggia, e viaggia alternando la sua natura di uomo alla sua natura di donna, passando da un’identità all’altra come più ritiene propizio, conquistando, ora con la forza maschile, ora con l’astuzia femminile, una posizione privilegiata, una grande ricchezza, una rete di conoscenze fra le alte personalità di metà del mondo allora conosciuto, e soprattutto un posto al fianco dell’uomo che fece la Storia di quel periodo: Teodorico il Grande.
Ed è proprio nel comportamento di Thorn che troviamo il predatore del titolo (in originale è Raptor): Thorn parte da orfano abbandonato, con una particolare condizione fisica (che può creare problemi ancora oggi, figuratevi 1500 anni fa), vittima di abusi sessuali, e si fa strada nel mondo con le sue sole forze, approfittando di chi stima la sua parte maschile e di chi mira a quella femminile, mostrando di volta in volta quella che gli permette di raggiungere meglio il suo obiettivo costante di rivalsa sociale e di raggiungimento di una condizione di vita agiata e di potere, e tutta una serie di obiettivi transitori (vendette, per lo più) che lo accompagnano nella sua lunga vita. E non è una mia interpretazione: è Thorn stesso a dirci che si sente un predatore, a suo dire incapace di amare e di essere amato per via della sua natura, e per questo in lotta eterna contro tutti per poter affermare la sua forza.
Ovviamente vedremo che non è così, che avrà amici che rispetterà, che saprà fermare la sua ascesa per offrire devozione a persone che ritiene degne, e che, anche se potrebbe non ammettere mai di poter amare, qualcuno che lo ama, forse, ci sarà.

La Storia

Io sono una persona estremamente ignorante: in tutta franchezza, devo ammettere che non immaginavo potesse essere successo qualcosa di interessante prima della Rivoluzione Francese (e anche di quella, so solo ciò che si è visto in Lady Oscar).
E invece, ecco, per ottocento pagine sono travolto da una serie di eventi che, partendo dalla vita privata, totalmente inventata, di Thorn, si ricongiungono e si fondono con una stupefacente maestria ai grandi avvenimenti a cavallo tra il V e il VI secolo: ho letto dei Goti, ho letto degli Amali, ho letto dei Rugi e dei Vandali, ho letto dei Cristiani Ariani e ho letto degli dei della Vecchia Religione (non nasconde, Jennings, una certa critica alla Chiesa Cattolica), ho letto, vedendoli sulle cartine all’inizio di ogni nuova sezione, di tutti quei piccoli villaggi, case di agricoltori nelle valli, porti fluviali, di insediamenti di mercanti che un giorno sarebbero diventati Lione, Ginevra, Vienna, Belgrado, Sofia, e giù per tutta l’Italia; e ho letto di Teodorico Strabone, di Odoacre, di Giustiniano e Teodora, di Boezio e Cassiodoro, e sopra a tutti di Teodorico il Grande.
Incredibile il lavoro svolto da Jennings per ricostruire la realtà del tempo, ridarci queste immagini (e i suoni e a volte persino gli odori), renderle vive a un millennio e mezzo di distanza e permettere al lettore di viaggiare con Thorn dai confini con la Gallia a Costantinopoli, dalle coste scandinave a Roma, con un realismo e un’accuratezza invidiabili.
Non che non si prenda qualche libertà, come quando suggerisce con leggerezza che la figura di Re Artù sia solo una storpiatura del mitico re dei Visigoti Alarico, o quando ci ritroviamo niente meno che fra le Amazzoni (non proprio come ce le si aspetta, però).
C’è da dire poi che la vividezza della ricostruzione storica è anche spalleggiata dall’uso della prima persona nella narrazione: ciò che leggiamo, ci viene infatti detto nell’introduzione, sono le note lasciateci dallo stesso Thorn.

 Il sesso e la violenza

E veniamo a chiarire perché nelle prime righe del post ho parlato di Game of Thrones (oltre che per attirare l’attenzione, intendo).
Una delle caratteristiche del libro – e, a quanto ho capito, di un po’ tutti i libri di Jennings – è l’assoluta crudezza e voluta mancanza di autocensura nella descrizione di scene particolarmente “forti”, sia in ambito sessuale (ricordo che il protagonista ha sia il pene che la vagina, per cui immaginatevi voi cos’ha da raccontare), sia per quanto riguarda la violenza. Quest’ultima, sia sul campo di battaglia che altrove, è sempre raccontata da un Thorn forse un po’ troppo freddo e distaccato, atteggiamento che contribuisce a rendere le atrocità, cui assistiamo tramite le sue parole, se possibile anche più efferate. Il libro ovviamente non è una sequela di sventramenti e arti mozzati, ma diviene chiaro fin da subito che in qualsiasi momento qualcuno potrebbe venire decapitato, finire aperto a metà da un colpo di spada o subire uno stupro di gruppo da un’intera guarnigione di soldati.
Può sembrare poco, ma alla lettura è più che sufficiente per rimandare alla mente l’atmosfera di Game of Thrones, spinti anche dalla rappresentazione di una società, quella del V secolo, non dissimile dallo pseudo-Medioevo della saga di Martin. Il fatto che quest’ultimo deve aver letto Predatore (e probabilmente anche altri libri di Jennings) mi è diventato più che evidente quando un Thorn se non ricordo male nemmeno diciottenne – quindi ancora all’inizio del libro – ci discrive una scena che ha una somiglianza tanto inquietante quanto imbarazzante con l’oramai arcinoto combattimento fra la Montagna e Oberyn Martell (ottavo episodio della quarta stagione di Game of Thrones).
Ripeto che non voglio certo accusare di plagio Martin, ma Predatore è uscito quattro anni prima del primo libro delle Cronache del ghiaccio e del fuoco: quindi il minimo che posso fare è dire che Martin non si è inventato niente, nello scrivere mattoni con libere scene di sesso e violenza e personaggi che muoiono all’improvviso lasciando atterrito il povero lettore.
Praticamente ci ha messo solo i draghi e altre trovate deprecabili.

Critiche

Un paio di note stonate ovviamente ci sono.
In primis sulla forma: il romanzo è molto lungo (800 pagine circa), e purtroppo non sempre Jennings riesce a gestire oppurtunamente la forma complessiva. Per dirla semplice: ci sono eventi che durano troppo, narrati con una certa lentezza e trascinati perdendosi a volte in troppi dettagli (ci mette un bel po’ a incontrare Teodorico, perché per un terzo del libro è a caccia nei boschi in compagnia di un vecchio scorbutico); e ci sono scene e personaggi che avrebbero meritato più tempo per un maggiore approfondimento (le ultime 100 pagine potevano anche essere 250). Anche se ho letto un’infinità di cose scritte peggio e che vendono molte più copie, di cui non faccio nomi per pietà.
Un’altra critica riguarda l’evidente confusione sessuale: Thorn parla di sé sempre al maschile, poi all’improvviso volge al femminile quando racconta cosa fa nei panni del suo alterego, poi torna al maschile e lo lascia predominare… L’impressione che si ha, più che quella di una persona dall’identità sessuale non conforme alla dicotomia maschio/femmina, è quella di un uomo che soffre di uno sdoppiamento di personalità, e l’altra è donna. La responsabilità in alcuni punti è del traduttore (con frasi come “Mi ero presentatO come donna”, laddove in inglese il participio rimane neutro, ma è pur vero che in italiano, per rendere il neutro, più che usare il maschile non si può fare), ma in altri sembra che Jennings, pur avendo scomodato una schiera di storici puntualmente ringraziati al temine del libro, non si sia preso la briga di consultare un intersessuale, o un transessuale, un transgender o anche solo una drag queen, che sarebbe stata senz’altro d’aiuto. Peccato.
Un altro aspetto che in alcune recensioni lette altrove è stato oggetto di critiche secondo me esagerate, è quello dell’omofobia: Thorn, di fatto, ribadisce ripetutamente per tutto il libro quanto trovi ripugnante avere rapporti con uomini mentre è in vesti di uomo, e con donne mentre è in vesti da donna (pur facendolo puntualmente se per vantaggio personale, è ovvio); spesso nel romanzo alcuni uomini vengono dallo stesso protagonista giudicati negativamente come “effeminati”, e le lesbiche sono chiamate senza remore sorores stuprae; e siccome l’omofobia va a braccetto col maschilismo, non manca qualche banalità sulla sensibilità femminile e la forza maschile (ho dovuto io stesso esprimermi in questi termini mentre sopra scrivevo la trama). Credo che, benché possa non fare molto piacere leggere certi commenti, specie se dati da una persona come Thorn, bisogna comunque calarsi nella mentalità dell’epoca: siamo a cavallo tra V e VI secolo, ed è semplicemente impensabile che qualcuno che non sia meno che pazzo possa descrivere come naturali e moralmente accettabili dei rapporti omosessuali. E non importa che il protagonista sia ermafrodita: qui non bisogna fare confusione fra identità di genere e orientamento, e fortunatamente Jennings, pur con l’incertezza di cui sopra, questa confusione non la fa. Per me il fatto che Thorn stesso/a mal giudichi i rapporti fra persone dello stesso sesso è un ritratto fedele dei concetti di orientamento e identità calati in quel contesto storico/religioso/culturale, e anzi, per chi lo sa bene interpretare, può offrire interessanti spunti per paragoni con la situazione attuale.

Per concludere

Anche al netto delle critiche di cui sopra, rimane un ottimo libro, la cui lettura senz’altro mi senti di consigliare. Vi ricordo sempre che sono 800 pagine, quindi siate preparati psicologicamente ad affrontarlo, specie se come me non siete abituati a certe letture “fluviali” (io ci ho messo più di due mesi, anche per una contingenza di eventi che spero non mi ostacolino da ora in poi nelle mie prossime letture).
Il libro, edito da BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, non è disponibile dal sito dell’editore, ma lo è in praticamente qualunque altro rivenditore su internet (l’IBS lo dà a disponibilità immediata); non mi è mai capitato, invece, di vederne una copia in libreria, segno che potrebbe non essere più commercializzato. La mia copia l’ho comprata a una filiale romana del Mercatino dell’usato a 1,50€, ma ne ho viste almeno un altro paio di copie su bancarelle sparse in Italia, quindi rivolgendovi allo sterminato mondo degli acquisti impulsivi su strada, potreste avere qualche possibilità.
Buona lettura, e…

“Habái ita swe!”
(“Sia fatto”, frase con cui Teodorico congeda i sottoposti dopo aver dato gli ordini)

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3 Replies to “Un ermafrodita alla corte di Teodorico il Grande: Predatore, di Gary Jennings”

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